Cosa resta del Bataclan, la mamma di Valeria Solesin: «La sua memoria cammina con me»

La madre di Valeria Solesin, vittima degli attentati di Parigi del 2015, racconta il dolore, la memoria e la forza di andare avanti: «Una figlia non si dimentica. Non si può perdonare l’incomprensibile»

Elia CavarzanElia Cavarzan
Valeria Solesin
Valeria Solesin

C’è una forza silenziosa nelle parole di Luciana Milani, una forza che non ha nulla di retorico e che non si concede alla rabbia o alla spettacolarizzazione del dolore, ma che si costruisce piuttosto nella scelta, lucida e quotidiana, di restare in piedi anche quando la vita si spezza in modo irreparabile.

Parlare di sua figlia, Valeria Solesin, non è per lei un esercizio di memoria, né un rifugio nostalgico, quanto piuttosto un modo per tenere insieme passato e presente.

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«Valeria è sempre stata una bambina molto contenta, sempre sorridente, molto portata alla relazione», racconta di sua figlia nel podcast curato dal gruppo Nord Est Multimedia. «Perdonare quello che è successo? E una parola che non mi riguarda».

La sera del 13 novembre 2015 Parigi viene colpita da una serie coordinata di attentati terroristici che prendono di mira luoghi della vita quotidiana: ristoranti, uno stadio, una sala concerti. Urla, grida, spari: l’Europa si scopre vulnerabile e piegata in due sotto i colpi imprevedibili e folli dell’Isis. Al Bataclan, durante un concerto di musica dal vivo, decine di persone vengono uccise: perlopiù giovani europei.

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In totale saranno 130 le vittime degli attentati di Parigi. Tra loro c’è anche Valeria Solesin. La nostra Valeria: 28 anni, veneziana, ricercatrice in demografia. Nostra figlia, la nostra compagna di corso all’università, la nostra amica, la nostra vicina di casa, nostra sorella.

Luciana Milani, quale momento della vita di Valeria, le piace ricordare con affetto?

«Valeria è sempre stata una bambina molto contenta, sempre sorridente, molto portata alla relazione. Fin da piccolissima aveva questa capacità di stare con gli altri, di entrare in relazione con facilità. Mi viene in mente quando, in terza liceo, è partita per il Québec: l’abbiamo accompagnata a Linate e lei è entrata senza voltarsi indietro. Era una persona molto determinata, portava avanti i suoi progetti con convinzione, senza tanti ripensamenti o esitazioni».

Arrivando a quei giorni, agli attentati di Parigi, come ha vissuto quelle ore e i momenti successivi?

«C’è stato un giorno di incertezza. Ma già il sabato sera abbiamo avuto la conferma della morte di Valeria. Siamo stati anche sollecitati a fare dichiarazioni per evitare il susseguirsi di voci, dell’incertezza, dei pettegolezzi, del detto e non detto. E quindi siamo stati costretti ad affrontare tutto da subito, senza poter aspettare, senza poter rallentare. Io, in quel momento, mi sono proposta di continuare a essere quella che ero prima, di reagire subito e di provare a creare una forza per me e per la mia famiglia, per non lasciarci travolgere completamente da quello che stava accadendo».

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In che modo ha trovato la forza per affrontare tutto questo?

«Io penso che noi abbiamo dei doveri. Io sento molto questo dovere, in primis verso la mia famiglia, ovviamente, ma anche verso me stessa, forse prima ancora verso me stessa e poi verso la mia famiglia. Quando succedono fatti di questo tipo bisogna trovare dentro di sé una forza interiore, qualcosa a cui aggrapparsi, dei valori che ti guidano e ti permettono di andare avanti. E questi valori, per me, sono quelli che sono stati il fondamento dell’educazione che abbiamo dato a Valeria e a Dario (il fratello, ndr). Da lì bisogna ripartire».

Cosa significa oggi, per lei, continuare a ricordare Valeria?

«Una figlia non si dimentica. La sua memoria e la mia vita vanno insieme. Io l’ho sempre seguita nel suo percorso, sapevo cosa voleva fare, cosa pensava. A volte ci guardavamo e ci capivamo senza parlare. Non era solo una studiosa, era una persona piena».

Che rapporto aveva Valeria con Venezia?

«Aveva un rapporto fondamentale. Quando tornava, rivedeva tutti i suoi amici, rifaceva le cose di sempre. Aveva mantenuto legami molto forti. In qualche angolo del suo cuore, forse, avrebbe anche voluto tornare».

Lucia Milani ai funerali della figlia Valeria Solesin
Lucia Milani ai funerali della figlia Valeria Solesin

Sua figlia era il simbolo di una generazione che si spostava fuori dai confini nazionali per studiare e lavorare. Cosa resta oggi di tutto questo?

«Lei aveva studiato tra Trento e Nantes e aveva amici di tanti Paesi: francesi, spagnoli, tedeschi, inglesi. Sono rapporti che sono rimasti, mi scrivono ancora oggi. Se pensiamo a quanti giovani italiani vanno all’estero, anche con titoli di studio molto alti, dobbiamo farci delle domande su come il nostro Paese li considera».

È riuscita a perdonare?

«Perdonare è una parola che non mi riguarda. Non so nemmeno bene cosa significhi in questo contesto. Si può forse comprendere l’omicidio di una singola persona, ma è molto più difficile, quasi impossibile, comprendere un omicidio di massa, senza senso, che colpisce persone indistinte. Questo non è qualcosa che si può riportare a una dimensione comprensibile. Non è perdonabile, ma soprattutto non è una categoria che mi appartiene, non è un modo in cui io riesco a pensare a ciò che è successo». 

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