
Soffia il vento di Scirocco. E rivela il segreto: Francesco Guccini è un poeta
Il cantautore è stato un poeta a pieno titolo e contro la sua stessa modestia. Un grande poeta del nostro tempo. E per dimostrarlo non servono mille citazioni, basta fare una scelta arbitraria e ascoltare Scirocco
Ora rileggeremo mille passaggi, mille versi. E saremo indotti dalle nostre coscienze a fare l’elenco enciclopedico delle canzoni di Francesco Guccini, nella speranza di trattenere tutto il fumo delle sigarette e tutto il rumore dei bicchieri.
Quest’uomo è stato anche un poeta? Se ne è discusso qualche volta, durante gli anni, nella cultura di schema che siamo abituati a produrre.
Lo è stato. A pieno titolo e contro la sua stessa modestia. Un grande poeta del nostro tempo. E per dimostrarlo non servono mille citazioni, basta fare una scelta arbitraria. Per esempio, spegnere la luce. Chiudere gli scuri delle finestre. E ascoltare al buio un unico brano: Scirocco (1987). Lì dentro c’è il segreto.
È una storia narrata e musicata, ma anche dipinta. La prima inquadratura ci porta dentro un bar di Bologna, dove il protagonista è “seduto a un tavolo da poeta francese”. In sette parole c’è un mondo: la malinconia bohémienne, la solitudine dell’intellettuale, la danza dei dubbi davanti a un bicchiere di vino. Ma la staticità di quel quadro entra in agitazione perché, all’improvviso, appare lei. Entra nel bar “danzando nella rosa di un abito di percalle”. Una donna che è come un vento. Fuori, la natura partecipa a questo tumulto emotivo, perché “nel cielo rinnovato correvano le nubi a branchi”. Il paesaggio esterno diventa lo specchio fedele del disordine interiore. Le nuvole si muovono rapide, come animali in fuga.
La caratura poetica si misura nella capacità di catturare il dramma attraverso un singolo dettaglio quotidiano. La fine di un amore, la crisi delle responsabilità, lo scontro tra il desiderio e la morale non hanno bisogno di grandi grida. Si consumano attorno a una tazza: “le lacrime si aggiunsero al latte di quel tè / le mani disegnavano sogni e certezze”.
Il pianto cade nella tazza e i gesti cercano di proiettare nell’aria un futuro impossibile, fatto di sogni e certezze – insomma, lo sperato e il reale. È la cronaca di un addio. Si consuma in breve tempo, un’emozione terminale. Poi, inevitabile, il distacco: “Lei si alzò con un gesto finale”. Perché così sono certi gesti.
Quella donna è come un vento. Quando se ne va non lascia il vuoto, ma una tempesta, un mondo stravolto. Esce senza voltarsi ma tra “ricordi impossibili, di confusione e immagini”. Lo scirocco diventa una forza che rimescola i rimpianti, confonde il passato con il presente, guasta le sicurezze e le disinnesca.
È qui che Guccini compie il miracolo della poesia: trasforma una dolorosa vicenda privata in un’esortazione che scuote anche noi. Ci chiede di usare quel vento – magari soffiasse ancora – “per spingerci a guardare dietro alla faccia abusata delle cose, nei labirinti oscuri delle case / dietro allo specchio segreto d’ogni viso. Dentro di noi”.
Finiscono le parole, fa ingresso la musica del bandoneón, che sa di milonga. È in quel bar ventoso che continueremo a incontrare Francesco Guccini.
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