«Si piangeva di fronte alle foreste distrutte»: i giorni dell'emergenza ed i soccorsi nelle frazioni isolate

Le testimonianze di chi ha vissuto con i suoi occhi le ore successive al disastro di Vaia. La catena di solidarietà portò sul campo centinaia di volontari e di mezzi delle imprese: «Ci trovammo all’improvviso come dentro un tornado che scoperchiava le case»

Giuseppe Beltrame
Al lavoro per spalare via il fango durante la tempesta vaia
Al lavoro per spalare via il fango durante la tempesta vaia

Otto anni dopo la memoria della ribellione della natura non si cancella. Raffiche di vento a 200 chilometri orari e piogge che superarono gli 870-900 millimetri in Carnia e sulle Prealpi, migliaia di ettari di foreste distrutte, centinaia di migliaia di alberi abbattuti e poi frane, smottamenti, esondazioni di torrenti e ponti crollati in serie.

I paesi rimasero senza elettricità per giorni, l’acqua si insinuò ovunque, per ore scesero a valle fiumane che mischiavano fango a detriti, pietre e ghiaia. La carreggiata della strada statale 52 bis che da Paluzza conduce in Austria franò, così come il ponte che conduce al Tempio Ossario di Timau, custode delle salme di 1.700 soldati caduti nella Grande Guerra.

Questo è stato Vaia, un nome entrato nella vulgata popolare, che evoca quei giorni che tra il 26 e il 30 ottobre misero in ginocchio non solo la nostra montagna, ma anche la fascia che comprende l’Agordino, la Val di Zoldo, il Cadore, l’altopiano di Asiago, il Cansiglio, il Trentino e l’Alto Adige.

Viaggio nel Friuli che si rialza dopo la devastazione: tra alberi abbattuti, strade crollate e sogni olimpici

«La gente piangeva di fronte alla devastazione, i boscaioli più anziani, che avevano visto crescere la foresta e la vedevano distrutta di fronte ai loro occhi in poche ore, avevano le lacrime agli occhi, come mai gliele avevo viste sul volto», Mirco Ciliani torna con la memoria alle ore successive al disastro. È il titolare insieme al fratello della storica azienda Ciliani Primo srl, che da generazioni opera nel settore forestale e del commercio del legno in Carnia.

«La sera eravamo stati allertati che ci sarebbe stato un evento atmosferico di grande entità, ma mai ci saremmo aspettati qualcosa del genere», prosegue. «Al mattino ci rendemmo conto dei primi danni, ma la viabilità era compromessa e solo nei giorni successivi capimmo il reale impatto della tempesta».

A seguito del Vaia la comunicazione si interruppe per ore, perché molti trasmettitori erano stati abbattuti, ma le operazioni di soccorso cominciarono immediatamente. Furono tanti, quasi tutti, gli imprenditori del territorio che misero a disposizione della comunità tutti i mezzi a loro disposizione. «Andammo prima a recuperare le persone bloccate nelle piccole località e nelle frazioni», spiega Ciliani, «e poi anche nelle malghe nei giorni successivi per salvare i prodotti che altrimenti sarebbero marciti, mancando in altura la corrente elettrica per alimentare i frigoriferi».

A condurre le operazioni di salvataggio e di messa in sicurezza dell’area con un lavoro condiviso furono vigili del fuoco, esercito, Protezione civile, corpo forestale regionale, carabinieri e polizia di stato. A loro si aggiunsero centinaia di volontari appartenenti ai gruppi comunali della Protezione civile, all’Associazione nazionale alpini, al Corpo nazionale dei vigili del fuoco volontari e ad altre migliaia di persone accorse da tutto il Friuli e non solo.

«È come se ci fossimo trovati all’improvviso in mezzo a un tornado, di quelli che si vedono alla televisione dall’altra parte del mondo. Peccato che stavolta i tetti ad essere scoperchiati fossero nostri», raccontava nel 2020, ricordando quei giorni, Pietro De Infanti, titolare dell’hotel Bellavista di Ravascletto.

In quelle ore dalla montagna si riversò un fiume di detriti. Un’immagine che si ripetè in gran parte dei paesi montani colpiti dalla tempesta. Uomini e donne furono costretti a scavare nel fango per liberare dall’acqua le loro case. Solo davanti al Bellavista si riversarono 800 metri cubi di materiale franoso. In diversi paesi della Carnia grazie alla Secab, la società elettrica cooperativa dell’Alto But, l’elettricità fu ripristinata nel giro di 24 ore. Chi vide con i sui occhi la tragedia fu l’allora sindaco di Sappada Manuel Piller Hoffer: «Vaia ci mostrò con drammatica evidenza quanto il paesaggio potesse cambiare in un istante e quanto il nostro territorio fosse fragile di fronte alla forza della natura». Da Vaia secondo Piller Hoffer «dobbiamo trarre un insegnamento importante: è fondamentale continuare a investire nella messa in sicurezza idraulica e nella tutela del territorio, attraverso interventi di prevenzione e manutenzione che possano ridurre i rischi e proteggere le nostre comunità». Ma le conseguenze, soprattutto per chi lavorava nel settore forestale non si fermarono lì. I mesi successivi, quando le strade furono pulite e le infrastrutture rimesse in piedi, arrivò il bostrico. Il coleottero parassita insinuandosi sotto la corteccia degli abeti portò all’abbattimento di migliaia di ettari del patrimonio boschivo millenario del Friuli, portando sul mercato altissimi quantitativi di legname. Un’emergenza che sembra essere rientrata solo negli ultimi mesi.

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