Ranucci a processo per diffamazione, Palù contesta Report: «Nessun nesso tra tamponi rapidi e morti Covid»
Ranucci e due giornalisti di Report sono imputati per diffamazione nei confronti del microbiologo Roberto Rigoli. In aula Giorgio Palù respinge uno dei punti centrali del servizio: «Nessun nesso tra tamponi rapidi e aumento dei morti Covid»

«Dalla trasmissione Report fui contattato una prima volta, attraverso il giornalista Danilo Procaccianti, per un’intervista andata poi in onda in una puntata sullo stato della sanità in Veneto. Fui sentito nella doppia veste di medico e di responsabile della sanità del Partito Democratico.
A fine novembre del 2022, lo stesso giornalista mi ricontattò telefonicamente per sondare la mia disponibilità a fare un’altra intervista per una puntata riguardante il dottor Rigoli e i tamponi rapidi. Al che io gli risposi, per trasparenza, che con Rigoli avevo un rapporto di amicizia e che i tamponi rapidi, a mio giudizio, erano stati uno strumento efficace per far fronte alla pandemia. Dopo quella telefonata non fui più ricontattato dal giornalista di Report».
La telefonata di Report
Chi parla è Claudio Beltramello, assessore alla sanità del Comune di Castelfranco, testimone, assieme al microbiologo Giorgio Palù, professore emerito e già membro del Cts (Comitato tecnico scientifico), al processo che vede Sigfrido Ranucci e i giornalisti Danilo Procaccianti e Andrea Tornago di Report alla sbarra per diffamazione nei confronti di Roberto Rigoli, responsabile della Microbiologia del Ca’ Foncello all’epoca della pandemia di coronavirus, e successivamente a capo delle Microbiologie venete.
Il processo ruota attorno al servizio televisivo trasmesso da Report nella puntata del 2 gennaio 2023, incentrata su come la sanità veneta affrontò la seconda ondata di Covid, durante la quale si registrò un forte aumento di decessi.
Ranucci e i due giornalisti, secondo l’accusa, avrebbero offeso la reputazione di Rigoli sostenendo l’ipotesi che avesse contribuito in modo determinante all’acquisto di un ingente quantità di tamponi rapidi Abbott per appalti milionari mediante una certificazione falsa. Inoltre avrebbero insinuato il dubbio che con la propria condotta Rigoli fosse responsabile della morte di centinaia di veneti, durante la seconda ondata del Covid, tra l’autunno 2020 e i primi mesi del 2021.
L’utilità dei test rapidi
Nel corso della sua testimonianza in aula, Palù è stato chiaro: «Non c'è alcun nesso - ha detto il noto microbiologo - tra introduzione e uso dei test rapidi e l’aumento dei decessi riscontrati nella seconda ondata della pandemia in Veneto. È irrazionale quella relazione. L'uso dei test rapidi permise, insieme ad un puntuale tracciamento, il contenimento dell'infezione. Non sta a me parlare dell’utilità dei tamponi rapidi visto che costavano dieci volte meno dei molecolari, li si potevano fare singolarmente e davano dati importantissimi sia per diagnosi che per screening».
Rigoli, assistito dall’avvocato Giuseppe Pavan, s’è costituito parte civile nel processo in cui la Rai chiamata in causa come responsabile civile. Chiede i danni in quanto sostiene che l’intervista a Report avrebbe aggravato la sua patologia cardiologica, costringendolo anche a diversi accessi all’ospedale.
«Durante quella telefonata con il giornalista di Report Procaccianti - ha precisato Beltramello - gli consigliai di andarci piano con Rigoli proprio perché non stava bene ed era sotto stress per la questione giudiziaria che lo vedeva indagato a Padova (per falso ideologico e turbativa d’asta in relazione alla gestione dei tamponi rapidi, alla fine assolto, ndr). Dopo quella telefonata, avvertii Rigoli che poteva esserci a breve una puntata di Report su di lui».
Il ritardo della zona rossa
Per Beltramello, la testimonianza in aula sul caso Rigoli, è stata un’occasione per ribadire che a suo giudizio si avrebbe dovuto velocizzare l’ingresso del Veneto nella zona rossa per contenere la diffusione dell’epidemia.
«La prima ondata di Covid in Veneto - ha spiegato - era stata ben gestita per i mezzi e le conoscenze che si avevano sul virus, ma la seconda ondata fu sottovalutata proprio per il ritardo con cui si entrò in zona rossa.
All’epoca ricordo che c’erano medici e infermieri che lavoravano 12 ore al giorno per far fronte all’emergenza epidemica e poi, uscendo dall’ospedale, con frustrazione notavano la gente al bar a bere gli spritz». Il processo, davanti al giudice Sara Pitinari, riprende a fine ottobre.
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