Gli scienziati del clima alla politica: «Le isole di calore non si eliminano a parole»

Il team dell’università di Padova: «Le città non sono progettate per funzionare a lungo con temperature estreme: aumenta la domanda di condizionamento, cresce il carico sulla rete elettrica e si alza il rischio di black-out»

Lorenzo Borghero
Le massime a Nordest in una giornata di fine giugno fonte: Meteo Network

«Le temperature notturne di alcune zone del Nordest sono simili a quelle del Deserto di Sonora, dove mi trovo ora». Lo racconta direttamente dall’Arizona Salvatore Pappalardo, geografo e docente di Cambiamenti climatici e adattamenti negli ecosistemi e nelle società all’Università di Padova. Insieme alla ricercatrice Francesca Peroni, il meteorologo e climatologo Claudio Stefanini e il geografo Massimo De Marchi, fa parte del gruppo di ricerca “Cambiamenti climatici, territori, diversità”.

Pappalardo si trova in Arizona proprio per studiare come si fronteggiano le isole di calore urbano e le vulnerabilità sociali. Considerando che il Deserto di Sonora è una delle zone più calde del pianeta, impressiona il paragone delle temperature notturne.

Da sinistra: Salvatore Pappalardo, Francesca Peroni e Claudio Stefanini, ricercatori del gruppo di ricerca geografica "Cambiamenti climatici, territori, diversità" del Centro di Eccellenza Jean Monnet per la transizione giusta dai combustibili fossili
Da sinistra: Salvatore Pappalardo, Francesca Peroni e Claudio Stefanini, ricercatori del gruppo di ricerca geografica "Cambiamenti climatici, territori, diversità" del Centro di Eccellenza Jean Monnet per la transizione giusta dai combustibili fossili

Ma andiamo con ordine. Qual è il quadro generale?

(Pappalardo) «Il Sud Europa, o forse meglio parlare dell’intera area dell’Euromediterraneo, è considerato un macro-hotspot per gli eventi estremi di caldo. La comunità scientifica internazionale non ha dubbi e non dibatte sulla questione: l’aumento della frequenza, della durata e dell’intensità delle ondate di calore è legato al cambiamento climatico antropogenico. Inoltre, in Europa, il cambiamento climatico viaggia a “doppia velocità” rispetto alla media globale e le ondate di calore hanno un aumento della frequenza fino a quattro volte maggiore rispetto ad altre regioni. Credo che le estati degli ultimi dieci anni diano conto di questa tendenza».

Perché le temperature notturne rappresentano un indicatore rilevante?

(Pappalardo) «Tra tutti gli indicatori che utilizziamo, le notti tropicali - ovvero le notti in cui la temperatura minima non scende sotto i 20 °C - sono probabilmente quelle che raccontano meglio come stia cambiando il nostro clima e, soprattutto, come questo cambiamento venga amplificato dalle città. I nostri studi mostrano infatti che è proprio nelle temperature minime notturne che il segnale del cambiamento climatico e quello dell'isola di calore urbana si sommano con maggiore evidenza».

E infatti a Nordest le temperature superano i 30 °C anche dopo le 18…

(Stefanini) «La causa principale è l'aumento della temperatura media dovuto al riscaldamento globale, che ha innalzato di alcuni gradi la temperatura di base dell'atmosfera. Di conseguenza, quando durante il giorno si raggiungono valori molto elevati, il raffreddamento serale risulta più lento e meno efficace. A questo si aggiunge il fatto che le temperature minime stanno aumentando più rapidamente di quelle massime. La maggiore concentrazione di gas climalteranti e il crescente contenuto di vapore acqueo nell'atmosfera riducono infatti la dispersione del calore accumulato durante il giorno, mantenendo elevate le temperature anche nelle ore serali e notturne».

Quali sono le conseguenze?

(Stefanini) «Dal punto di vista sanitario, il mancato raffrescamento serale e notturno impedisce all'organismo di recuperare dallo stress termico accumulato durante il giorno, aumentando il rischio di disidratazione, colpi di calore, disturbi cardiovascolari e problemi respiratori, soprattutto nelle persone anziane, nei bambini e nei soggetti più fragili. Anche la qualità del sonno peggiora sensibilmente, con ripercussioni sul benessere e sulla produttività. Senza interventi radicali, l’Oms considera il caldo estremo una minaccia crescente per morbilità, mortalità e tenuta dei sistemi sanitari e sociali».

Come bisogna intervenire?

(Pappalardo) «Le isole di calore non si eliminano con narrazioni politiche o con interventi puntuali, ma ripensando la città come un ecosistema, dove elementi e funzioni ecologiche si integrano con le attività umane. La priorità è arrestare il consumo di suolo e ridurre le superfici impermeabili, aumentando la copertura arborea, i parchi, i corridoi ecologici e valorizzando il reticolo di acque urbane. In Italia la de-pavimentazione è una pratica quasi sconosciuta, spesso considerata un tabù, mentre numerose città europee (Rotterdam, Lovanio, Barcellona, Malmo) stanno trasformando piazze, parcheggi e superfici asfaltate in suoli permeabili e infrastrutture verdi. Non è solo una misura contro le isole di calore: significa ridurre il rischio di allagamenti, aumentare la biodiversità, migliorare la qualità dello spazio pubblico e rendere le città più resilienti, sia dal punto di vista ecologico che sociale. Le cosiddette “soluzioni basate sulla natura” (Nature-based Solutions) sono oggi tra le strategie più efficaci: un parco urbano ben progettato può abbassare la temperatura anche di diversi gradi».

Se non dovessero esserci interventi concreti, quali sarebbero i rischi?

(Pappalardo) «La crisi climatica è in corso e gli estremi climatici stanno riplasmando oggi le nostre vite, la dimensione lavorativa, quella economica e relazionale. I rischi sono molteplici. Sul piano sanitario, le ultime stime pubblicate su Nature Medicine mostrano che le onde di calore hanno causato circa 61.700 morti in Europa nel 2022, 47.700 nel 2023 e 62.800 nel 2024. L’Italia è tra i Paesi più colpiti: circa 18.800 morti nel 2022, 13.800 nel 2023 e oltre 19.000 nel 2024. È una strage silenziosa e diseguale: il caldo uccide soprattutto gli “invisibili” delle città, ovvero persone sole, fragili o povere, che vivono in quartieri più caldi e hanno meno possibilità di difendersi. Poi c’è il rischio infrastrutturale. Le città non sono progettate per funzionare a lungo con temperature estreme: aumenta la domanda di condizionamento, cresce il carico sulla rete elettrica e si alza il rischio di black-out su scala urbana e sovraurbana. Un recente studio ha stimato che, durante le ondate di calore europee, la domanda elettrica può salire molto - in Italia fino a oltre il 14% nei mesi più caldi - mentre scuole, trasporti e servizi pubblici subiscono chiusure, rallentamenti e guasti. Il mancato adattamento produce quindi città più vulnerabili, più costose da gestire e meno accessibili proprio nei giorni in cui i servizi sarebbero più necessari».

Chi sono gli “invisibili” più colpiti dalle ondate di calore?

(Peroni) «Gli effetti del caldo e del caldo estremo sono distribuiti in modo diseguale tra la popolazione e sono strettamente connessi alle condizioni economiche, abitative, sanitarie e sociali delle persone. Chi vive in quartieri più densi, con meno alberi, in abitazioni poco isolate o raffrescate, lontano dai servizi pubblici è più esposto al caldo e ha meno strumenti per proteggersi. Per questo le fasce a reddito più basso, gli anziani, i bambini, le donne incinte, le persone con disabilità e i lavoratori esposti al caldo possono essere colpiti in modo più grave durante le ondate di calore. È qui che diventa importante parlare di giustizia climatica urbana. Questo approccio permette di guardare non solo all’efficacia degli interventi, ma anche alla loro equità: è importante chiedersi, prima di attuare le politiche e gli interventi di mitigazione, chi beneficia delle misure di adattamento, quali quartieri dovrebbero essere prioritizzati, chi partecipa alle decisioni pubbliche e chi rischia di rimanere escluso. Per esempio, i rifugi climatici non dovrebbero essere distribuiti in modo generico nella città, ma pensati a partire dalle aree più vulnerabili e più esposte al caldo. In questo senso, contrastare le isole di calore significa anche ridurre le disuguaglianze urbane già esistenti».

Per caratteristiche fisiche e morfologiche il Nordest può essere considerata un’area vulnerabile?

(Stefanini) «Le ondate di calore che interessano il Nordest italiano sono coerenti con quanto osservato in gran parte dell'Italia e in molte aree del mondo, ma presentano alcune caratteristiche che ne amplificano gli effetti. La Pianura Padana e il Nordest rappresentano aree particolarmente vulnerabili, poiché alle temperature elevate si associano frequentemente elevata umidità, scarsa ventilazione e forte urbanizzazione. Queste condizioni determinano un disagio bioclimatico superiore rispetto ad altre aree italiane che, pur registrando temperature massime simili o persino superiori, beneficiano di una maggiore ventilazione o di un raffrescamento notturno più efficace. L’ultima decade di giugno per Padova è stata la più calda almeno dal 1725, anno di inizio delle misure. Altre città nel Nordest hanno serie climatologiche più brevi (ad esempio Udine e Venezia da inizio ‘800, Trieste da metà ‘800) ma anche per loro questa fine di giugno è stata la più calda di sempre».

Quali saranno gli effetti a breve termine delle isole di calore?

(Pappalardo) «Le onde di calore sono solo una delle due facce degli eventi estremi collegati ai cambiamenti climatici. L'energia accumulata in queste due settimane verrà inevitabilmente "consumata" da eventi estremi di precipitazione, come temporali e nubifragi che, in maniera imprevedibile e puntuale, si abbatteranno sui nostri territori. E, considerata la siccità in corso, tali precipitazioni non rappresenteranno "acqua utile" per l'agricoltura e approvvigionamento, bensì impatti sul territorio e sulle economie locali».

Ci sono esempi virtuosi, in Italia o a Nordest, di progettazione stabile per l’eliminazione delle isole di calore?

(Pappalardo) «In Italia, e anche nel Nordest, non parlerei ancora di “eliminazione” delle isole di calore: l’obiettivo realistico è mitigarle e gestirle stabilmente, perché il riscaldamento globale continuerà comunque ad alzare la temperatura di base. In Italia vediamo esperienze promettenti, ma spesso ancora frammentarie e di narrazione. Ci sono tuttavia segnali interessanti. Per certi versi molto avanzato è il caso della città di Genova che ha fatto un passaggio politico e urbanistico importante: è il primo Comune che ha inserito esplicitamente la de-pavimentazione nel Piano Urbanistico Comunale. Questo significa che togliere asfalto e cemento non è più solo un intervento simbolico, ma diventa un criterio di governance del territorio. È un esempio importante perché sposta il tema dal “piantiamo alberi” a una strategia strutturale: ridurre le superfici che accumulano calore, restituire spazio all’acqua, aumentare l’ombra e trasformare in luoghi di vita strade, piazze, cortili e quartieri. Per parlare di progettazione stabile contro le isole di calore serve un salto di scala: non solo piani caldo emergenziali, ma trasformazione permanente di piazze, scuole, parcheggi, strade, cortili e quartieri».

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