Meno giovani, più iscritti fuori sede: a Nord Est si apre la partita strategica degli studentati

Contro il calo delle nascite, gli alloggi per gli iscritti diventeranno decisivi per garantire la tenuta economica degli atenei: la sfida si giocherà sulla capacità di attrarre matricole

Gianpiero Della ZuannaGianpiero Della Zuanna
Il cantiere dello studentato in viale della Pace a Padova
Il cantiere dello studentato in viale della Pace a Padova

Nelle città del Veneto e del Friuli Venezia Giulia stanno sorgendo o si stanno ristrutturando numerosi studentati, edifici destinati a ospitare studenti universitari fuori sede. Il fenomeno sta suscitando un ampio dibattito, che si sta infiammando anche in vista dei prossimi appuntamenti amministrativi. Per comprendere bene la posta in gioco, bisogna partire dalla demografia presente e futura della popolazione universitaria.

Gli studenti che frequentano le università statali del Veneto e del Friuli Venezia Giulia sono poco meno di 155 mila, cui bisogna aggiungere qualche migliaio di persone impegnate in dottorati di ricerca, assegni e borse di ricerca¸ e i ricercatori a tempo determinato, nelle prime fasi della loro carriera.

In complesso, oggi nelle nostre due regioni sono 200 mila i giovani che gravitano sulle università (ultimi dati disponibili sul sito del Ministero, per il 2024-25). Gli immatricolati per la prima volta (lauree triennali o a ciclo unico) nelle due regioni sono stati quasi 30 mila.

Un numero alto e crescente di questi sono studenti internazionali, che hanno conseguito un titolo di scuola superiore all’estero: un migliaio di matricole in Veneto, cinquecento in Fvg, molti dei quali – a Gorizia e Trieste – provengono da Croazia e Slovenia.

Parabola discendente

Se non si fa nulla, questi numeri sono fatalmente destinati a diminuire. Nel 2026 in Veneto e Fvg i giovani diciannovenni residenti – le potenziali matricole – sono 60 mila. Se non ci saranno migrazioni, il forte calo delle nascite, iniziato nel 2008, ridurrà nei prossimi vent’anni i diciannovenni a 56 mila nel 2031, 48 mila nel 2036, 42 mila nel 2041, 36 mila nel 2046. Le immigrazioni di bambini e adolescenti potranno alzare un po’ questi numeri, ma realisticamente non di molto.

Il ridimensionamento della popolazione studentesca avrebbe pesanti effetti socio-economici sulle città universitarie del Veneto e del Fvg. Il “fatturato” delle università statali del Veneto e Fvg supera oggi i due miliardi di euro (0,8% del Pil delle due regioni), di cui un miliardo nella sola Università di Padova, attiva anche a Vicenza, Treviso, Rovigo e in altri centri della regione.

Questa cifra è legata a doppio filo al numero di studenti, che contribuiscono con le tasse di iscrizione (da due a tremila euro l’anno a testa) e che determinano larga parte del Fondo di Finanziamento Ordinario erogato dal Ministero.

Se il numero di studenti calasse con lo stesso ritmo del numero dei diciannovenni, nel giro di vent’anni queste cifre verrebbero quasi dimezzate, e con loro tutta l’economia che ruota attorno all’università. Per non parlare della perdita di vitalità dei centri storici, oggi garantita anche dalla presenza di questi giovani.

Contro il declino

Se si vuole evitare un forte declino dei numeri delle università venete, friulane e giuliane, sono quindi necessarie politiche di ampio respiro, concertate fra Comuni, Regioni e Università, per attrarre studenti dalle altre regioni italiane e dall’estero, per trattenere nelle nostre due regioni gli studenti residenti, per aumentare la proporzione di giovani che si iscrivono ai corsi universitari.

Le università stanno facendo la loro parte: istituendo un numero sempre crescente di corsi di studio integralmente in inglese (peraltro utili anche per gli studenti italiani), potenziando gli uffici che assistono gli studenti internazionali, incrementando la cooperazione con università straniere, organizzando gli orari delle lezioni per favorire gli studenti fuori sede, erogando parte della didattica on-line, istituendo nuovi corsi di studio triennali e magistrali al passo con i tempi.

Le università del Veneto e del Fvg sono ai vertici delle classifiche italiane per ricerca, didattica, contaminazione con la società, rapporto con il mondo del lavoro. Inoltre, in un quadro internazionale, le tasse universitarie per gli studenti stranieri sono particolarmente contenute.

Ma tutto ciò non basta: per decidere se e dove iscriversi, una potenziale matricola guarda anche ai costi degli alloggi e degli spostamenti. Solo una minoranza dei 200 mila giovani che gravitano attorno alle università del Veneto e del Fvg vive in famiglia, nella città dove frequenta gli studi.

Buona parte di loro sono pendolari giornalieri, fiumi di giovani che ogni mattina scorrono dalle stazioni dei treni o dei bus verso gli istituti universitari, e la sera fanno il percorso inverso. Molti altri dormono a Padova, Verona, Venezia, Udine, Trieste e nelle altre città in cui si tengono i corsi. Questo pendolarismo “lungo” è particolarmente accentuato per gli studenti magistrali, i dottorandi e i giovani ricercatori.

Da questo quadro d’insieme scaturisce la necessità di rendere disponibili nuovi posti per studenti e ricercatori universitari fuori sede.

Le soluzioni possono essere diverse. In primo luogo, vanno utilizzate al meglio le strutture già esistenti, anche per ridurre al minimo il consumo di suolo: ad esempio, grazie ai fondi Pnrr, l’Esu (Ente Regionale per il Diritto allo Studio) sta ristrutturando il Seminario dei Padri Comboniani in centro a Padova, garantendo 109 nuovi posti pubblici a prezzi ridotti; sempre a Padova, il Comune sta sperimentando con successo forme di coabitazione fra anziani soli e studenti universitari; infine, vanno sostenuti e rilanciati i collegi universitari già esistenti, che spesso offrono posti letto a prezzi contenuti, spesso coinvolgendo gli studenti nella gestione alberghiera.

Tuttavia, sono indispensabili anche nuovi studentati, pubblici e privati, ben inseriti nell’urbanistica cittadina, che offrano ai fuori sede un’ampia scelta di situazioni abitative modulate sulle diverse disponibilità economiche degli studenti e delle loro famiglie, come accade nelle grandi città universitarie europee.

Su questo siamo in ritardo, come ha detto la rettrice di Padova, Daniela Mapelli, in una recente intervista.

L’esempio di Rubano

Sarebbe anche importante avere nuovi studentati nei comuni attorno alle città, in luoghi ben collegati con treni, bus, tram e piste ciclabili. Un buon esempio è il Comune di Rubano, dove è in ristrutturazione l’hotel El Rustego, grazie anche al finanziamento Pnrr, che garantirà un centinaio di posti per studenti, un quarto dei quali gestiti dall’Esu a prezzi calmierati.

L’hotel è sulla nuova linea di tram che dall’anno prossimo collegherà, in un quarto d’ora, Rubano con il centro di Padova. Quante di queste operazioni sarebbero possibili attorno alle città universitarie del Veneto e del Fvg?

I nuovi studentati garantirebbero vantaggi anche ai residenti. Gli studenti sono un ottimo cliente per gli appartamenti privati, specialmente perché offrono tempi certi di contratto: un loro incremento entrerebbe certamente in conflitto con altri utenti potenziali.

I nuovi studentati potrebbero quindi alleviare la saturazione del mercato degli affitti urbani, già oggi inarrivabile per molti giovani lavoratori e molte giovani coppie. Inoltre, come già ricordato, gli universitari contribuiscono in modo essenziale alla vitalità socio-economica dei nostri centri storici.

Insomma, se ben programmati e ben gestiti, gli studentati possono attrarre studenti verso le città del Veneto e del Friuli Venezia Giulia, alleviando il calo demografico degli studenti residenti, e il parallelo declino di tutto il mondo che ruota attorno alle università.

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