Marzotto: «Valentino, una leggenda. Lui era l’eleganza assoluta»
Il ricordo dell’imprenditore e manager veneto che fu azionista e Dg del Gruppo: «La sua moda era un sogno, la capacità di incarnare una donna meravigliosa. Quando comprammo, mia madre mi diede una foto di me bambino con lui. Mi presentai con quella in mano»

«Uno dei più grandi di sempre, una leggenda vivente. Ha incarnato l’eleganza assoluta, la capacità di pensare a una donna meravigliosa» Matteo Marzotto il grande couturier, l’ultimo imperatore lo ha conosciuto negli ultimi anni della sua vita lavorativa, quando acquistò un brand scintillante nell’allure ma fragilissimo nei conti.
Dottor Marzotto cosa significa per lei la scomparsa di Valentino Garavani?
«Mi fa un effetto molto forte. Appresa la notizia mi sono fermato a riflettere su quei sei-sette anni intensissimi che abbiamo passato lavorando insieme. Poi ti rendi conto che era il 2002. Eppure tutto è ancora molto vivido».
Il vostro rapporto andava oltre il lavoro.
«Con Valentino e con Giancarlo Giammetti c’era un rapporto particolare, perché il lato personale era inscindibile da quello professionale. Non erano più soci: avevano già venduto a Hdp. Ma con loro stavamo scommettendo una parte importante del futuro del gruppo. Una scommessa che il mercato, all’inizio, non aveva affatto apprezzato».
La Borsa reagì molto male all’operazione.
«Malissimo. Quando la comunicammo, a metà giugno 2002, il giorno dopo il titolo Marzotto perse una doppia cifra molto alta, credo oltre il 40%, e venne sospeso per eccesso di ribasso. Il mercato non aveva alcuna fiducia nella nostra capacità di gestire un brand di lusso. Si pensava che una Marzotto quotata, industriale, veneta, non potesse capire la cultura del lusso. Invece il turnaround di Valentino è stata una grande operazione».
Che situazione trovaste entrando in azienda?
«Nel 2002 fatturava circa 128-129 milioni di euro e perdeva circa 40 milioni. Io fui nominato direttore generale operativo insieme a Michele Norsa, che era amministratore delegato. Nel 2004 arrivammo al primo pareggio operativo. Quando uscimmo, nel 2007, la società fatturava circa 320 milioni e faceva oltre 40 milioni di Ebitda. Ma, attenzione, c’era ancora tanto valore da tirare fuori».
Lei era contrario alla cessione di Valentino.
«Assolutamente sì. Avrei fatto di tutto per evitarlo. Ma in famiglia c’erano altre dinamiche e io, sostanzialmente, non contavo nulla. La storia però dice che avevo ragione su tutta la linea».
Com’era lavorare con lui?
«Valentino non sarebbe stato Valentino senza Giancarlo Giammetti. Lo dico da sempre, anche pubblicamente. Giancarlo è stato un genio assoluto. Valentino aveva una sensibilità straordinaria nel disegnare la donna elegante. Disegnava ciò che sentiva, non quello che il commerciale avrebbe voluto. E andava bene così. Il resto lo costruivamo noi, con una struttura rigorosa».
Il documentario “Valentino: The Last Emperor” ha raccontato davvero quella stagione?
«Io sono passato come quello che lo voleva “pensionare”, ma non era così. In una società quotata il buon senso impone di pensare al futuro. Io facevo il mio mestiere: immaginare la continuità creativa. Valentino e Giancarlo difendevano legittimamente il loro punto di vista. Ci siamo scontrati duramente».
Era già uno dei più grandi maestri della moda mondiale.
«Sì. Insieme a Dior e Vionnet uno dei tre più grandi di sempre. Aveva una capacità unica di immaginare una donna elegante, di renderla bella. Ma non era interessato agli aspetti commerciali. E non doveva esserlo».
Qual è il lascito di Valentino alla moda mondiale?
«Ha trasformato l’idea di eleganza estrema. La couture di Valentino era il sogno assoluto. Tecnicamente, culturalmente, artisticamente. Su questo non ho dubbi».
E l’uomo invece?
«Quando comprammo Valentino mia madre mi dette una foto in cui avevo cinque anni. Ero con Valentino e Giammetti. Mi presentai con quella in mano da loro. Ha vissuto una vita straordinaria. Novantatré anni così, io firmerei subito. Io per anni sono stato il “sesto cagnolino” di Valentino. Lui aveva cinque carlini, io ero il sesto. È un gioco che racconta bene quel rapporto. Oggi lo ricordiamo con enorme ammirazione».
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