Cacciari e i sindaci: «Una battaglia persa, nel mondo in guerra nessuno se li fila»
Il filosofo: «Siamo sull’orlo di una apocalisse, i Comuni senza soldi rischiano di essere un problema secondario. È cambiato il clima politico, è una débacle della cultura». E sulla spinta al cambiamento: «Schiacciata dal combinato disposto della Lega e del centralismo romano»

C’era una volta il “partito dei sindaci”. Era un altro mondo, anche se non sono trascorsi tanti anni da quando un gruppo nutrito di primi cittadini combattivi ha cercato di far capire che la risposta ai problemi della gente passava da un approccio federalista e non centralista. Oggi, come ha raccontato questo giornale, siamo di fronte a uno Stato che solo per rimanere agli ultimi 5 anni ha dimezzato le risorse a disposizione dei Comuni: solo per il Veneto da 771 milioni a 348. Altro che federalismo. È la pietra tombale sul ruolo e il peso dei sindaci? «I sindaci hanno perso, e non da oggi», dice Massimo Cacciari, che di quella sfida fu un fiero protagonista.
Perché?
«Ma perché il mondo è completamente cambiato, così come è cambiato il clima politico. Negli ultimi trent'anni si è trasformato profondamente il quadro nel quale si muovevano i sindaci. Sono scomparse forze politiche che esistevano allora, e soprattutto non siamo riusciti a costruire un soggetto capace di portare avanti una battaglia autenticamente federalista».
Eppure i partiti di allora sembravano ben più forti e strutturati di quelli di oggi. Non sarebbe una battaglia dall’esito più incerto?
«No. Le forze che sostenevano quell'impostazione sono state progressivamente schiacciate dal combinato disposto della Lega e del centralismo romano. È mancato un progetto politico in grado di dare continuità a quella stagione».
Amministratori di città diverse cercavano di costruire una voce comune, anche al di là degli schieramenti. Che cosa è rimasto di quell'esperienza?
«La sconfitta. La rovinosa sconfitta. Non siamo riusciti a trasformare quella spinta in una forza politica capace di incidere davvero sugli assetti dello Stato. Il problema era rimettere in discussione l'organizzazione del Paese, riconoscere un'autonomia effettiva ai territori e superare il centralismo. Ma non si è affermata una classe politica nazionale disposta a portare avanti questo disegno».
Quindi è una responsabilità “nazionale”?
«Non mi pare che, negli anni successivi, i principali dirigenti politici abbiano saputo raccogliere quella sfida. E nemmeno la società nel suo complesso. L’unico che aveva capito e interpretato quella esigenza è stato Giorgio Lago. Né Prodi né D'Alema, per fare solo due nomi a sinistra, sono riusciti a imprimere a questa questione la svolta necessaria. Il risultato è che il rapporto tra Stato e Comuni è rimasto segnato da uno squilibrio che non siamo stati capaci di correggere».
Eppure, proprio la debolezza dei Comuni dimostra che il centralismo non ha risolto i problemi. Perché non si è affermata una forza capace di contrastarlo?
«È questo il punto. Negli ultimi trent'anni non siamo riusciti a costruire una forza politica federalista sufficientemente solida. Le spinte autonomiste sono state progressivamente indebolite, mentre il centralismo ha continuato a prevalere. È mancato un progetto capace di tenere insieme l'autonomia dei territori e una riforma complessiva dello Stato».
Ma la crisi finanziaria dei Comuni non potrebbe riaprire la partita dell'autonomia?
«No, la considero una sconfitta definitiva. Anche ammesso che i sindaci si agitino, non sarebbero ascoltati da nessuno. Ma ci rendiamo conto che i pochi soldi che ci sono vengono spesi in armi? Ieri un generale della Nato ha detto tranquillamente che “siamo pronti a combattere”. È ovvio che i problemi si sono spostati su un altro piano».
Quale piano?
«Siamo di fronte a una situazione internazionale radicalmente diversa, a una crisi mondiale che rischia di assumere dimensioni apocalittiche. In questo quadro, la questione dei Comuni senza soldi risulta totalmente marginale. Non perché i problemi dei Comuni siano irrilevanti, ma perché il contesto nel quale dovrebbero essere affrontati è cambiato profondamente. Prima di discutere dell'autonomia locale, bisognerebbe capire se la politica internazionale sia ancora in grado di ritrovare un terreno di compromesso per evitare la catastrofe che ogni giorni di più sembra imminente».
Se i sindaci sono impotenti di fronte allo Stato nazionale, anche gli stati nazionali però sembrano formiche di fronte agli scenari che abbiamo di fronte a livello internazionale.
«E certo: oggi gli Stati europei sono penosi, mostrano tutta la loro debolezza. Gli Stati nazionali, presi singolarmente, non sono in grado di affrontare le grandi questioni internazionali, mentre le divisioni tra i governi stanno facendo a brandelli quel che resta dell'Unione europea».
Il problema, quindi, non riguarda soltanto i sindaci, ma la crisi della politica nel suo complesso?
«Non solo della politica, ma dell’intera società. Sarebbe bello che di fronte al discorso di quel generale tutti dicessero “fate tacere i folli”. È una débacle della cultura politica, e non è una questione di destra o sinistra: le divisioni sono identiche tra i due schieramenti. Finirà che la gente voterà per “simpatia”, senza sapere chi propone cosa».
Se la politica non riesce a elaborare una lettura condivisa delle grandi trasformazioni in corso, si può immaginare che possa trovare proprio nella questione delle autonomie locali la capacità di produrre una svolta?
«Appunto, non è immaginabile. Anche ammesso che i sindaci comprendano la portata dei problemi e vogliano mobilitarsi, non è detto che qualcuno sia disposto a prestare loro attenzione. Se le risorse sono poche e la politica nazionale è concentrata su altre questioni, le loro richieste resteranno senza risposta. Non basta che i sindaci denuncino la mancanza di risorse o chiedano maggiori poteri. Perché la loro voce abbia un peso, occorrerebbe una cultura politica capace di riconoscere nell'autonomia locale una questione decisiva per l'organizzazione democratica del Paese. Ed è proprio questa cultura che, negli ultimi decenni, ha perso».
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