Il sopravvissuto alla strage sulla Marmolada: «Un boato feroce, il ghiaccio esploso, gli amici morti»

Il 3 luglio 2022 collassa un seracco e uccide 11 escursionisti. Riccardo Franchin era lì quando avvenne il tragico crollo: «Non posso dimenticare, mi sono salvato per pochi metri»

Francesco Dal Mas
Marmolada, ill uogo della tragedia
Marmolada, ill uogo della tragedia

«Quel boato non lo dimenticherò mai. Sembrava che esplodesse il ghiaccio. Ho fatto in tempo a realizzare che ci stava venendo addosso un vortice di ghiaccio, neve e roccia, mi sono scansato di pochi metri. E mi sono ritrovato vivo. Ho cercato i miei tre compagni di cordata, Nicolò Zavatta, Filippo Bari e Paolo Dani. Non li ho visti. Per la verità ero stordito anch’io».

Riccardo Franchin, vicentino, l’ingegnere sopravvissuto, ci parla dal Sasso Piatto, vicino alla grande croce della vetta a cui è aggrappato insieme ad Anna Zavatta, la sorella di Nicolò.

Riccardo Franchin
Riccardo Franchin

«Stiamo osservando in silenzio quel ghiacciaio. Ci siamo appena abbracciati, nell’affetto per Nicolò. Anna mi ha chiesto di portarla quassù, facendo la stessa ferrata che ho compiuto con suo fratello il 2 luglio di 4 anni fa, alla vigilia di quella tragedia».

La tragedia

Sono le ore 13.43 di quel maledetto 3 luglio 2022. Un boato lacera il silenzio della Marmolada. Collassa un seracco, a fianco di Punta Rocca, la seconda vetta della regina delle Dolomiti. Crollano 63.300 metri cubi di ghiaccio e roccia, equivalenti a un grattacielo di 30 piani che viene giù a 80 metri al secondo. Sono 11 gli alpinisti che vengono travolti e perdono la vita.

Il primo ghiacciaio

«Era la prima uscita su un ghiacciaio», racconta Franchin, «Stavamo attraversando il ghiacciaio per imparare, quindi non stavamo salendo, né tantomeno discendendo da punta Penia. Eravamo più in basso per imparare, dalla guida, come si affronta un ghiacciaio. Quindi ci trovavamo nelle condizioni di massima sicurezza, anche a distanza uno dall’altro. La giornata era bellissima. All’improvviso ho sentito quel rumore e ho iniziato a correre. La mia fortuna è stata quella di riuscire a spostarmi quel tanto che bastava, pochi metri, per non restare sotto il materiale. Sono comunque stato colpito da diversi massi e ho perso i sensi».

La commozione

Mentre racconta dai 2.969 metri di Sasso Piatto, Roberto, 33 anni, s’interrompe spesso, colto dalla commozione. La sorella di Nicolò lo ascolta compresa nel dolore.

«Anna mi ha pregato di portarla fin quassù, ancorché la ferrata non sia facile, per cercare di capire le emozioni che provava suo fratello osservando il ghiacciaio che avrebbe affrontato l’indomani per la prima volta».

Questa mattina, venredì 3 luglio, alle 9, nella chiesa di Alba di Canazei ci sarà la messa in suffragio. «Noi ci saremo. Io non ho mancato mai una volta, in questi 4 anni. E per rivivere gli amici, ritornerò sulla Marmolada più avanti, per rimettermi a parlare con Nicolò e gli altri amici nella profondità del silenzio, senza quel rumore di morte. Da cui non riesco a liberarmi».

Riccardo va spesso in montagna. Ci va in particolare con l’associazione “Un posto in cui tornare”, nata da un gruppo di ragazzi in memoria di Nicolò Zavatta.

L’obiettivo dell’associazione non è solo quello di ricordare Nicolò Zavatta e la tragedia ma anche diffondere un messaggio di consapevolezza e di sensibilizzazione verso l’ambiente, contrastando i cambiamenti climatici che stanno mettendo a rischio il futuro del ghiacciaio.

E non solo. Ammette che da queste parti non c’è ancora l’overtourism. Almeno sulle alte quote.

Il turismo e i sentieri

«Noi comunque scegliamo di proposito i sentieri e le mete alternative a quelle volgarizzate dai social». E accoglie, con soddisfazione, la notizia che a 4 anni dalla tragedia, la Provincia di Trento farà un radicale repulisti degli ex rifugi ed ex impianti di risalita che insozzano la regina delle Dolomiti.

Ma ancora più soddisfatto si dice degli studi delle Università di Padova, Parma e Trento che monitorano quanto resta del ghiacciaio per verificare se ha della resilienza.

E per quanto tempo. «A proposito, vedo che sulla cima deve essere nevicato di recente» ci fa sapere, con un sospiro di speranza. È così, l’altro pomeriggio, per 10 centimetri.

Sicurezza e prudenza

Ma, mentre siamo al telefono, ci scambiamo la notizia, appena arrivata, che mercoledì in Val de Contrin, sostanzialmente dietro la Marmolada, un temporale ha provocato una colata di fango e massi lungo un affluente del rio che porta allo stesso nome, interrompendo la strada forestale che conduce all'omonimo rifugio.

Si tratta peraltro di un fenomeno di dissesto idrogeologico tipico di quel contesto, e che periodicamente si manifesta in concomitanza di forti rovesci.

La piena ha trasportato materiale detritico e un masso di circa quattro metri di diametro, che ha ostruito la strada in prossimità dell'attraversamento del rio, isolando parzialmente il rifugio e la malga. «Questo ci porta a dire, da una parte, la prudenza con cui dobbiamo approcciarci alle terre alte, dall’altra il dovere di un costante monitoraggio», conclude.

 

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