Il peso del caldo sull’economia: conto da 147 miliardi di dollari
Da qui al 2030 per l’Italia viene stimato un conto che vale 10 punti di Pil. Il meteo estremo inciderà sull’occupazione e aumenterà l’inflazione. Intanto la politica non decide e a pagare saranno i cittadini e le aziende

L’ammonimento di Shakespeare è che “nei giorni di calura, il sangue fa il matto e bolle più del necessario”. Le relazioni si aggrovigliano, crescono stress e fatica, ed è solo l’inizio. La temperatura rovente è un concreto fattore recessivo perché riduce l’attività di imprese e servizi, gonfia i costi, spinge l’inflazione, fiacca gli investimenti e le loro aspettative, comprime la produttività e, alla fine, innesca una funesta spirale negativa capace di autoalimentarsi.
La ricerca
Uno studio di Oxford Economics rivela che, a politiche immutate, di qui al 2030 il grande caldo e le relative catastrofi naturali costeranno 147 miliardi di dollari al sistema Italia (240 alla Francia, 120 alla Spagna).
Un conto immenso, quasi 10 punti di Pil che si sommano allo 0,5 per cento annuo di deficit pubblico aggiuntivo che, assicurano gli esperti, graverà sulle casse della Repubblica se non ci saranno variazioni di tendenza, globali e no, prospettiva sulla quale nessun esperto ragionevole scommette un centesimo.
L’evoluzione
La realtà è che combattiamo un’estate invincibile e la rumorosa minoranza convinta che il riscaldamento climatico sia la fastidiosa curva di un ciclo naturale e non una conseguenza di comportamenti umani.
Secondo Copernicus, il programma Ue di osservazione della Terra, tra il dopoguerra e oggi in Europa la temperatura si è elevata di circa 2 gradi centigradi. Nello stesso periodo la rilevazione media globale è aumentata di circa 1,4 gradi, come dire che noi corriamo più degli altri, soprattutto nelle città.
Una mappa delle temperature diffusa dai comuni di Bruxelles – rosso il più caldo, azzurro il più fresco – raccontava appena ieri che basta uscire dal Ring per tornare a respirare un poco. Succede in tutte le città, non solo nella capitale belga. E siamo stati noi umani, antropizzatori senza gloria.
I numeri
In attesa che i governi decidano a livello globale che vale la pena di investire insieme e seriamente in forme di energia pulite e alternative a carbone e idrocarburi, possiamo cercare consapevolezza nei numeri. Dice l’Agenzia Ue per l’ambiente che dal 1980 al 2024 le perdite economiche dirette degli eventi causati da meteorologie estreme sono state di 822 miliardi, un quarto negli ultimi quattro anni.
L’Europa ha usato il relativamente magro bilancio per metterci una pezza – dal 2002 il Fondo di solidarietà ha erogato 11 miliardi per 148 disastri – mentre il resto del conto è rimasto sulle spalle delle capitali. Come fare a pagare le sciagure che verranno? Semplice, ribatte un rapporto del think tank Bruegel: non lo faremo, perché non ci sono i soldi e i conti pubblici sono sotto pressione, guarda caso proprio nei Paesi più colpiti dalla canicola, ovvero Francia, Italia e Spagna.
Produttività e consumi
Un rapporto Allianz snocciola dati inquietanti. Si scopre che ogni grado in più di temperatura media costa il 3 per cento in termini di produttività perché si lavora peggio o si tagliano gli orari a causa dell’afa. Una analoga variazione termica, secondo la stessa analisi, rincara di oltre un punto i consumi energetici, dunque i costi per famiglie e imprese. È una incandescente tempesta perfetta.
Le aziende (e i cittadini) spendono di più in un contesto in cui i ricavi diminuiscono o si fanno più incerti, mentre l’ondata colpisce anche dal basso.
Avverte la Bce nell’ultimo bollettino mensile: eventi estremi, e più in generale il dispiegarsi della crisi ambientale, potrebbero determinare incrementi dei prezzi dei beni alimentari superiori alle attese. Occhio a pomodori e zucchine, insomma. La stangata comincia a tavola.
Il cortocircuito
È dominante la convinzione di dover decarbonizzare l’economia e costruire scudi, a partire dalle polizze per le catastrofi (le ha solo il 3 per cento degli italiani), disincentivate dalla convinzione che, nel peggiore dei casi, comunque paga lo Stato.
Nei prossimi cinque anni, stima Allianz, il meteo fuori controllo consumerà in Italia un punto di occupazione e ne porterà due di inflazione. Bruegel auspica un «quadro integrato europeo per la resilienza climatica e la gestione del rischio».
Giusto, ma servono progetti e soldi, coi primi che non avanzano abbastanza e i secondi che non sono sufficienti. Quando si chiedono tasse di scopo, parte della politica spera nel miracolo più che cercare soluzioni. Nel frattempo il cittadino continuerà a pagare quello che Sylvie Goulard, politica ed economista francese, chiama “il costo del cinismo”. Si calcia la palla in tribuna e si fa troppo finta di niente. Però la colonnina di mercurio fa sul serio. E si sente.
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