Così il bosco diventa laguna: la storia di Porto Caleri
La fine dell’estate è un momento intenso di suggestioni olfattive e cromatiche nel Giardino Botanico Litoraneo del Veneto di Porto Caleri, all’estremità meridionale di Rosolina Mare

Il profumo caldo dell’elicriso, che riecheggia quello della liquirizia, resta nell’aria insieme alla resina dei pini, alle note aromatiche del ginepro e al salmastro portato dal vento. Intorno, i colori cominciano a cambiare: il lilla del limonio resiste nelle barene, l’enula conserva il suo giallo e la salicornia comincia a virare verso le tonalità più calde che già annunciano l’autunno.
La fine dell’estate è un momento intenso di suggestioni olfattive e cromatiche nel Giardino Botanico Litoraneo del Veneto di Porto Caleri, all’estremità meridionale di Rosolina Mare, 44 ettari per i quali il termine “giardino” può trarre in inganno: qui, infatti, non ci sono aiuole ne' collezioni ordinate dall’uomo, ma un tratto di costa in cui il bosco lascia progressivamente spazio alle dune e alle zone umide, fino alla spiaggia e alla laguna.
Ed è una naturalità solo apparente, perché questo paesaggio ha una storia lunga e tutt’altro che immobile, che inizia con i sedimenti trasportati dai grandi fiumi che, dopo il Taglio di Porto Viro tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, sono state più volte ridisegnate dall’uomo.
Disboscamenti, opere idrauliche, bonifiche e rimboschimenti ne hanno modificato l’aspetto e nel Novecento, mentre lo sviluppo balneare trasformava buona parte della costa, Porto Caleri ha conservato quella successione di ambienti che altrove è diventata sempre più rara. Una successione che oggi si può leggere passo dopo passo, scegliendo fra tre percorsi di diversa lunghezza: il più breve si concentra nella zona boschiva; quello più completo, di quasi tre chilometri, segue sentieri di terra e sabbia e lunghe passerelle di legno fino alla spiaggia e alla laguna.
Nelle zone umide sono proprio le passerelle a sollevare il passo sopra l’acqua e la vegetazione, consentendo di osservare da vicino, senza danneggiarli, ambienti che il calpestio renderebbe ancora più vulnerabili. All’inizio domina la pineta, nata dai rimboschimenti del Novecento e oggi lentamente riconquistata dal leccio.
Fra i tronchi, il terreno sabbioso si increspa e si abbassa in piccole depressioni dove affiora acqua dolce; il bosco poi si apre, entra più vento e compare la macchia di ginepro e olivello spinoso, che in questo periodo punteggia la vegetazione con le sue bacche arancioni. Avvicinandosi al mare gli arbusti diventano più bassi e radi, la sabbia prende il sopravvento e cominciano le dune. Qui lo sparto pungente trattiene la sabbia spinta dal vento e contribuisce a far crescere i rilievi, mentre verso la battigia resistono piante capaci di vivere su un terreno mobile, povero e continuamente esposto alla salsedine.
La vegetazione si dirada fino alla spiaggia; e proprio quando il paesaggio sembra ormai consegnarsi al mare, il percorso cambia ancora prospettiva e si apre sulla barena. La lunga passerella disegna curve e controcurve sopra l’acqua, sfiora la vegetazione salmastra, supera piccoli canaletti nei quali, quando l’acqua è limpida, si distinguono granchi, piccoli pesci, alghe e zostera.
A poco a poco anche la terra sembra arretrare. Il sentiero di legno si stacca dalla riva e lo spazio si allarga: sotto i piedi l’acqua, ai lati le barene, davanti la Laguna di Caleri. A tratti sembra quasi di camminarci dentro, con il cielo riflesso sulla superficie e la passerella che segue il disegno dei canali. Più avanti un punto di osservazione invita a fermarsi, proprio quando terra e acqua sembrano perdere i loro confini più netti. È l’ultima sorpresa di una passeggiata che, partita all’ombra dei pini, finisce quasi sospesa sulla laguna.
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