Addio a Guccini, Carletti: «Sapeva raccontare la Storia partendo da un’osteria o una strada»

Il Maestrone si è spento a 86 anni nel piccolo borgo di Pàvana. Il ricordo di Beppe Carletti dei Nomadi: «Usava le parole con coraggio»

Paolo Marcolin

Francesco Guccini, il Maestrone, cantautore, autore, scrittore, simbolo di un’Italia fatta di gesti semplici, convivialità e impegno, è morto all’età di 86 anni nella sua Pàvana, piccolo paese sull’Appennino tosco-emiliano. Le sue doti di uomo e intellettuale nelle parole di un amico vero, Beppe Carletti dei Nomadi.

 

L’amicizia tra i Nomadi e Francesco Guccini è nata nelle osterie della via Emilia, tra salumi, cappelletti in brodo e, naturalmente, vino. Rosso e schietto, come i sogni di quei giovani che si riunivano fino a notte alta, nel fumo denso delle sigarette, a discutere, fantasticare e buttare giù canzoni.

Tra loro c’erano Augusto Daolio e Beppe Carletti, cioè i Nomadi, un pezzo importante di quell’Italia degli anni Sessanta che provava a tenere insieme la canzone popolare e il respiro alto della poesia. In mezzo a quei tiratardi emiliani spiccava la sagoma del Maestrone, ovvero Francesco Guccini: maestro anche per davvero, perché le magistrali le aveva fatte, ma soprattutto maestro di parole, di storie, di disincanto. Una sua canzone, Dio è morto, sarebbe diventata uno dei simboli dei Nomadi, segnando un percorso che non si è mai interrotto, nemmeno 60 anni dopo.

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Fabrizio BrancoliFabrizio Brancoli

Carletti, qual è la prima immagine che le viene in mente pensando a Francesco Guccini?

«Mi viene in mente Pàvana. Ci sono stato l’anno scorso a trovarlo, e quando vai lassù capisci tante cose di Francesco: il suo modo di parlare, di guardare, di stare al mondo. Pàvana non è solo un posto geografico, è una specie di radice. Con lui si parlava di vita: montagna, Appennino, libri, ironia, bicchieri, memoria. Francesco è tanta roba, come si dice da noi. Non era soltanto un cantautore: era uno che dentro una canzone riusciva a mettere una civiltà intera».

Quando lo incontraste per la prima volta?

«Noi Nomadi siamo stati fortunati a incontrarlo nel 1966, a Modena. Eravamo ragazzi, ma avevamo già capito che certe canzoni potevano cambiare il passo di un gruppo. Guccini aveva questa scrittura diversa da tutte le altre: popolare, perché arrivava subito, ma anche colta, piena di riferimenti, di immagini, di parole pesate. Dopo quell’anno uscì il suo primo LP; sei mesi più tardi noi uscimmo con Dio è morto e cominciò davvero la nostra storia».

Beppe Carletti insieme a Francesco Guccini durante una partita a carte
Beppe Carletti insieme a Francesco Guccini durante una partita a carte

Dio è morto fu anche una canzone censurata dalla Rai e trasmessa invece da Radio Vaticana.

«Sì, ed è una cosa che ancora oggi racconta bene l’Italia di allora. Da una parte c’era paura di certe parole, dall’altra qualcuno capiva che quella non era una bestemmia, non era una provocazione gratuita. Era una denuncia, ma anche una speranza. Guccini aveva scritto una canzone durissima e nello stesso tempo piena di fiducia: diceva che un mondo era finito, ma che bisognava cercarne un altro. Noi, cantandola, sentivamo addosso quella forza. Augusto la cantava con una partecipazione enorme, perché non la interpretava soltanto: la viveva».

Che ricordo ha del primo incontro con quel testo?

«Noi avevamo le musicassette di Francesco, le ascoltavamo e riascoltavamo. C’erano dentro canzoni che sembravano già destinate a restare. Abbiamo scelto Noi non ci saremo, Dio è morto, Il vecchio e il bambino, Canzone per un’amica. Non erano canzoni facili nel senso commerciale del termine, però avevano una verità immediata. Non sono datate nemmeno oggi. Non perché Guccini fosse un veggente, ma perché si guardava attorno con attenzione. Vedeva quello che molti facevano finta di non vedere: i ragazzi, le contraddizioni, le guerre, la provincia, la solitudine, il bisogno di giustizia».

Erano canzoni che incidevano nel dibattito pubblico.

«Eccome. Oggi forse si fa fatica a immaginarlo, ma allora una canzone poteva entrare davvero nella discussione del Paese. Poteva essere censurata, contestata, amata, cantata nelle scuole, nelle piazze, nelle case. Dio è morto non era solo un brano musicale: era una domanda rivolta a una generazione. Guccini aveva il coraggio di usare parole grandi senza sembrare retorico. Parlava di Dio, di morale, di guerra, di ideali, ma lo faceva con una lingua che restava umana, concreta, riconoscibile».

Quelle canzoni sono diventate quasi vostre.

«Con il tempo sono diventate come se le avessimo scritte noi. Questo non toglie nulla a Francesco, anzi: dimostra la grandezza di un autore quando una canzone riesce a vivere anche attraverso altri. Guccini è stato un grande poeta del Novecento e di poeti così oggi ne vedo pochi in giro. Ci sono bravi cantautori, per carità, ma lui aveva una cosa rara: sapeva raccontare la Storia senza perdere le storie piccole, sapeva parlare di un’epoca partendo da un paese, da un’osteria, da una strada, da un volto. Mettersi alla pari con lui è quasi impossibile, perché in lui convivevano tante qualità diverse: la cultura, l’ironia, il senso della storia, la capacità di parlare alla gente comune senza abbassare mai il livello».

Negli ultimi anni Guccini si era dedicato molto anche ai libri. Ci teneva a essere ricordato più come scrittore che come musicista.

«Sì, ma in fondo era naturale. Francesco scriveva libri anche quando scriveva canzoni. Le sue canzoni erano già racconti, avevano personaggi, luoghi, tempi, atmosfere. Non erano mai soltanto strofe e ritornelli. C’era sempre una storia che partiva da lontano e poi arrivava a toccarti da vicino».

Che canzone gli dedicherebbe oggi?

«Gli dedicherei Dio è morto, senza dubbio. Perché è la canzone che più di tutte ha unito la nostra storia alla sua. È stata un punto di partenza, ma anche un filo che non si è mai spezzato. Ogni volta che la cantiamo, sentiamo che non appartiene soltanto al passato. Appartiene ancora al pubblico, ai ragazzi, a chi continua a cercare un senso in mezzo alle cose che cambiano. Dedicarla a Francesco vorrebbe dire restituirgli, con gratitudine, una parte di quello che lui ha dato a noi».

 

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