Un Fisco a doppia velocità: dipendenti e pensionati reggono il peso delle tasse

Con la ritenuta alla fonte, i non autonomi generano l’83% dell’imponibile Irpef

Marco ZatterinMarco Zatterin

I numeri cambiano, come i parlamenti e i governi; la sensazione di mungitura selettiva dei contribuenti italiani, no. Non è una questione di cifre, ma di tendenze consolidate e di disequilibri di sistema che, da soli, contribuiscono a spiegare perché una parte del Paese è più povera e cresce sotto il potenziale, mentre un’altra è più ricca e dinamica.

I lavoratori dipendenti e pensionati originano oltre l’83 per cento dell’imponibile Irpef nazionale (circa 200 miliardi). Sono entrate sicure. Il sistema, alla fine dei conti, tende a reggersi sul loro presente e sul loro passato. È lì che, per non sbagliare, l’Erario indirizza le sue gabelle, eque o meno che siano.

Il fenomeno è presto spiegato. I non autonomi hanno una ritenuta alla fonte automatica, non godono di ottimizzazione né di scelta, versano l’aliquota piena sul reddito intero. Pagano e basta. Oltretutto, il cuneo fiscale sul lavoratore medio (la differenza tra il costo totale del lavoro lordo per il datore e lo stipendio netto del dipendente) è del 45,1 per cento contro la media Ocse, cioè i paesi maggiormente industrializzati, del 41,5 per cento.

La differenza

Sono tre punti e mezzo di differenza che potrebbero giustificare la speranza di servizi pubblici più proporzionati e generosi che si infrange con una spesa pubblica in sanità e istruzione, per dirne solo due, che non risulta adeguata alle aspettative. Provate ad esempio a prenotare una vista antalgica (con anestesista) per una iniezione peridurale di analgesico in un capoluogo del Nord Ovest e scoprirete che è necessario attendere sino alla prossima primavera.

La disparità non è frutto del caso. In Italia la strategia normativa ha creato una classica situazione da doppio binario, uno progressivo (l’Irpef) e uno no (gli autonomi e chi vive di rendita).

Per questi ultimi, il beneficio finanziario è incatenato a una ritenuta secca del 26% che estingue l’obbligo senza confluire nell’Irpef, aliquota che scende al 12,5% se legata all’emissione di titoli di Stato destinati a finanziare un debito pubblico più grande che produttivo. I ricavati da affitti e locazioni hanno pure la possibilità di una cedolare secca, mentre le partite Iva che producono meno di 85mila euro accedono ad un regime forfettario del 15%.

Dov’è il problema? Se siete dipendenti dovete vedervela con un 35% marginale, se non lo siete potete cavarvela con forfait del 15 per cento (la flat tax). In altre parole, a capacità contributive analoghe corrisponde un prelievo differente.

Ovvero, se su uno stesso pianerottolo abitano un insegnante e un libero professionista da 40 mila euro l’anno, il primo ne sborsa almeno 13 mila in tasse, l’altro ha un saldo di circa la metà, senza contare le detrazioni. Un’altra prova? Le osservazioni del Centro Einaudi ricordano che in Italia la rendita genera solo l’1% del gettito Irpef progressivo, contro una media Ocse del 9%. Il sospetto che la violazione dell’equità orizzontale sia strutturale appare evidente.

Erosione invisibile

Le detrazioni, si diceva. Sono una erosione invisibile. La stessa fonte invita a riflettere sul fatto che le agevolazioni fiscali nel 2025 hanno sfiorato i 120 miliardi, cioè il 5,8% del Pil e l’11,4% del gettito totale. Messe tutte insieme formano un’armata di 575 misure stratificate senza stima preventiva, col risultato di restringere la base imponibile e costringere ad imporre aliquote nominali più alte. La conseguenza è che spesso a beneficiarne sono i redditi alti, abili nella pianificazione, circostanza che inverte la progressività dell’imposizione anziché sostenerla.

È il frutto di un sistema articolato nel quale spuntano robuste le piante dell’evasione: lo dimostra l’indice della mancata contribuzione dell’Iva che sfiora l’11 per cento, più del doppio della media Ue. Giorno dopo giorno, lo Stato arretra in presenza della difficoltà di vigilare su un sistema fondato su regimi, soglie ed eccezioni. La complessità, viene stimato dagli economisti, è stata alimentata del tentativo di combattere il “nero”. In pratica, ha finito per agevolarla (80-90 miliardi l’anno).

Il grande puzzle

Sono decenni che si annuncia la revisione del grande puzzle fiscale. E sono decenni che ogni cura crea i presupposti per peggiorare il malanno. «Riformare significa toccare elettorati e corporazioni, soprattutto dove il pubblico è ammortizzatore sociale, come in parte del Mezzogiorno», si nota. Si arriva a tassare di più quando si dovrebbe tassare meglio. Come? Allargando la base progressiva, coordinando i regimi sostitutivi, ripensando le agevolazioni, verificando dove la presenza pubblica crea valore e dove solo rendita (che andrebbe limata).

L’Unione europea suggerisce da sempre di alzare le tasse indirette (Iva etc.) e ridurre le dirette che limitano consumi e investimenti. Non è successo e non sta succedendo. Alla prova dei fatti il Fisco si ritrova a penalizzare la crescita e a sostenere la rendita più dei profitti, e non sorprende che il Pil sia flaccido dall’inizio del secolo.

Così, nel dubbio, lo Stato si fa più ingordo. La pressione fiscale media nel 2025 (fonte Upb) è salita al 42,7 per cento, il livello più alto dal 2015 (42,9%). E se i cittadini smettono di avere fiducia nello Stato ogni volta che si ricordano di essere contribuenti alla fine diventa dura cercare di contraddirli.

 

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