Alberto Trentini denuncia le torture in Venezuela: esposto contro i vertici del carcere E Rodeo I

Il cooperante veneziano ha presentato un esposto alla Procura di Roma per denunciare la detenzione arbitraria e le torture che afferma di aver subito nel carcere di El Rodeo I

La redazione
Alberto Trentini con la madre
Alberto Trentini con la madre

Alberto Trentini, il cooperante veneziano rimasto detenuto per 423 giorni in Venezuela e liberato il 12 gennaio 2026, ha presentato a fine luglio, tramite la sua legale Alessandra Ballerini, un esposto alla Procura di Roma per denunciare la detenzione arbitraria e le torture che afferma di aver subito nel carcere di massima sicurezza di El Rodeo I, alle porte di Caracas.

Nell’atto, Trentini ricostruisce anche la catena di comando dell’istituto penitenziario, indicando nomi e ruoli dei presunti responsabili. La notizia emerge da un’intervista pubblicata oggi.

Il cooperante, che lavorava per l’organizzazione umanitaria Humanity & Inclusion, era stato arrestato il 15 novembre 2024 a un posto di blocco mentre viaggiava verso Guasdualito. Secondo il suo racconto, per settimane la famiglia non aveva avuto notizie sulla sua sorte e sulle ragioni dell’arresto. Trentini ha indicato nell’esposto i nomi dei due direttori che si sono succeduti alla guida di El Rodeo I, Carlos Enrique Rincones Serven e Alexander José Martínez Endeiza, entrambi ufficiali della Guardia nazionale bolivariana.

L'intervista al cooperante Alberto Trentini: "Pedine di scambio nella diplomazia degli ostaggi"

«Quello che ho subito ha un nome preciso: sparizione forzata e detenzione arbitraria», ha dichiarato Trentini al quotidiano La Repubblica, spiegando di essere stato «isolato dal mondo» e sottoposto a trattamenti che considera tortura. Il cooperante ha raccontato di aver trascorso i primi sei mesi in isolamento totale, tra celle anguste, assenza di contatti con l’esterno e promesse di liberazione che, a suo dire, venivano utilizzate per mantenerlo in una condizione di soggezione.

Trentini ha inoltre riferito che la ricostruzione delle responsabilità è stata possibile grazie al confronto con altri ex detenuti.

«La rete degli ex prigionieri serve anche a questo: a ricostruire quello che è accaduto e a identificare chi ne portava la responsabilità», ha spiegato. Il cooperante ha chiesto al ministero degli Esteri italiano il riconoscimento formale di quanto subito e ha annunciato che parteciperà al Parlamento europeo a un’iniziativa legislativa sui cittadini europei vittime di detenzione arbitraria all’estero.

Riproduzione riservata © il Nord Est