Clima, l’inerzia politica che surriscalda il pianeta

Il problema è che il clima agisce sul lungo periodo, mentre la politica continua a ragionare sulla prossima scadenza elettorale. È una pericolosa asimmetria temporale

Andrea Segrè
Il caldo torrido di fine giugno (Tibaldi)
Il caldo torrido di fine giugno (Tibaldi)

Prima il caldo, poi il gelo. Potrebbe sembrare una contraddizione, ma è esattamente il paradosso del nostro tempo. Nel mio climate thriller Gelo profondo. Una nuova era glaciale ho immaginato un futuro in cui l’uomo, nel tentativo di correggere il riscaldamento globale con una gigantesca manipolazione climatica, finisce per provocare l’effetto opposto. La narrativa può permettersi di estremizzare gli scenari. La realtà, invece, ci sta presentando un conto già abbastanza salato.

Mentre discutiamo se il cambiamento climatico esista davvero, le ondate di calore diventano sempre più lunghe, intense e frequenti. Continuare ad ascoltare i negazionisti significa ignorare decenni di evidenze scientifiche. Non è più un confronto tra opinioni: è un confronto tra fatti e pregiudizi. La politica dovrebbe avere il coraggio di dirlo con chiarezza.

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Le massime a Nordest in una giornata di fine giugno fonte: Meteo Network

Il vero problema è che il clima agisce sul lungo periodo, mentre la politica continua a ragionare sulla prossima scadenza elettorale. È una pericolosa asimmetria temporale. Le emissioni prodotte oggi influenzeranno la qualità della vita dei prossimi decenni, ma le decisioni vengono spesso rinviate perché i benefici non sono immediatamente misurabili nei sondaggi. Governare, invece, significa assumersi la responsabilità del futuro, non soltanto amministrare il presente.

Esiste poi un’altra illusione da sfatare: il cambiamento climatico non è democratico. Non colpisce tutti allo stesso modo. A soffrire maggiormente sono sempre le persone più fragili: gli anziani, i bambini, chi svolge lavori all'aperto, chi vive nelle periferie più densamente costruite, chi dispone di meno risorse economiche per difendersi dal caldo. La disuguaglianza climatica è ormai una delle principali forme di ingiustizia sociale.

È nelle città che questa disuguaglianza diventa più evidente. Oggi oltre la metà della popolazione mondiale vive in aree urbane e, entro il 2050, saranno circa sette persone su dieci. È nelle città che si giocherà gran parte della sfida climatica.

Per questo l’adattamento non può più essere considerato un costo, ma un investimento. L’inverdimento urbano rappresenta una delle misure più efficaci, semplici e immediatamente realizzabili. Piantare alberi, creare parchi, de-sigillare il suolo, realizzare tetti e pareti verdi, utilizzare materiali meno assorbenti per strade e piazze significa abbassare le temperature, migliorare la qualità dell’aria, ridurre i consumi energetici e proteggere la salute pubblica. Numerosi studi e varie ricerche dimostrano che la copertura arborea riduce sensibilmente l’effetto “isola di calore”, ma evidenziano anche un problema: i benefici sono distribuiti in modo diseguale e i quartieri più poveri sono spesso quelli con meno verde e temperature più elevate.

Non servono altre dichiarazioni solenni. Servono piani urbani che fissino obiettivi misurabili: più alberi, meno cemento, maggiore permeabilità del suolo, nuove aree ombreggiate nelle scuole, nelle piazze e lungo le strade. Ogni euro investito oggi nell’adattamento climatico eviterà costi sanitari, economici e sociali molto più elevati domani.

Il caldo estremo di queste settimane non è un incidente meteorologico. È un messaggio. E la politica dovrebbe imparare a leggerlo con la stessa attenzione con cui legge i risultati elettorali.

In Gelo profondo immagino un mondo che rischia di congelarsi per eccesso di arroganza tecnologica. La realtà ci mostra invece un pianeta che si surriscalda per eccesso di inerzia politica. Entrambi gli scenari nascono dalla stessa presunzione: credere di poter ignorare i limiti della natura.

La differenza è che il mio è un romanzo. Il caldo che stiamo vivendo, purtroppo, no.

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