L’editoriale di saluto: la misura della verità e il futuro del Nordest
L’analisi delnuovo direttore delle testate del gruppo Nem, il saluto dell’Editore e il benvenuto dei presidenti Stefani, Zaia e Fedriga

Che cosa porta in dote, il Nordest, a un’Italia dove si dice più di quanto si fa, un Paese polarizzato e incontinente in cui tutto si declina in politica e si racconta in bianco o in nero, quasi che lo schierarsi serva, prima di ogni altra cosa, a definirsi? E che cosa porta in dote, il Nordest, a un’Europa incompiuta, cui la storia assegna l’inedito compito di farsi, da sola, Occidente? Mentre assumo la direzione dei sei quotidiani che del Nordest sono la voce, queste domande m’interpellano nel modo con cui qui le ho formulate. Perché sono convinto che qualunque soggettività può essere rivendicata, e riconosciuta, solo in ragione di una responsabilità collettiva più ampia che si sia disposti ad assumere. Tanto più in tempi di transizione, e di confusione, come quelli che il Paese e il mondo attraversano.
Il modello spendibile
Rappresentare il Nordest significa anzitutto ritrovare le ragioni di una sfida che Giorgio Lago ha posto più volte nel suo lungo impegno editoriale sulle pagine di questi quotidiani. Dico dell’ambizione a cambiare l’Italia, che sola poteva legittimare, e giustificare, il protagonismo di una comunità. Lascio agli storici il compito di rispondere perché ciò non sia accaduto. Perché la nozione di Nordest, che pure è entrata nel linguaggio nazionale, identifica oggi un sistema produttivo, una rete di città, ma non ancora un modello spendibile fuori dai suoi confini e una leadership. Mi chiedo tuttavia se proprio adesso, nella temperie qui descritta, non ci siano, forse per la prima volta, le condizioni giuste per una nuova responsabilità.
Che cosa è accaduto al Nordest a cavallo delle ultime due-tre generazioni? Tra l’attaccamento alla terra dei nonni contadini e la proiezione internazionale dei nipoti, a caccia di master per ogni dove, c’è un processo senza soluzione di continuità. Ha portato una società povera e con forti tassi di immigrazione a diventare il cuore economico del Paese.
Nel perimetro simbolico che oggi unisce gli studi di Padova alla manifattura di Treviso, l’operosità di Udine e Pordenone ai cantieri di Trieste, la frontiera di Gorizia ai giochi di Cortina, il fermento produttivo corre in una rete capillare e insieme globale, come in un circuito elettrico fatto di una miriade di punti luce, capaci talvolta di oscurare, nel dibattito pubblico, perfino una capitale come Venezia. Vuol dire che la dimensione universale che i territori del Nordest incarnano sopravanza ormai le loro stesse radici, che siano terragne o piuttosto marinare, gloriosamente dogali o esteticamente mitteleuropee.
Sono convinto che la ragione di questo vitalismo, imprenditoriale sì, ma anche istituzionale e civile, stia nel fatto che il Nordest rappresenta, in una proporzione perfetta e non ripetibile sul piano nazionale, il massimo di tradizionale conservabile e il massimo di innovazione perseguibile.
La dimensione familiare
Non a caso la dimensione familiare resta uno dei caratteri costitutivi del suo capitalismo. Non riguarda soltanto la proprietà delle imprese. Investe la loro cultura, il rapporto con le istituzioni, la trasmissione della ricchezza, la selezione dei dirigenti, le relazioni sociali.
Potremmo definirlo con un ossimoro un «familismo virtuoso». Cui è riuscito il salto dalle piccole aziende di territorio ad alcune delle più solide multinazionali italiane, senza recidere il legame con le famiglie fondatrici, anche nella fase attuale che vede queste ultime trasformarsi in soggetti finanziari.
Ma anche il fenomeno delle migrazioni offre una prova di questo equilibrio tra tradizione e innovazione. Al netto di qualche estremizzazione, quale la grottesca idea di un tribunale islamico in casa nostra, e con i limiti di fronteggiare un fenomeno che, in tutta l’Europa, ha prodotto traumi e reazioni di rigetto, il Nordest ha dato il via a un processo di assorbimento che può preludere a una futura, ancorché non facile né scontata, integrazione. Non solo perché ha rinunciato alla comoda scorciatoia di fare dell’immigrazione un’infrastruttura schiavile, fondata sul lavoro nero e sull’illegalità diffusa, e ha fatto invece leva su un mercato trasparente e contendibile.
Non a caso un terzo dei nuovi assunti in Veneto e Friuli Venezia Giulia è costituito da stranieri. Ma anche e soprattutto perché, nel confronto e nello scambio con le «culture altre», il Nordest ha difeso, meglio che altrove, la grammatica tradizionale che regola il rapporto tra l’individuo, la famiglia e la società, grazie a una cultura ospitante custode dei suoi valori, e allo stesso tempo pronta a includere il nuovo che incontra.
L’integrazione del fare
L’integrazione è la parola che tiene insieme tradizione e innovazione. Non è un processo del dire, ma del fare. Ha un tempo di gestazione lento. Si concima con la fiducia. Ha a che fare con quell’intelligenza delle mani, che qualcuno chiama pragmatismo svuotandola della sua poesia, e che ha fatto le fortune di questi territori. Si nutre dell’idea che grandi cambiamenti sociali conseguano a piccoli cambiamenti dei meccanismi regolatori. Poiché la misura è l’unica vera leva che resta alla politica per imprimere alle società avanzamenti reali e non fittizi.
Questa intelligenza chiama il Nordest a un’occasione irripetibile. Perché le transizioni in cui è iscritto il cammino delle democrazie europee – quella energetica, quella digitale e quella demografica – pretendono quel pensiero del fare come antidoto al conflitto ideologico e corporativo che paralizza il nostro Paese.
Lo pretende anche l’Europa, chiamata a rimettere insieme, con realismo e coraggio, o se preferite, con tradizione e innovazione, i cocci del mondo che Trump ha messo nel frullatore, e a dargli un ordine capace di resistere alla cieca volontà di potenza che minaccia il domani, affinché sia possibile per i suoi cittadini tornare a sentirsi occidentali senza iattanza ma anche senza sensi di colpa, e tenere per buona la pregiudiziale liberale che distingue nettamente tra aggredito e aggressore, su cui si fondano la civiltà del diritto e la pace. Ma per risultare vincente la sfida del Nordest passa per una condizione politica: trasformare la questione settentrionale da una rivendicazione in una responsabilità. Che vuol dire sottrarla ad appetiti localistici figli dell’egoismo sociale e a quella sorta di anarchismo produttivo che sogna di saltare a pié pari l’inefficienza dello Stato in nome di un dialogo diretto con l’Europa.
Oggi più che mai quella responsabilità va intesa come l’offerta alla statualità di un modello di modernizzazione a vantaggio di tutto il Paese. Prenderne coscienza è la priorità per chiunque punti a intestarsi una leadership.
La realtà nella sua complessità
A questa meta crediamo e speriamo possa giovare il racconto di un giornale critico, immedesimato ma indipendente, che non sta pregiudizialmente con nessuno, non taglia la realtà con l’accetta, ma la mostra nella sua complessità, con il rispetto e l’amore che si devono alle parole, coltivandone la densità storica e l’esattezza scientifica, con il metodo del dubbio e della verifica. Il lessico della verità è ragionevole misura delle cose. Sta qui il senso più profondo dell’impegno che assumo.
Devo un grazie sincero all’Editore per la fiducia che ha voluto accordarmi. Mi propongo di ripagarla con la dedizione che si deve alla cura di un bene prezioso. Ai nuovi colleghi rivolgo un invito, non rituale, ad aiutarmi, anche con dubbi e critiche, a non sbagliare. Al direttore editoriale, Paolo Possamai, da cui ricevo un giornale vitale e autorevole, va un pensiero di ammirazione e amicizia. Il suo contributo di conoscenza ed esperienza sarà per me irrinunciabile nell’avventura giornalistica che da oggi inizia.
La nota dell’Editore
Da oggi lunedì 26 ottobre 2026 le sei testate del gruppo Nord Est Multimedia con relative declinazioni digitali e ilNordEst saranno dirette da Alessandro Barbano. Lo abbiamo chiamato a questa impresa complessa e affascinante in ragione della sua storia e cultura professionale: perché in capo a oltre 20 anni trascorsi a dirigere giornali di primario rilievo come “il Mattino di Napoli”, “il Messaggero di Roma”, “il Riformista”, “il Corriere dello sport” siamo convinti potrà offrire ai giornali Nem un ulteriore scatto di accreditamento rispetto alla comunità italiana. Non cambia in nulla la missione di Nem: rappresentare i territori e anzi le comunità che costituiscono il tessuto sociale di Friuli Venezia Giulia e Veneto, ma trova una maggiore enfasi l’obiettivo di raccontarne le esigenze anche in sede centrale. L’esperienza di Barbano in questa logica sarà preziosa.
In questa sede desideriamo anche ringraziare Paolo Possamai, che ha retto la Direzione dei quotidiani Nem nell’ultimo anno realizzando appieno, in accordo con l’Azienda, i vari importanti progetti di sviluppo convenuti un anno fa. Possamai mantiene l’incarico di direttore editoriale, per la messa a punto e la coltivazione, insieme all’amministratore delegato Giuseppe Cerbone, delle strategie di crescita di un gruppo orientato alla multimedialità.
L’Editore
I saluti di benvenuto: Stefani, Fedriga, Zaia
«L'arrivo di Alessandro Barbano alla direzione dei sei quotidiani del Gruppo Nord Est Multimedia è un passaggio importante per una realtà editoriale che contribuisce ogni giorno a raccontare il Veneto e il Nordest». Così in una nota il presidente della Regione Alberto Stefani.
«La sua esperienza giornalistica», prosegue Stefani, «rappresenta un valore per testate che hanno un legame forte con i territori e le comunità di riferimento, alle quali spetta il compito di interpretare i cambiamenti e dare voce alle tante realtà che compongono il nostro tessuto sociale ed economico. A Paolo Possamai va il riconoscimento per il lavoro svolto e per il contributo che continuerà a dare al gruppo nel ruolo di direttore editoriale. La sfida che attende ora Barbano alla guida dei quotidiani Nem riguarda la capacità di leggere un territorio in continua evoluzione e intercettare le domande di un pubblico che cambia. Il Veneto e il Nordest hanno una storia produttiva, culturale e sociale che merita di essere raccontata in tutta la sua complessità, senza perdere il contatto con le persone e con le realtà locali, anche in una fase di grandi trasformazioni per il mondo dell'informazione. Una stampa libera, autorevole e plurale è un presidio importante per la qualità della vita democratica e per il rapporto tra istituzioni e comunità», conclude.
«Rivolgo un sincero augurio di buon lavoro alnuovo direttore dei quotidiani del Gruppo Nem, che in Friuli Venezia Giulia rappresentano, con Il Piccolo e il Messaggero Veneto, un presidio fondamentale dell'informazione radicata nei nostri territori": così il governatore Massimiliano Fedriga.
Come ha spiegato il massimo rappresentante della Giunta, l'esperienza di Barbano, maturata alla guida di autorevoli testate nazionali, costituirà un valore prezioso anche per le istituzioni regionali.
«Un giornalismo - conclude Fedriga - svolto con professionalità e competenza rappresenta infatti il primo stimolo per le amministrazioni locali, chiamate a non perdere mai di vista la propria missione, ossia operare per il bene comune e per la crescita della qualità della vita dei cittadini».
«Rivolgo un sincero augurio di buon lavoro ad Alessandro Barbano, che da oggi assume la direzione dei sei quotidiani del Gruppo Nord Est Multimedia. Un giornalista di grande esperienza e autorevolezza, chiamato a guidare testate storiche profondamente radicate nelle nostre comunità. Sono certo che saprà mettere la sua professionalità al servizio di questa importante realtà editoriale, valorizzandone l'identità e la capacità di raccontare un territorio tra i più dinamici e produttivi d'Europa», le parole del presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia.
«Un ringraziamento», aggiunge, «va anche a Paolo Possamai, che prosegue il suo impegno come direttore editoriale, e alla cordata di imprenditori che ha scelto di investire in questo progetto, dimostrando fiducia nel futuro dell'editoria del Nordest».
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