Venezia, la cultura e i rapporti con Mosca: il singolare caso del maggio 1987
Non c’è confronto con la Russia di oggi ma non c’era confronto neanche allora tra i mondi separati dalla cortina di ferro, misurandolo dal tenore di vita degli abitanti

«Quando sento parlare di cultura la mano mi corre al revolver», diceva Herman Goering, gerarca nazista, numero due di Hitler. In Italia avevamo il Minculpop, il Ministero della cultura popolare, dove la pensavano allo stesso modo. Ha un bel dire il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, nel suo appassionato discorso prima dell’inaugurazione, che la mostra di Venezia «pratica la libertà non la propaganda».
Proprio perché la cultura e l’arte esigono libertà di espressione finiscono per disturbare il manovratore. Succede anche nelle nostre democrazie. La destra al governo che in Italia vuole mettere fine alla presunta egemonia culturale della sinistra sta scoprendo quello che la sinistra conosce da tempo, cioè che oltre agli intellettuali organici ci sono anche i dissidenti e magari, come nel caso di Buttafuoco, sono anche più bravi.
A chi contesta la presenza della Russia alla Biennale andrebbe ricordato che il 13 maggio 1987, con la cortina di ferro ancora imperante, il muro di Berlino saldamente in piedi e i gulag sempre in funzione nell’Urss, il Consiglio regionale del Veneto era a Mosca per un’operazione culturale anticipatrice di quella di Buttafuoco oggi: portare a Venezia una mostra sulle più importanti scoperte fatte dall’archeologia russa dalla rivoluzione d’ottobre in poi. A nessuno venne in mente di sostenere che in quel modo si dava legittimità a un governo che dal 1917 reprimeva il dissenso e spediva ai lavori forzati, ma anche all’altro mondo, gli oppositori.
L’accordo con il governo sovietico venne firmato dal presidente del Consiglio regionale Francesco Guidolin e dall’assessore Maurizio Creuso, la mostra fu inaugurata a Palazzo Ducale il 18 settembre 1987 (“Tesori d’Eurasia, 2000 anni di storia in 70 anni di archeologia sovietica”) e rimase aperta fino alla fine dell’anno.
Di quell’accordo con la Russia resta il valore di anticipazione che ebbe, il resto sono ricordi di un mondo che non c’è più. Non c’è confronto con la Russia di oggi ma non c’era confronto neanche allora tra i mondi separati dalla cortina di ferro, misurandolo dal tenore di vita degli abitanti.
Nella capitale del socialismo reale la delegazione veneta toccò con mano la differenza. I prodotti di prima necessità erano razionati: i negozi ne erano sprovvisti, si trovavano solo nei berioska, i negozi per turisti, dove si poteva comprare di tutto pagando con qualunque moneta, escluso il rublo. I tassisti abusivi, Mosca ne era piena, quando trasportavano turisti stranieri si fermavano davanti ai berioztka e chiedevano di fare acquisti per loro. Francesco Guidolin raccontava che qualche anno prima, in una precedente visita a Mosca, era uscito dall’albergo per una passeggiata con un vestito scuro e c’era gente che voleva comprarglielo a tutti i costi.
Nei grandi magazzini Gum della Piazza Rossa le cassiere battevano il conto con il pallottoliere ad una velocità sorprendente. Sui banconi in vendita erano arrivate le calze di nylon da donna, i primi esemplari che entravano in Unione sovietica, ma poche donne ne facevano uso. In giro si vedevano quasi esclusivamente calzini alla caviglia e gambe scoperte (e non depilate).
L’eleganza femminile stile occidentale era ai nastri di partenza. Si poteva pagare in rubli ma i prezzi erano gli stessi dei beriotzka, alti per un russo. Lo stipendio di un impiegato andava da 80 a 120 rubli al mese, oggi corrisponderebbero ad un valore d’acquisto tra 200 e 300 euro. Con 5 copechi, 5 centesimi di rublo, si poteva girare tutta Mosca in filovia, su bus un po’ scassati per la verità. ma per un paio di scarpe serviva metà stipendio.
Chi non mangiava nelle mense universitarie o in quelle delle fabbriche doveva adattarsi alle poche cose che trovava nei gastronom, i negozi di Stato. Le patate, genere tra i più consumati, erano appena passate da 10 a 26 kopeki al chilo, d’improvviso e senza spiegazioni, scatenando un’ondata di proteste.
Capitò di passare davanti al palazzo del Kgb e l’interprete raccontò la battuta che girava a Mosca: si diceva che era il palazzo più alto della città anche se aveva solo 8 piani, perché dai tetti si vedeva la Siberia. Nel 1987 i reati di opinione in Urss costavano ancora il carcere, anche se il Cremlino aveva annunciato una modifica del codice penale. Andrei Sacharov, fisico nucleare e personalità di spicco del dissenso, era appena tornato libero dopo quasi 7 anni passati al confino.

L’albergo che ospitava la delegazione veneta traboccava di giapponesi a caccia di contratti, negli ascensori si sentiva parlare anche italiano, veneto e friulano. La Russia stava diventando terra di conquista. Era il terzo anno di governo di Gorbaciov che aveva lanciato le riforme della perestrojka. Puntava a dare una scossa al Paese, a introdurre il principio della meritocrazia che facesse marciare in modo diverso la struttura portante dell’Unione Sovietica. Ma dopo settant’anni che si predicava il contrario era una parola: un taxista che faceva quattro corse guadagnava quanto uno che ne faceva due, a meno che non fosse abusivo; un cameriere efficiente ai tavoli veniva pagato quanto quello che si imboscava nei corridoi del ristorante di Stato, al punto che toccava ai clienti andarlo a cercare.
Come capitò alla delegazione veneta, ci dovette pensare l’assessore Creuso altrimenti eravamo ancora là. Nell’economia sovietica lo stipendio era diventato una variabile indipendente dal lavoro. Lo Stato sovvenzionava i kolkhoz, le aziende agricole collettivizzate, acquistando i prodotti ad un prezzo superiore rispetto a quello di vendita dello stesso prodotto sul mercato per garantire a tutti la possibilità di acquisto. Ma la voce “sovvenzioni” stava affondando il Paese.
Era ancora in corso la guerra in Afghanistan, per evitare il fronte i giovani sovietici le provavano tutte, perfino farsi registrare con un nome di donna. Era possibile perché le liste di leva venivano compilate dalla direzione del posto di lavoro o da quella delle scuole. Bastava corrompere chi le redigeva e il gioco era fatto. La Pravda denunciava che il fenomeno degli «imboscati» aveva raggiunto «cifre incredibili».
La sede della Rai era in una zona decentrata della città, l’operatore aspettava da anni che dall’Italia si decidessero a mandare una telecamera. Nel frattempo si arrangiava con la cinepresa. I vetri dell’ufficio erano coperti da gigantografie di Mosca, servivano da sfondo per le riprese come se il giornalista fosse stato realmente sul posto (!). Andarci davvero era troppo scomodo e dispendioso per la distanza e i mezzi a disposizione.
Il corrispondente Antonio Natoli era appena rientrato da Kiev dove era corso per verificare le condizioni di Sergio Zavoli, rimasto coinvolto in un incidente stradale. Zavoli era a Kiev per un’inchiesta su Cernobyl, l’avevano ricoverato con le gambe fratturate. La situazione della sanità sovietica, sosteneva il corrispondente della Rai, consigliava di trasferirlo senza esitazione in Italia. L’anno dopo Natoli sarebbe stato sostituito da Demetrio Volcic, che raccontò il crollo dell’Unione Sovietica fino al 1993. Chissà se con lui la Rai mandò finalmente anche la telecamera.
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