
“Scarface”, il passato in Veneto del pentito che fa tremare i boss
William Alfonso Cerbo, oggi collaboratore di giustizia, è al centro del processo Hydra a Milano. In passato aveva società e immobili fra Castelfranco, la provincia di Padova e quella di Belluno
Il percorso veneto di William Alfonso Cerbo, oggi collaboratore di giustizia e uno degli uomini al centro del processo Hydra, passa da Castelfranco Veneto alla Bassa padovana. Hydra è il procedimento milanese che sta cercando di ricostruire un nuovo assetto delle mafie al Nord, a partire dall’ipotizzata alleanza tra Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra. Nel luglio scorso Cerbo ha cominciato a deporre nell’aula bunker di San Vittore. Prima di Milano, però, c’è una storia veneta che comincia almeno vent’anni prima.
Il suo soprannome è Scarface, come il personaggio interpretato da Al Pacino nel film di Brian De Palma. Un nome che appartiene a un immaginario criminale cinematografico. Ma la storia di Cerbo ha anche una dimensione molto concreta: quella delle società, dei bilanci, degli immobili, dei prestanome e dei rapporti economici attraverso i quali, secondo le ricostruzioni giudiziarie, ha costruito i propri interessi.

Cerbo è catanese, legato al clan Mazzei, i Carcagnusi, una delle articolazioni di Cosa nostra siciliana. Nato nei quartieri popolari di Catania, il clan Mazzei prospera al Nord investendo nella logistica, nell’edilizia e nella ristorazione.
Il nostro uomo è ai vertici di un sistema che fattura decine di milioni di euro, per dire, nel 2018, gli vengono vengono confiscate otto società e 28 immobili per un valore di circa 32 milioni di euro. Mentre la sua storia giudiziaria passa dall’inchiesta Scarface del 2014 e da una condanna per associazione mafiosa. Le successive indagini patrimoniali hanno ricostruito un sistema societario riconducibile al suo circuito familiare e criminale.
Tra quelle società c’è la Eurostese, con sede a Castelfranco Veneto. Attiva dal 2003, si occupava di costruzione di strade e autostrade, autotrasporto, raccolta e trasporto di rifiuti non pericolosi e aveva partecipato anche ad appalti nel Trevigiano. Formalmente le quote erano intestate ad altri soggetti, ma gli investigatori ne ricostruirono la riconducibilità al patrimonio di Cerbo.
La confisca riguarda la riconducibilità patrimoniale della società e non significa che ogni attività svolta dalla Eurostese fosse illecita. Ma racconta una modalità di presenza nel Nordest: non attraverso strutture riconoscibili come mafiose, bensì attraverso imprese inserite nei normali circuiti dell’economia.
La svolta arriva nel Padovano. Nel maggio 2020 la Guardia di finanza di Este avvia un’indagine su un sistema di imprese riconducibile a Cerbo. Nel settembre 2021 arriva l’operazione «Zona Rossa».
Secondo l’accusa, il meccanismo ruota attorno a società formalmente autonome, spesso intestate a prestanome, i cui bilanci sarebbero stati alterati per apparire solide e ottenere dai fornitori lunghe dilazioni di pagamento. Le merci venivano acquistate e poi, senza essere pagate, trasferite e rivendute.
Mercato nero
Nel primo filone vengono individuati dodici piccoli imprenditori o società e due magazzini, a Sant’Elena e Carmignano di Brenta. Le merci venivano poi trasferite soprattutto verso Brescia per essere rivendute sul mercato nero. Sant’Elena diventa così uno dei luoghi centrali della vicenda.
La successiva indagine patrimoniale allarga la geografia. Nel 2023 il Tribunale di Venezia dispone la confisca di 17 società, 13 immobili, tre terreni e tre automobili, per un valore complessivo di circa 10, 7 milioni di euro, con beni tra Padova, Venezia, Vicenza, Belluno e Milano. Secondo la ricostruzione giudiziaria, la provincia di Padova sarebbe diventata la base organizzativa di un sistema piramidale di imprese utilizzato per commettere truffe nel Nord Italia.
Una rete societaria di questo tipo richiede anche competenze amministrative e contabili, consulenze e rapporti con banche e fornitori. La vicenda padovana mostra dunque il consolidato rapporto tra sistemi criminali e professionisti, senza che questo consenta di attribuire responsabilità penali oltre quanto accertato nei singoli procedimenti.
Da Padova a Belluno
Il sistema patrimoniale arriva anche nel Bellunese: a Ospitale di Cadore vengono confiscati tre appartamenti acquistati da una delle società riconducibili al circuito di Cerbo. Altre proprietà si trovano nel Veneziano e nel Vicentino. Alcune delle società coinvolte erano state raggiunte da interdittive antimafia della Prefettura di Padova.
C’è poi un elemento che restituisce alla vicenda una dimensione veneta particolare. Cerbo non appartiene alla’ndrangheta, che negli ultimi anni è diventata il principale punto di riferimento per la lettura della presenza mafiosa nella regione. È catanese e viene dalla galassia di Cosa nostra. Le inchieste sulla’ndrangheta hanno prodotto una conoscenza sempre più precisa delle modalità di insediamento delle cosche calabresi in Veneto. Cosa nostra è rimasta invece maggiormente sullo sfondo. La vicenda di Cerbo ricorda che il quadro non si esaurisce nella presenza calabrese.
L’inchiesta Hydra
Poi c’è Milano, e Hydra. Secondo l’accusa, dal 2019 si sarebbe formato un sistema capace di mettere in relazione Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra per condividere affari e interessi economici. Cerbo, che ha scelto di collaborare con la giustizia, è oggi uno dei testimoni dell’accusa. Nel luglio 2026 ha cominciato a raccontare in aula la nascita di quella alleanza.
È questo che rende attuale il suo percorso veneto. La sua storia non racconta soltanto lo spostamento di un mafioso siciliano verso il Nord. Mostra, secondo gli accertamenti giudiziari, prima il trasferimento e la protezione di un patrimonio dentro società formalmente ordinarie e poi la costruzione nel padovano di una rete di imprese utilizzata, secondo l’accusa, per operazioni fraudolente.
Gli alleati invisibili
Il punto, allora, non è soltanto capire cosa facesse Cerbo, ma con chi entrasse in relazione: chi amministrava le società, chi concedeva credito, chi forniva le merci, chi si occupava dei bilanci. La parte più significativa della vicenda sta nella zona di contatto tra un sistema criminale e un’economia che, per funzionare, non può essere tutta criminale.
Scarface è il nome che Cerbo ha scelto per raccontarsi. Le società, i magazzini, i professionisti e i rapporti economici sono invece il modo nel quale il personaggio è riuscito a muoversi nella materialità del quotidiano. È soprattutto questa seconda storia, molto meno cinematografica, a raccontare qualcosa del Veneto.
Riproduzione riservata © il Nord Est








