Caso Fenice, Venezi licenziata replica a Colabianchi: mi dovete una spiegazione
La direttrice d’orchestra prende atto della decisione del sovrintendente: «Mai sono mancata di rispetto ai lavoratori di nessun teatro, a differenza di quanto invece ho ricevuto dai lavoratori della Fenice, che mi hanno diffamata e bullizzata»

«Il mio è il successo di una ragazza di provincia che si è fatta da sola. E questo non piace alla casta». Altro che partita chiusa: Beatrice Venezi, sullo stralcio della sua collaborazione con la Fenice – come annunciato domenica dal sovrintendente Nicola Colabianchi in una nota, con l’appoggio del ministro alla Cultura Alessandro Giuli– non ci sta.
E si fa sentire, attraverso una nota di fuoco diffusa nel tardo pomeriggio di ieri, 27 aprile. «Prendo atto della dichiarazione del sovrintendente Nicola Colabianchi e della decisione della Fondazione Teatro La Fenice, che andrà comunque chiarita nelle motivazioni e a cui si dovrà rispondere in modo opportuno».
Si va per vie legali?
Gelo. Ma anche una scelta di parole che lascia intendere che il suo prossimo passo potrebbe anche essere quello di passare alle vie legali. «Mai sono mancata e mai mancherò di rispetto ai lavoratori di nessun teatro, a differenza di quanto ho ricevuto dai lavoratori de La Fenice negli ultimi otto mesi, che mi hanno costantemente e sistematicamente diffamata, calunniata, offesa e bullizzata», le parole scelte da Venezi e che puntano il dito alla diffamazione. D’altronde, la direttrice d’orchestra ancora a ottobre 2025 – di fronte a quelle che ha ritenuto affermazioni offensive nei suoi confronti – si era affidata a un avvocato. Non uno qualsiasi: Giulia Bongiorno.
Ma la guerra a distanza delle note (scordiamoci quelle musicali) mostra un campo di battaglia sul quale Venezi, che sarebbe dovuta entrare alla Fenice come direttrice musicale da ottobre, non vuole arrendersi. Rilancia, piccata per le modalità con cui ha saputo che il suo rapporto è stato interrotto ancora prima di prendere forma: lo avrebbe appreso prima dalla stampa, poi «ha ricevuto una lettera formale di risoluzione della nomina. Si astiene da ogni commento sull’eleganza della forma».

«Danneggiata la mia immagine»
Alza il tiro, stigmatizzando il modus operandi di orchestra e coro della Fenice, che hanno avuto «l’intento dichiarato di danneggiare la mia immagine professionale e conseguentemente la mia carriera». E ancora: «In Italia essere giovane è un handicap, e poi donna un aggravante». Un altro terremoto, con ben altro magnitudo rispetto alle dichiarazioni rilasciate qualche giorno fa al quotidiano argentino La Nacion (lei è direttrice ospite al Colon di Buenos Aires), in cui aveva affermato di non aver padrini, «E questa è un’orchestra dove le posizioni si tramandano di padre in figlio». Dichiarazioni che avrebbero, dice, «dovuto essere lette nel contesto dell’intervista e non distorte e strumentalizzate».
La posizione di Colabianchi
E Colabianchi? Prima della nota diluvio di Venezi, ha dichiarato ai microfoni che premere quel pulsante reset «mi è costato, perché non era previsto». E ha aggiunto: «Ha fatto dichiarazioni che non potevo pensare che volesse reiterare e questo ha determinato una decisione definitiva».
Nella mattinata di ieri, invece, si sono levati gli scudi della premier Giorgia Meloni e (per la seconda volta) del ministro alla Cultura Alessandro Giuli. Rispetto alla bacchetta portata fino a ieri in palmo di mano da Fratelli d’Italia, Palazzo Chigi ha smentito la ricostruzione del Corriere della Sera che vedeva un suo ruolo diretto della premier nella rottura del teatro di campo San Fantin con Venezi.
«Il Presidente del Consiglio non è stato coinvolto in alcun modo sul tema e quindi non avrebbe potuto dare alcun “via libera”», la presa di distanza.
Il ministro Giuli
A stretto giro, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha confermato quanto espresso da Palazzo Chigi «a proposito della libera e autonoma scelta del sovrintende della Fondazione Teatro La Fenice, Nicola Colabianchi, in relazione al licenziamento di Beatrice Venezi. Si tratta a tutti gli effetti di un atto insindacabile, pur condiviso appieno dal ministro, sul quale il Governo non avrebbe potuto avere e in generale non intende avere alcuna facoltà di condizionamento».
Il Pd
Il Pd alza la mano: «Il continuo rimarcare che il licenziamento sia una scelta autonoma del sovrintendente ha tutto il sapore di una excusatio non petita (scusa non richiesta, ndr)», afferma Irene Manzi, capogruppo Pd in commissione cultura della Camera, «dopo le dichiarazioni della stessa Venezi, è evidente che questa vicenda e' tutt'altro che chiusa e va chiarita fino in fondo, anche nelle sue conseguenze. Noi non accetteremo che venga sprecato neanche un solo euro di risorse pubbliche».
Il futuro direttore
Un polverone in cui, tra l’altro, si pone anche il tema del se e come ci sarà un direttore musicale alla Fenice. «Non è una figura obbligatoria, non è urgente procedere», dice Colabianchi. C’è anche il fronte aperto sullo stesso Colabianchi: la Rsu è pronta a richiamare i lavoratori in assemblea, visto che non è venuta meno la richiesta di dimissioni. E - altra variabile - sono le elezioni: il sindaco di Venezia, da statuto, diventa presidente della Fondazione o può nominare una persona a sua scelta. La revoca di un sovrintendente, invece, viene fatta dal Mic, su proposta del consiglio di indirizzo, «qualora sussistano fondati e gravi motivi». L’affaire Venezi continua.
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