Dentro Camp Ederle per il 4 luglio: tra fuochi d’artificio e hamburger, qui resiste il sogno americano

Viaggio nella base Usa di Vicenza per il Giorno dell'Indipendenza. Tra bambini mascherati e le rassicurazioni del colonnello Strong: «La politica cambia, ma i militari non se ne vanno»

Federica ManzonFederica Manzon

«Mi chiamo John. John George Washington» e corre via con la sciabola al fianco, seguito da un Huckleberry Finn che sventola la bandiera americana, e un giovane marines con le stelle bianche disegnate sul viso e la pistola ad acqua. Hanno otto, forse dieci anni, questi bambini che scorrazzano sul prato di Camp Ederle, la base americana di Vicenza, in questa serata di festeggiamenti per il giorno dell’Indipendenza. Un concentrato dell’America como ci siamo dimenticati possa essere: con i denti bianchi e il sorriso estroverso, giovane, multirazziale, ottimista, facile.

Tutti parlano volentieri. Penelope è adolescente, arriva del Texas: «Qui mi colpiscono gli anziani» dice. «In America se ne stanno semplicemente seduti a non far niente, qui fanno un sacco di cose, salutari.» Talula arriva da San Diego, ha un figlio piccolo: «Qui è molto facile crescere un bambino, tutti sono gentili con te e non si aspettano che un bambino si comporti come un adulto». Theresa, Birkenstock di perline colorate e cappellino dei NY Yankees, vive da più di vent’anni a Vicenza, prima ha lavorato nelle basi di Aviano e in Germania, ora è in pensione: «Ho visto le cose cambiare» racconta. «Quando sono arrivata la prima volta nessuno amava gli americani, non ci volevano. Ma poi abbiamo imparato a conoscerci. Ora quando vado a fare la spesa la maggior parte della gente parla inglese, è più calorosa, ha capito che siamo qui per aiutare, diamo una mano all’economia». Poi lo sguardo corre verso il prato: «Qui è fantastico, però quest’anno avrei desiderato passare il 4 luglio a casa, a Washington».

Non dice di più, in questa giornata pare che tutti vogliano dimenticare le ombre del contesto internazionale. Il prato è zeppo di gazebo con organizzazioni di volontariato che vendono limonata o dolcetti colorati per raccogliere fondi. Come l’USO, dove lavora Paula, che assiste i militari, le loro famiglie, i veterani. «Offriamo servizi che vanno dall’uso del telefono, agli snack, ai pranzi, fino al supporto per le missioni operative. Insomma, per tutto ciò che riguarda il mondo militare, noi ci siamo».

La comunità è forte e si stringe attorno ai propri soldati.

Intanto il sole scende, il prato si riempie di passeggini, ragazzi che giocano a rugby, vassoi di hamburger, magliette con la bandiera americana e cappelli da cow-boy. Nemmeno un cappellino Maga, mi chiedo se li abbiano vietati. Dentro l’Arena si gioca a bowling.

Arriva il momento delle domande ufficiali. Si presta al difficile compito il colonnello Vaughn Strong. È di Chicago, dalla parte nord della città, precisa, è un tifoso dei Cubs, non dei White Sox. Il suo discorso mostra ottimismo e frasi concordate. E mentre il segretario alla guerra Hegseth sembra pronto a ritirare le truppe dall’Europa, lui commenta con saggezza: «A prescindere da ciò che a volte viene detto a livello politico, i militari fanno sempre una valutazione concreta della situazione. Talvolta ciò che viene detto a quel livello è diverso da ciò che poi accade nella realtà. Per quanto ci riguarda, in questo momento non stiamo andando da nessuna parte». Rassicura. In fondo è questo che ci ha regalato il sogno americano: fiducia e rassicurazione. Ma anche una cosa più importante: un sentimento nazionale positivo. Usciti dalle guerre mondiali abbiamo visto nell’american dream la possibilità di essere fieri della nazione senza ricorrere alla retorica nostalgica della Storia, che aveva insanguinato il Vecchio continente. Gli Stati Uniti ci regalavano la possibilità di un mito tutto proiettato al futuro, dove il collante non era la storia né la rivoluzione, con suo inevitabile corollario di terrore, ma il sogno. Un sogno dai magnifici colori Disney.

«Credo che il sogno americano, inteso come la possibilità di diventare ciò che si vuole e di fare ciò che si desidera, esista ancora» continua Strong. «A volte, a seconda di chi governa, cambia il modo in cui questo viene comunicato. I nostri leader cambiano frequentemente. So che questo può essere frustrante per il resto del mondo. Ma è la nostra democrazia. Gli americani sono orgogliosi di essere americani. Credono nella libertà, nella democrazia e nella possibilità di offrirle al mondo». Gli chiedo se in questo momento si sentano benvenuti da noi: «Assolutamente sì. Io guardo alla NATO e all’Europa nel suo insieme. In fondo siamo un unico popolo, perché gli americani sono europei emigrati e persone provenienti da tutto il mondo. Questo è stato l’esperimento americano».

Le sue parole sono così belle che per un momento gli credo. Dimenico l’ICE, le politiche contro l’immigrazione, il classismo economico che divide il paese e viene benissimo esportato. Sogno l’America della mia infanzia, di Stand by me e del Letterman Show, di Bruce Springsteen e della frontiera. «Non esiste altro luogo al mondo con così tante culture e religioni come gli Stati Uniti» aggiunge. «Andiamo sempre d’accordo? No. Ma cerchiamo di convivere e lavorare insieme. Non possiamo sconfiggere i regimi totalitari se non restiamo uniti».

Guardo il ragazzo dal nome latino con il cappello dello zio Sam, il padre di colore che fa la fila per le patatine, il ragazzo con i bicipiti ultravitaminici abbracciato alla fidanzata e penso che è questa innocenza, questa spensierata fiducia nel futuro, questa mancanza di storia ad aver eletto Trump. Ma è tardi, il sole è tramontato, si spengono le luci su questo immenso campo da baseball, attaccano le note di God Bless the USA e la voce country di Lee Greenwood accompagna i primi fuochi. Non c’è niente di più bello, di più artificioso, di più infantile dei fuochi d’artificio. Niente di più americano. Guardiamo il cielo a bocca aperta. E poco importa l’odore di zolfo, i colpi dei fuochi che assomigliano tanto a quelli delle bombe. Qui nella base militare americana dove sono tutti giovani e belli, gli incubi vengono tenuti lontani. Per un momento guardiamo il cielo e ci pensiamo ancora illuminati dal sogno americano, felice e risplendente. Ma quando i fuochi finiscono e si alza il grido U.S.A.! U.S.A.! U.S.A.! qualcosa di tribale serpeggia nell’aria e ammonisce a non perdere di vista la nostra cara, forse meno sognante, ma affidabile Europa.

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