Walter Siti: «I miei fantasmi interiori abitano a Venezia»

“Autoritratto da annegato” è il titolo del nuovo romanzo, edito da Feltrinelli. Un cold case costruito intrecciando giallo e autofiction: «Non riuscirei a scrivere senza interrogare la realtà»

Nicolò Menniti Ippolito
Walter Siti
Walter Siti

Con Autoritratto da annegato (Feltrinelli, p. 192, 19 euro), dal 3 novembre in libreria, Walter Siti torna al romanzo, intrecciando il giallo e l’autofiction, con sullo sfondo una attualità raccontata con ferocia e senza moralismo. Ambientato in una Venezia crepuscolare, il libro prende la forma di un “cold case”, ma si trasforma presto in una discesa nelle profondità dell’inconscio individuale e collettivo.

La copertina del libro edito da Feltrinelli
La copertina del libro edito da Feltrinelli

Perché ambientare proprio a Venezia questo cold case immaginario?

«È la città più bella d’Italia e questo ha avuto certamente il suo peso. Ma la ragione più profonda è un’altra. Fin dall’inizio avevo immaginato questa storia come qualcosa che avesse a che fare con i miei fantasmi interiori, che ho sempre percepito come realtà sommerse, subacquee. Quando ho iniziato a seguire quest’idea, mi è sembrato naturale che la vittima dovesse morire annegata. E per immaginare un corpo che restasse nascosto per settimane senza essere ritrovato ho pensato ai canali ciechi, ai luoghi in cui qualcuno può restare impigliato sotto un’imbarcazione senza che nessuno se ne accorga. C’è poi il grande mito novecentesco di Venezia come città decadente e in rovina. Poiché il romanzo è anche una metafora di un Occidente che sta andando in pezzi».

Un altro elemento centrale è il casinò, da Ca’ Vendramin a Ca’ Noghera. Perché il tema della scommessa è così importante?

«Mi ha colpito una frase in cui Stefan Zweig, a proposito dello scoppio della guerra, parlava di “roulette della storia”. Da lì ho iniziato a riflettere su quanto tendiamo a sottovalutare il peso del caso nelle vicende umane. Pensiamo di poter spiegare tutto, ma eventi enormi possono dipendere da circostanze imprevedibili. In più, tutto sta diventando scommessa. Nel romanzo il protagonista legge che si scommette sull’eventuale caduta di una città ucraina. È terribile l’idea che tragedie che coinvolgono migliaia di persone possano essere trasformate in una puntata, in una quota da giocare».

Il libro è un corpo a corpo con la contemporaneità, che sembra essere riassunto da una frase: «Il mondo ha torto, ma io non ho ragione».

«La frase originaria è di Franco Fortini, il mio maestro, ed esprime una condizione di disagio critico. Nel romanzo scrivo che la pornografia è la musa del nostro tempo. Naturalmente la pornografia è anche un tema personale, ma qui la uso anche come metafora. Mi sembra che il presente sia dominato dalla logica del possesso immediato. Non esiste più una mediazione del desiderio. Un tempo si trattava con i propri desideri, li si modulava, li si rinviava. Oggi sembra prevalere l’idea che ogni impulso debba trovare soddisfazione immediata. Questo atteggiamento attraversa i social, la politica, la comunicazione. I media si occupano delle vicende superficiali, della politica quotidiana, ma molto meno dei processi profondi. E il fenomeno che mi colpisce di più è che la tecnologia sta sostituendo la politica».

Il libro immagina e destruttura un “cold case”. Perché suscitano grande un interesse quasi morboso?

«Credo che ci sia una forte componente voyeuristica. Non si cerca la verità, si formano schieramenti, innocentisti e colpevolisti, come se si trattasse di una competizione sportiva. Tuttavia dietro questa fascinazione vedo qualcosa di più profondo. Viviamo in un’epoca in cui abbiamo la sensazione che il mondo proceda senza che sia chiaro chi stia davvero prendendo le decisioni. Vediamo gli attori sulla scena ma non quelli dietro le quinte. La domanda “chi ha fatto cosa?” finisce allora per trovare nei cold case una rappresentazione semplice e immediata».

Il libro racconta un mondo in disfacimento, che da scrittore giudica, ma senza ritrarsi, anzi accettando la sfida.

«Sono divorato dalla curiosità. Non riuscirei mai a scrivere un romanzo storico perché sento il bisogno di confrontarmi con ciò che accade oggi. Vorrei capire il presente, anche se naturalmente non ci riesco mai fino in fondo. Anzi, una delle cose che mi dispiace è che proprio adesso il mondo sembra attraversare una fase estremamente interessante, mentre io appartengo a una generazione che si avvicina alla fine del proprio percorso. Ho l’impressione di aver vissuto decenni in cui non è successo nulla, mentre adesso che siamo davanti a grandi trasformazioni mi tocca andarmene».

Uno dei temi è l’ossessione per Trump.

«Tutta la mia letteratura nasce dalle ossessioni. Non riuscirei a scrivere senza una pulsione che mi spinga a interrogare continuamente la realtà. Trump, come a suo tempo Berlusconi, mi interessa perché rappresenta anche una parte oscura di me stesso. Mi torna spesso in mente una frase di Giorgio Gaber: “Non mi preoccupa Berlusconi in sé, mi preoccupa Berlusconi in me”. Ecco, potrei dire qualcosa di simile per Trump. Mi colpisce soprattutto la sua capacità di sostituire la realtà con il racconto che ne fa. È una forma estrema di volontà di potenza. Certo, è inquietante, ma proprio per questo diventa un fenomeno da osservare. Le ossessioni, in fondo, servono anche a capire qualcosa di noi stessi».

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