La Russia invitata alla Biennale: in bilico due milioni di fondi Ue

Il portavoce della Commissione avvisa: «In Europa la cultura deve promuovere i valori democratici, non rispettati da Mosca». Salvini si schiera con Buttafuoco, anche Brugnaro difende le scelte della Biennale

Cristiano Cadoni
Il padiglione della Russia ai Giardini della Biennale a Venezia
Il padiglione della Russia ai Giardini della Biennale a Venezia

Per mesi a Ca’ Giustinian, sede della Fondazione Biennale di Venezia, tutte le preoccupazioni relative alla 61ª Esposizione internazionale d’arte sono state rivolte verso le possibili assenze. Prima, a febbraio 2025, era esploso il caso-Australia, con l’incarico revocato e poi restituito all’artista libanese Khaled Sabsabi, autore - fra le altre - di un’opera che raffigura un leader di Hezbollah. Poi è toccato agli Stati Uniti, incerti per mesi sulla partecipazione, dopo che artista e curatore scelti in prima battuta si sono ritirati e il padiglione è stato affidato in extremis allo scultore Alma Allen, più in linea con l’orientamento celebrativo dei valori americani imposto da Trump.

Quindi è stata la volta del Sudafrica, con l’artista Gabrielle Goliath fermata dal ministro della Cultura perché una delle sue opere affronta (anche) il tema del genocidio in Palestina - e alla fine il Sudafrica non ci sarà. Insomma, i problemi erano tutti connessi alle possibili assenze. E invece oggi la Biennale si trova costretta in trincea per difendere la scelta di lasciare libera partecipazione a tutti i Paesi e in particolare alla Russia, assente da quattro anni ai Giardini per sua scelta.

Il 4 marzo scorso - confermando una notizia che circolava da giorni - la Biennale ha diffuso l’elenco dei Paesi presenti all’Esposizione che si aprirà il 9 maggio. Sono 99, nella lista si trovano Iran, Israele e Stati Uniti. E c’è anche la Russia. Che - sono parole di Mikhail Shvydkoy, rappresentante russo per gli scambi culturali internazionali - «non ha mai lasciato il suo padiglione a Venezia». Le reazioni sono quelle previste: l’Ucraina protesta, il collettivo femminista Pussy Riot annuncia proteste. Ma il caso diventa tale solo il 5 marzo quando, poche ore dopo l’intervento del ministro Alessandro Giuli all’inaugurazione della mostra sugli Etruschi a Venezia, il ministero della Cultura diffonde una nota con cui il governo prende le distanze dalla presenza della Russia. Posizione che Giuli, in modo ancora più rumoroso, riafferma martedì 10, disertando la presentazione del Padiglione Italia nel “suo” ministero, e ribadendo con un video la contrarietà del governo all’arte espressa da un’autocrazia. Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, che sul punto ha già parlato chiaramente, replica così: «A Venezia non c’è spazio per la censura e per le chiusure, la Biennale è libera».

Ma da quel momento il fuoco di critiche contro la Biennale assume altre proporzioni. Ventidue ministri della Cultura europei - tra loro quelli di Francia, Germania e Ucraina - chiedono alla Biennale di riconsiderare la scelta di ammettere la Federazione Russa all’Esposizione. L’Ue fa anche di più: minaccia di tagliare i fondi alla Biennale. Ieri il messaggio risuona ancora più forte, per bocca del portavoce della Commissione Ue Thomas Regnier: «In Europa la cultura deve promuovere e salvaguardare i valori democratici, favorire il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione, valori che non sono rispettati nella Russia di oggi. La Fondazione Biennale riceve sostegno col programma europeo Creative Europe Media per la produzione cinematografica, i mercati del film e la formazione. Sono due milioni di euro per tre anni». Soldi che l’Ue minaccia di togliere alla Biennale se non ritirerà l’invito alla Russia.

Mondo dell’arte e intellettuali sono divisi. Così anche la politica, al di là degli schieramenti. Il ministro Salvini si schiera con Buttafuoco (e dunque contro Giuli). Da deputati e senatori arrivano inviti sparsi a un confronto in aula. Il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, invece, prende le difese della Biennale e della città: «È fuori discussione la nostra amicizia e totale partigianeria a favore dell’Ucraina», dice ieri, intervenendo alla presentazione del “Polo del mare” all’Arsenale.

«L’Ucraina è un Paese aggredito ma la Biennale è un’istituzione libera e democratica ed è la dimostrazione di come riusciamo e dobbiamo riuscire a separare le due cose. Noi non siamo contro il popolo russo ma contro l’aggressione di uno Stato. Non possiamo però rispondere con la stessa logica. Lo dico ai vari ministri che hanno firmato una lettera. Questa non è una questione politica ma culturale. Noi dobbiamo tenere aperta la porta della discussione. Non parteciperò all’inaugurazione del padiglione russo, non voglio dar adito a nessuna polemica, ma il futuro dipende proprio dalla nostra capacità di restare liberi, democratici, aperti, nel mondo della cultura, delle università. Ogni persona si farà poi le sue considerazioni su quanto i vari artisti possano essere condizionati. La storia della città è sempre stata una storia libera. No alle censure, mai».

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