Sant'Erasmo, l'orto dei Dogi: viaggio nell'isola verde della Laguna di Venezia

Tra carciofi violetti, i cippi del '700 e la Torre Massimiliana. La storia di una striscia di terra unica a pochi minuti dal centro storico

Marina Grasso
Una veduta di Sant’Erasmo
Una veduta di Sant’Erasmo

Dal vaporetto appare come una striscia di terra bassa e lunghissima, con i campi sul bordo dell’acqua e le barene che si insinuano tra un canale e l’altro. Una volta a terra, strade strette, fossi, ponticelli, filari, orti, poche case: Sant’Erasmo, la più vasta della Laguna nord, non potrebbe essere più diversa da Venezia, dalla quale la separano solo pochi minuti di navigazione.

Distesa per quattro chilometri tra Murano, Burano e Punta Sabbioni, Sant’Erasmo è oggi immersa nella laguna, ma per secoli fu un vero lido affacciato sull’Adriatico e un approdo per Murano e Torcello, dove già nell’XI secolo sorgeva una chiesa dedicata ai santi Ermete ed Erasmo, protettori dei naviganti.

Sedici cippi

Di quell’antico confine restano i sedici cippi in pietra collocati nel 1791 per segnare la conterminazione lagunare: pietre numerate che seguono ancora il margine di una terra dalla quale, dopo la costruzione delle dighe foranee di San Nicolò e Punta Sabbioni fra Otto e Novecento, il mare si allontanò di centinaia di metri. La storia agricola di Sant’Erasmo crebbe in questa geografia mutevole: il terreno sabbioso e cretoso, il clima mite e gli appezzamenti protetti dai fossi favorirono gli orti di Venezia, tanto che alla fine del Cinquecento Francesco Sansovino scriveva in “Venetia, città nobilissima et singolare” che l’isola riforniva la città di ortaggi e frutta “in molta abbondanza e perfetti”.

La Torre Massimiliana
La Torre Massimiliana

L’antico “orto dei Dogi” occupa ancora gran parte dell’isola e il carciofo violetto ne punteggia il paesaggio per tutta la primavera. In estate, dopo il raccolto, i capolini non raccolti si aprono in spettacolari fiori viola tra ortaggi, frutteti e vigne, un tempo tanto estese che gli abitanti chiamano ancora “vigne” alcuni orti. I pochi edifici restano sparsi fra i terreni, eredità dei piccoli nuclei rurali e del lavoro stagionale di chi arrivava dalle altre isole: una struttura antica sulla quale si innesta oggi il recupero degli appezzamenti abbandonati da parte di nuovi coltivatori.

Sulle poche strade silenziose – percorribili con mezzi a motore solo dai residenti – si incrociano le immancabili “Ape” , cariche di cassette e attrezzi, alcune trasformate in piccoli punti vendita. Via dei Forti racconta l’altra grande stagione dell’isola. Lunga e pianeggiante, accompagna buona parte del margine meridionale fra orti, fossi, peschiere e case isolate, lungo il tracciato che nell’Ottocento collegava batterie e ridotti a sorveglianza della bocca di porto del Lido.

Testimonianze

Del sistema difensivo restano la casamatta trilobata del Ridotto Nuovo, alcune torri telemetriche e la Testa di Ponte, oggi riva e giardino pubblico; il segno più imponente è la Torre Massimiliana, costruita dagli Austriaci nel 1843-1844 sulle fondazioni di un forte francese. Grande cilindro di mattoni cinto dal fossato e da un terrapieno irregolare, nei suoi due piani voltati ospitava alloggi e magazzini, nonché tredici bocche da fuoco sulla piattaforma superiore. Esaurita la funzione militare, accolse famiglie sfollate e divenne deposito agricolo; oggi, dopo un sapiente restauro, domina questo tratto dell’isola ricordandone l’antico ruolo di avamposto sul mare.

Poco oltre la Torre si raggiunge la spiaggia libera di Sant’Erasmo, una lingua di sabbia ancora un po’selvaggia, affiancata da un unico locale con terrazza sull’acqua. Di fronte, oltre i bassi fondali, emerge la lunga secca del Bacàn, che spesso è descritta come un’isoletta: la si raggiunge soltanto in barca e, nella bella stagione, decine di imbarcazioni vi si dispongono all’ancora per fare il bagno e pranzare in compagnia, nell’inconfondibile scena di una scampagnata tutta veneziana.

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