Buti: «La Manovra pensa al voto, ma il conto lo pagano i giovani e il debito continua a crescere»

L’economista: «Conti sotto controllo, ma ancora manca il cambio di passo. Il fiscal drag taglieggia il ceto medio: va corretto il prelievo sui redditi»

Giorgio Barbieri
Giorgia Meloni presiede un consiglio dei Ministri
Giorgia Meloni presiede un consiglio dei Ministri

«La politica guarda al consenso immediato e lascia indietro i giovani. Ma il debito che consegniamo a figli e nipoti è un ulteriore elemento di iniquità sociale». Marco Buti legge la Manovra che il governo si accinge a varare attraverso il rapporto fra generazioni. Economista, titolare della cattedra Tommaso Padoa-Schioppa all’Istituto universitario europeo, è stato direttore generale per gli Affari economici e finanziari della Commissione europea e capo di gabinetto del commissario Paolo Gentiloni.

Marco Buti
Marco Buti

Professore, quale idea di Paese emerge dalla manovra?

«Di un Paese in cui le classi dirigenti hanno un orizzonte temporale breve. Domina il presente, la ricerca del consenso elettorale immediato. Questa è l’ultima manovra prima del voto e l’orizzonte si accorcia. Non succede soltanto in Italia: le scadenze elettorali schiacciano governi e, in parte, opposizioni sulla ricerca del consenso. C’è poi la demografia: gli elettori anziani, che beneficiano delle pensioni e di altre prestazioni, sono più numerosi dei giovani. Privilegiarli è un calcolo razionale elettorale, ma estremamente miope».

Si continua a favorire una generazione a scapito dell’altra?

«Penso di sì. Rispetto al 2000, il rapporto fra spesa pubblica per pensioni e istruzione in Italia passa da 2,7 a 4,3. Si va nella direzione sbagliata. All’interno della spesa sociale domina la componente che beneficia i più anziani. Accade anche altrove, ma la sproporzione italiana fra pensioni e istruzione è la più alta in Europa. Da un lato si investe meno nella formazione del capitale umano, dall’altro i giovani rimangono indietro. È stato un piccolo miracolo ridurre negli ultimi due decenni la disoccupazione dei lavoratori anziani e aumentarne il tasso di attività. È positivo, ma adesso bisogna pensare ai giovani».

Il governo riesce almeno a tenere insieme prudenza e crescita?

«L’equilibrio della manovra è soprattutto tra il ministro Giorgetti e i ministeri di spesa: si cerca di non far deragliare i conti pubblici. Tenerli sotto controllo è stato forse il principale investimento di questa legislatura e si cerca di mantenere la barra dritta, anche se le richieste di ulteriore flessibilità all’Europa mettono un po’ in discussione questa linea. Nella composizione della spesa e nelle misure fiscali, però, non si vede il cambio di passo necessario. Il governo ha avuto la fortuna di poter utilizzare i fondi del Pnrr. Il rischio - anzi, più che un rischio - è che, esauriti quei fondi, l’Italia torni a una crescita prossima allo zero. Nei programmi della maggioranza, ma anche di parte dell’opposizione, non vedo consapevolezza del problema».

L’inflazione continua a pesare sui redditi. Dove destinerebbe le risorse?

«Recupererei il fiscal drag, che sta taglieggiando il ceto medio, i salari e gli stipendi. Quando l’inflazione fa aumentare il reddito nominale, cresce anche il prelievo fiscale: questo effetto va corretto. Su tale recupero esiste un’apertura nelle regole europee del Patto di stabilità. Non significa poter redistribuire tutte le maggiori entrate dovute all’inflazione, ma intervenire su quelle riconducibili al fiscal drag. Inoltre preserverei, anzi aumenterei, le risorse per istruzione e ricerca».

Perché i giovani non sembrano percepire i benefici del Pnrr?

«Per apprezzare i vantaggi degli investimenti servirà più tempo. Anche nell’istruzione ci sono stati buoni provvedimenti che senza il Pnrr non sarebbero stati finanziati. Lo scenario alternativo sarebbe stato un’ulteriore compressione della spesa. Quello che ancora manca è una strategia di valorizzazione del capitale umano nel medio-lungo periodo. Il piano nazionale fiscale e strutturale richiesto dalle regole europee dovrebbe mettere al centro la qualità della spesa a favore dei giovani. Con risorse limitate, contenere la spesa netta e il debito implica scelte difficili, rese ancora più complicate dalle urgenze elettorali».

Nelle piazze c’è anche la paura di vivere peggio dei propri genitori?

«Siamo entrati da anni in uno scenario di aspettative decrescenti. Negli anni Sessanta un giovane poteva pensare che investire in istruzione, partecipazione e capitale umano gli avrebbe consentito un futuro migliore di quello dei genitori. Questa aspettativa si è drammaticamente invertita. Ne nasce una reazione difensiva: ci si protegge, si riduce la propensione al rischio. Le manifestazioni di questi giorni forse cominciano a raccontare una storia diversa. Ma resta il problema di un sistema che deve permettere ai giovani di intraprendere».

Che cosa impedisce loro di rischiare?

«Gli investimenti nelle nuove tecnologie e nell’intelligenza artificiale sono ricchi di idee, ma poveri di garanzie da offrire. Servono un sistema finanziario che non dipenda soltanto dal credito bancario e una rete di protezione sociale che consenta di rischiare. In Italia un’attività che fallisce può diventare un dramma perché si resta senza protezione. Nei Paesi nordici mercati finanziari più profondi e un welfare che riqualifica il capitale umano riducono quel dramma. Questo favorisce il rischio e la crescita; lo vediamo nei dati».

Con bilanci nazionali così stretti, quale risposta può arrivare dall’Europa?

«Occorre completare l’Unione dei risparmi e degli investimenti per finanziare i progetti più innovativi. E bisogna approvare un bilancio europeo pluriennale che investa in beni pubblici europei a partire dalla ricerca e dal capitale umano, alleviando anche il peso sui bilanci nazionali. Se investire sui giovani fosse percepito come una scelta capace di portare voti, dai ragazzi e dalle loro famiglie, forse le classi dirigenti allungherebbero - e allargherebbero - il proprio orizzonte».

 

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