Le angosce e le domande delle famiglie degli scomparsi: «Un team dedicato alle ricerche»

Impotenza, tormento, angoscia. C'è tutto questo nella quotidianità di chi non sa più nulla dei propri familiari. Sotto la Loggia dei Cavalieri a Treviso si intrecciano storie e testimonianze: «Non lasciateci soli»

Mattia Toffoletto
I familiari degli scomparsi intervenuti alla Loggia (fotofilm)
I familiari degli scomparsi intervenuti alla Loggia (fotofilm)

«Un corpo specializzato per le ricerche, formazione capillare fra le forze dell'ordine», l'appello dei familiari dei veneti scomparsi ospitati all'evento del gruppo Nem.

Trovano così la sintesi al racconto di un'esistenza segnata da domande senza risposta, punti interrogativi che ti martellano per anni, piste e rotte che non portano mai a una meta precisa. Impotenza, tormento, angoscia.

Ma anche la speranza come corda cui aggrapparsi. Sempre. C'è tutto questo nella quotidianità dei parenti degli scomparsi, di genitori e fratelli che non sanno più nulla dei propri familiari e non hanno idea del perché non si trovino più. Sotto la Loggia dei Cavalieri a Treviso, si intrecciano storie e testimonianze moderate da Rubina Bin, giornalista del Gruppo Nem.

Dall’alto in senso orario Emilia Michielin, Emanuele Servidati, Mariarosa Bottacin Angela Bonduan
Dall’alto in senso orario Emilia Michielin, Emanuele Servidati, Mariarosa Bottacin Angela Bonduan

La morte presunta

Si parla di burocrazia, della speranza che non muore mai, della dichiarazione di “morte presunta”. «A due anni dalla domanda è un inferno, non abbiamo nulla in mano», dichiara in tal senso Emilia Michielin, mamma di Marianna Cendron.

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La redazione
Gildo Claps durante l'intervista con Paolo Cagnan (fotofilm)

La riflessione è introdotta da Stefania Bonduan, figlia di Mario, pensionato di Dosson scomparso nel dicembre 2009, quando era in vacanza con la famiglia a San Candido in Val Pusteria: utilizza il sostantivo “nebbia” per raccontare la dimensione in cui è sprofondata da 17 anni.

Angela Bonduan, l'altra figlia di Mario, fruga nei pensieri: «Io lavoravo, ero a Padova, sono salita a Monguelfo l'indomani. Sembrava la polizia si fosse attivata subito, ma mi sono sentita sola: quello che doveva essere fatto, non era stato fatto. Lì è scattata la rabbia, non so dove abbiamo trovato la forza per andare avanti. Il rapporto con le forze dell'ordine è stato il problema principale, avevano giudicato il caso: “È un pensionato, si sarà suicidato”».

La fiammella è sempre accesa? «Nel primo periodo vai avanti e non ci pensi, la consapevolezza di avere una possibilità dà una carica importante. È andata avanti così per un anno. Poi non ci si siede mai, ma si comincia a metabolizzare: la vita deve andare avanti. Il problema è ripensare alla burocrazia, lenta e disorganizzata. E torna la rabbia. Oggi so che nelle ricerche si parte prima».

Il sentiero e le tracce

Emanuele Servidati è nipote di Mario Rasia, vicentino, scomparso nel giugno 2017: esperto escursionista vicentino, si trovava solo in vacanza a Recoaro.

L'ipotesi è che abbia intrapreso un sentiero e poi sia successo qualcosa. «Le ricerche sono partite subito e sono state imponenti, dopo quattro giorni abbiamo realizzato che lo zio fosse sparito», riflette Servidati, «mio zio stava bene, il medico aveva detto di cercare una persona di 60 anni e non di 85. Poi, a forza di interloquire, ho capito che eravamo soli. Quando ho conosciuto Penelope, era troppo tardi. Facevo su e giù da Recoaro, finché non mi hanno detto: lei non ci porta elementi, noi non ne abbiamo».

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Dopo i quattro giorni di ricerca, il nulla: «Capisco ci siano priorità rispetto alla scomparsa di una persona di 85 anni, ma non è stata trovata neppure una traccia. Perché devono fermarsi le ricerche? Perché non pensare ci sia un reato all'origine della scomparsa dello zio? Avevamo segnalato due auto che correvano quella sera... Mio zio era sordo, avevo portato quell'ipotesi all'attenzione».

Marianna: 10 giorni di buio

Emilia Michielin è mamma di Marianna Cendron, di cui si sono perse le tracce nel febbraio 2013: era a Castelfranco, andava dal fidanzato in bici dopo il turno di lavoro nella cucina del Golf Club.

Origini bulgare, adottata da bambina, aveva da poco compiuto 18 anni. «Ci sono state criticità, nel nostro caso le ricerche sono partite dopo 10 giorni. Le prime 24 ore sono fondamentali, dopo 10 giorni non si trova nessuno. Nel nostro caso regna il silenzio, speriamo qualcosa accada».

I tormenti prendono spazio: «Ti prende il senso di colpa, l'angoscia. Ci sono state più segnalazioni, la più convincente era di una farmacista di Ferrara l'anno dopo la sparizione di nostra figlia: c'erano coincidenze, il farmaco che prendeva, lo stesso nome Marianna. Purtroppo non c'erano telecamere. Questo ti fa pensare sia viva, io penso sempre sia viva. E se qualcuno l'ha investita quella sera e l'ha poi caricata? Non è mai stata trovata neppure la bici. La dichiarazione di morte presunta? Dopo due anni, non abbiamo nulla in mano».

Mariarosa Bottacin ricorda il fratello Michele, padovano, appassionato camminatore, padre missionario cappuccino in Angola: non si sa più nulla dal luglio 2022, si era dedicato a un'escursione sul monte Rite, a Cibiana di Cadore.

Tre anni fa, una segnalazione che sembra svolta: si trova uno smemorato, simile a padre Michele, ma è un agricoltore del Teramano. «La denuncia l'abbiamo fatta dopo due giorni, il soccorso alpino si è prodigato», ricorda Mariarosa, «ma non ho mai perso la speranza. Mio fratello diceva: va dove ti porta il cuore e sarai fregata per tutta la vita. Avevo chiesto i documenti ai frati a Padova, solo dopo anni abbiamo scoperto che il passaporto era scaduto. La morte presunta? La stiamo facendo, con grande dispiacere».

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