L’inferno del Bataclan: la notte che cambiò per sempre l’Europa
Il 13 novembre 2015 Parigi fu colpita da una serie di attentati terroristici che causarono 132 morti. Tra le vittime, la veneziana Valeria Solesin, ricercatrice alla Sorbona: ecco cosa accadde quel giorno

L’Europa nel mirino del terrore. Era questo il 2015: sangue e paura. A gennaio, gli attentati a Charlie Hebdo e al supermercato ebraico Hyper Cacher avevano mostrato la fragilità della sicurezza anche nel cuore dell’Europa.
Lo Stato Islamico, all’apice della sua forza in Siria e Iraq, chiamava i suoi simpatizzanti a colpire “ovunque”, trasformando il terrorismo in una rete diffusa, imprevedibile e capillare.I cosiddetti lupi solitari, cellule dormienti raccattate e attivate attraverso i social network: radicalizzati, addestrati, pronti a colpire.

La Francia, a quel tempo impegnata in prima linea contro il Califfato, era un bersaglio naturale nel cuore del contesto europeo. E il 13 novembre 2015, quella minaccia si materializzò in un modo che nessuno avrebbe potuto immaginare: otto attentatori, armati di kalashnikov e cinture esplosive, misero in ginocchio Parigi in cinque ore di terrore.
Tre esplosioni davanti allo Stade de France, dove era in corso l’amichevole Francia-Germania; raffiche di mitra contro i clienti dei bistrot del decimo e undicesimo arrondissement; infine, la strage nella sala concerti Bataclan, dove si esibivano gli “Eagles of Death Metal”. Quella notte, l’intera Europa rimase con il fiato sospeso.
I numeri di quella notte sono scolpiti nella memoria collettiva: 132 morti, oltre 350 feriti e migliaia di testimoni sopravvissuti con ferite invisibili. Tutti i componenti del commando che operò brutalmente gettando Parigi nel caos vennero uccisi durante le operazioni di polizia, tranne uno, Salah Abdeslam, catturato mesi dopo a Bruxelles e condannato all’ergastolo.
L’inferno in diretta
Alle 21:16, il primo boato allo Stade de France. Tre kamikaze si fanno esplodere all’esterno, senza riuscire a entrare nello stadio. All’interno, 80mila spettatori assistono attoniti alla partita, tra cui l’allora presidente François Hollande, che viene immediatamente evacuato.
Nel frattempo, a pochi chilometri di distanza, l’inferno si scatena nelle strade di Parigi. Nel decimo arrondissement, nei bar e ristoranti “Le Carillon”, “La Bonne Bière” e “La Belle Équipe”, uomini armati aprono il fuoco sui clienti.
Le sirene della polizia si mescolano alle urla, alle chiamate disperate ai soccorsi. Parigi è paralizzata, le televisioni trasmettono immagini confuse, nessuno sa quanti siano gli attentatori né dove colpiranno ancora.

Ma l’orrore più grande è al Bataclan, la storica sala concerti di boulevard Voltaire. Verso le 21:40, tre uomini armati fanno irruzione e iniziano a sparare sulla folla. La band americana "Eagles of Death Metal” è appena salita sul palco. All’interno ci sono 1.500 persone, molte giovani,: studenti, giovani lavoratori. Giovani europei.
I terroristi sparano a caso, poi prendono ostaggi. Chi può si nasconde sotto i sedili, nei camerini, o si finge morto. Distesi a terra, disperatamente alla ricerca di una qualsiasi nascondiglio capace di metterli al riparo da quella bolgia di proiettili che passava tutt’attorno. Un inferno difficile da immaginare. Solo chi è stato in guerra può forse immaginare la sensazione di freddo e paura che immobilizza gli arti. Completamente indifesi, completamente in balia della follia altrui.
Le testimonianze dei sopravvissuti descrivono tre ore di angoscia, con momenti alternati di sparatorie, silenzi e urla. Ancora spari, lunghi silenzi, ancora urla. I terroristi parlano tra di loro in arabo, accusano i francesi di “uccidere i nostri fratelli in Siria”. Proclami contro la Francia. Silenzio. Spari e ancora urla.
Poco prima di mezzanotte, le teste di cuoio francesi fanno irruzione. Due attentatori si fanno esplodere, il terzo viene ucciso. Quando tutto è finito, novanta persone giacciono senza vita tra le poltrone e i corridoi.
Il lutto e la reazione
“È un orrore”, dichiarerà Hollande poco dopo la mezzanotte, annunciando lo stato d’emergenza e la chiusura delle frontiere. Parigi si sveglia in un silenzio irreale. L’indomani, piazza della République si riempie di candele, fiori, cartelli: “Même pas peur”, “Nous sommes Paris”.

Gli attentati del 13 novembre segnarono una generazione. Colpirono al cuore l’idea stessa di libertà e convivenza all’interno degli Stati europei. Dopo quella notte, la Francia non sarebbe stata più la stessa: scuole presidiate, militari per le strade, controlli rafforzati ovunque. Ma anche una nuova consapevolezza di solidarietà, di identità comune, di resistenza civile.
Le indagini, durate anni, portarono a scoprire una rete di fiancheggiatori tra Francia e Belgio. La cellula responsabile degli attacchi era legata al jihadista belga Abdelhamid Abaaoud, poi ucciso in un blitz pochi giorni dopo a Saint-Denis.
Valeria Solesin, la giovane italiana del Bataclan
Tra le 132 vittime di quella notte c’era anche Valeria Solesin, 28 anni, veneziana, ricercatrice in demografia all’Università Sorbona di Parigi. Si trovava al Bataclan con il fidanzato Andrea Ravagnani e alcuni amici per seguire il concerto.

Valeria Solesin. Una giovane donna brillante, curiosa, cosmopolita. Dopo la laurea in Scienze politiche a Trento, aveva conseguito un master alla prestigiosa École des Hautes Études en Sciences Sociales e lavorava all’INED, l’Istituto nazionale di studi demografici francese.
La sua tesi di dottorato, “Uno o due figli?”, analizzava le differenze tra Italia e Francia nei tassi di natalità e nel ruolo delle donne nella società. Si interrogava sulle scelte di maternità, sul lavoro, sull’equilibrio tra famiglia e carriera. Temi concreti, legati alla vita, alla dignità, alla libertà personale.
La sua ricerca si è interrotta quella notte, ma è stata portata a termine dai colleghi, che hanno voluto pubblicarla postuma. Oggi, diverse borse di studio e premi universitari portano il suo nome, in Italia e in Francia.
La voce della madre
Luciana Milani, la madre di Valeria, non ha mai smesso di tornare a Parigi. «Era il posto dove Valeria viveva, dove aveva le sue relazioni più importanti», racconta. «Quando torno lì, la ritrovo».
Negli anni ha mantenuto un legame stretto con gli amici e i colleghi della figlia: «Quando si perde una persona, si rischia di perdere anche tutte le relazioni che passavano per lei. Con Valeria non è successo: abbiamo continuato a condividere ricordi, emozioni, momenti».
Il suo coraggio l’ha condotta a testa alta a partecipare anche al processo contro gli attentatori, iniziato nel 2021 e concluso nel 2022. In un’aula speciale costruita per accogliere le oltre 1.800 parti civili, prese la parola con la calma e la forza che la contraddistinguono.
«Per loro questi morti non sono persone, ma simboli di ciò che odiano», ha detto rivolgendosi agli imputati. «Ma noi non permetteremo che diventino solo questo».
Dieci anni dopo
Sono passati dieci anni, ma la ferita resta viva. Ogni 13 novembre, Parigi si ferma per ricordare le vittime del 2015. Nella capitale francese, Valeria Solesin e tutte le altre 131 vittime sono ricordate come simbolo di una generazione europea che credeva nel sapere e nella libertà.
A Venezia, sua città natale, una targa e una borsa di studio perpetuano la sua memoria. Ma il ricordo più autentico vive nelle parole della madre: «Mi manca tutto di lei. Mi manca la sua ironia, la nostra complicità. Era pungente, intelligente, curiosa. Mi ha lasciato una lezione di vita che non voglio dimenticare».
Il nome di Valeria Solesin è oggi sinonimo di impegno civile e di dialogo. In sua memoria, continuano a nascere progetti dedicati alle donne, ai giovani ricercatori e alla cooperazione internazionale.
La sua storia è quella di una generazione cresciuta nell’idea che l’Europa fosse a tutti gli effetti una casa comune, dove studiare, viaggiare, costruire un futuro. Una generazione che, quella notte, ha visto crollare la propria sicurezza ma non i propri valori.
A dieci anni di distanza, il ricordo di Valeria e delle altre 131 vittime del 13 novembre continua a chiedere giustizia e consapevolezza. Perché il male si può riconoscere, ma solo la memoria può impedirgli di tornare. E come scriveva Robert Schuman, padre fondatore dell’Europa: «La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano». Ripartiamo da qui, dalla creatività dirompente delle nuove generazioni europee per incamminarci tutti verso orizzonti di pace. Sia questo anniversario l’occasione per ribadirlo a gran voce.
Riproduzione riservata © il Nord Est

