A Ruda rivive l'Amideria Chiozza: 120 anni di storia da visitare

La fabbrica di Perteole di Ruda, in provincia di Udine, racconta un secolo di ricerca, tra macchinari restaurati, visite guidate e nuovi spazi aprono un futuro alla memoria industriale

Margherita Reguitti
L’Amideria Chiozza in località La Fredda di Perteole di Ruda
L’Amideria Chiozza in località La Fredda di Perteole di Ruda

Ciò che si trasforma vive: quando fu creata nel 1865 l’Amideria Chiozza a La Fredda di Perteole di Ruda, via Pasteur, in provincia di Udine, era una delle più grandi fabbriche dell’Impero austroungarico. Oggi è un affascinante sito di archeologia industriale unico nel suo genere.

In auto la si raggiunge lungo la A4 uscita di Villesse, quindi SS 351, in treno dalla stazione di Cervignano del Friuli e poi in bus. Complesso di oltre 10mila metri quadrati nella bassa friulana, non era solo la fabbrica che fino al 1985 ha dato lavoro a oltre 100 lavoratrici e lavoratori nei periodi di massima attività.

Era una famiglia, un modello sociale di cui esser fieri e orgogliosi. Sentimenti che ancora pervadono i racconti di chi vi ha lavorato, di figli e nipoti. Fu costruita accanto alla roggia La Fredda che, grazie a una particolare composizione organolettica, favoriva il processo chimico di estrazione dell’amido dal mais e dal riso.

Geniali le scoperte scientifiche del fondatore Luigi Chiozza (1828 –1889) applicate alla produzione e scoperte dall’imprenditore e chimico formatosi a Milano e Parigi, dove studiò con Louis Pasteur che proprio a Ruda mise a punto un metodo per debellare la malattia che decimava i bachi da seta allevati nella Bassa.

L’amido era largamente utilizzato dalla farmaceutica all’alimentare, dall’industria al trattamento di tessuti. La grande guerra fermò la produzione e nel dopoguerra venne acquistata da Nicola Segre, fino al passaggio alla Pilatura Triestina sotto la guida dell’ultimo proprietario Dario Doria (vedi box a latere). Oggi il complesso è di proprietà del Comune di Ruda, acquistato alla fine degli anni’80 per 150 milioni di lire.

L’impegno del sindaco Franco Lenarduzzi, e di chi lo ha preceduto, è stato reperire i fondi per salvarlo dal degrado e restaurare gli spazi e i macchinari del Mulino che si auspica saranno aperti entro l’anno con destinazione museale e convegnistica. Il sogno a lungo termine è di recuperare tutto il sito.

A oggi il visitatore può entrare negli spazi della macchina a vapore, il cuore che per oltre un secolo ha pompato l’energia per il funzionamento h. 24 della fabbrica, fornendo anche luce alle vicine case per operai e dirigenti. Grazie a un contributo del Fai e al lavoro dei volontari dell’omonima associazione nata nel 2014 il gigantesco macchinario è stato pulito e restaurato. Alcune parti sono state inviate a Brno dove furono costruite nel 1902 per essere rimesse a nuovo.

Quelle non trasportabili sono state lavorate in loco. Gli stessi volontari organizzano le visite guidate, info@amideriachiozza.it, www.amideriachiozza.org.

Nei locali si possono vedere le caldaie alimentate prima a carbone e poi a metano, gli ingranaggi, le corde e cinghie che trasmettevano il movimento alla fabbrica con capacità produttiva fino a 2500 tonnellate di amido all’anno.

La ciminiera in mattoni svetta, negli anni ‘70 furono applicati dei cerchi in ferro per garantirne la stabilità. All’interno lavoravano anche falegnami, muratori, fuochisti e stampatori di etichette e materiali pubblicitari nelle lingue dell’impero. Molte erano le donne lavoratrici, alle madri veniva dato il permesso di allattare i figli in fabbrica. Chi restava a casa preparava il pranzo per le maestranze, un antesignano modello di catering.

Molto importante era la prevenzione degli incidenti sul lavoro attraverso un’adeguata formazione degli apprendisti da parte degli esperti e un’apposita segnaletica. Nei 120 anni di attività si verificò un solo incidente mortale. In località Saciletto di Ruda il Comune ha messo a disposizione uno spazio museale, il MACH, dove sono raccolti oggetti, documenti e immagini della vita nell’Amideria. Vari sono i siti dove approfondire, sa-fvg.cultura.gov.it (pubblica l’inventario della fabbrica redatto da Lidia Da Lio), archeologiaindustriale. net e naturalmente la pagina www.comune.ruda.ud.it.

Negli spazi del Mulino una mano ha tracciato la data della fine: 26 settembre 1985. Un mondo scomparso anche a causa del Concilio vaticano II del 1962 che esplicitamente dava disposizione di semplicità nei corredi sacri in tutte le chiese e conventi, ma anche nella gestione degli abiti e vesti dei religiosi, causando un crollo dell’acquisto della materia per inamidare pizzi e paramenti. La fine di un’epoca.

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