La promessa dell’arte oltre i confini: quattro mostre a Palazzo Grassi e Punta della Dogana
La Pinault Collection di Venezia porta dal 29 marzo le visioni di Michael Armitage, Amar Kanwar, Lorna Simpson e Paulo Nazareth. Il filo rosso tra memoria, migrazioni, tematiche sociali in sintonia con la Biennale Arte 2026

L’arte come salvezza, narrazione dell’indicibile, riscrittura della memoria. Quattro mostre, quattro sguardi sul mondo di oggi con le sue contraddizioni, unite dal potere dell’arte contemporanea. La Pinault Collection porta a Venezia a Palazzo Grassi Michael Armitage (Nairobi, 1984) con “The Promise of a Change” insieme ad Amar Kanwar (Nuova Delhi, 1964) con “Co-travellers”e a Punta della Dogana la personale di Lorna Simpson (New York, 1960) “Third Person” in collaborazione con il Met di New York e l’artista performativo Paulo Nazareth (Governador Valadares, 1977) con “Algebra”. «Abbiamo scelto una formula diversa, quattro mostre personali che mostrano l’evoluzione della Collezione Pinault», sottolinea il direttore Bruno Racine, «l’Europa è un po’ assente, ci sono gli altri continenti: con la Biennale Arte di quest’anno è una dichiarazione che ha un peso particolare».
Il filo rosso: l’arte ha ancora la forza di interpretare il mondo?
Dal 29 marzo, il pubblico potrà seguire questo filo rosso tra gli artisti che, fuor di metafora, prende forma nella striscia di sale grosso tracciata dall’Algebra di Nazareth al secondo piano di Punta della Dogana. Non una linea di confine, ma un invito a lasciarsi attraversare dal dubbio: l’arte ha ancora la forza di interpretare il mondo? La risposta la suggerisce lo scrittore Salman Rushdie, nel testo per Michael Armitage che introduce il catalogo: «La risposta alla bruttezza è la bellezza. La risposta al potere è la bellezza. La risposta alla tragedia è la bellezza».
Armitage, una promessa di cambiamento

Si parte quindi da questa “promessa di cambiamento”, che tinge le sale di Palazzo Grassi delle cromie di Armitage. L’artista prende elementi dalla tradizione occidentale, ritagliando movimenti, gesti, corpi dalla Cappella Sistina di Michelangelo a quelli di Tiziano, passando per le fisicità di Gauguin e i soggetti di Picasso. Ma ogni elemento ritagliato dal passato assume una nuova forma: è intriso della visione di Armitage, della condizione dei migranti contemporanei, degli amori nascosti tra persone dello stesso sesso. Un’enciclopedia vivente e materica: il supporto scelto da Armitage non è una tela qualsiasi, ma con il lubugo - tessuto ricavato dalla corteccia degli alberi - si emancipa dalla tradizione occidentale. Ecco #mydressmychoice (2015), dove la Venere Rokeby di Velásquez è specchio del video diventato virale su Twitter di una giovane donna aggredita dalla folla perché indossa una minigonna. O ancora, You, Who Are Still Alive (2022), un doppio volto che vuole essere un messaggio positivo, «che possiamo cambiare le cose, contare e credere in noi», spiega il curatore Jean-Marie Gallais.
Le installazioni multimediali di Kanwar
Poi, si entra in spazi più intimi, che ospitano le installazioni multimediali di Kanwar: ancora soggetti sociali, con la storia contemporanea dell’Asia Meridionale. Dalla lotta per la democrazia in Birmania a cinque racconti che riflettono sul ciclo della vita (The Peacock’s Graveyard, 2023), Kanwar porta storie che diventano universali, allestite come libri vitali.
Simpson, sedimenti di memoria (collettiva)
Storie di storia, in un percorso che conduce dritto a Punta della Dogana. Primo impatto, Lorna Simpson: una pila (altissima) di riviste Ebony e Jet compone l’opera Black Totem (2025), sintesi del modus operandi dell’artista, alla ricerca di sedimenti di memoria collettiva. Una miniera di immagini magnificate da cubi di vetro, tradotte in minuti collage o grandi pitture dove il colore blu attraversa significati e culture. «Simpson costruisce la sua arte da oggetti di vita quotidiana», spiega la curatrice e direttrice generale della Pinault Collection Emma Lavigne, «è pittura d’azione, riutilizza immagini violente attraverso un percorso narrativo che riscrive le categorie dell’arte».

Sua è l’opera che troviamo in punta, Woman on a Snowball (2018): una figura femminile in equilibrio precario, che sfida lo scorrere del tempo.
Nazareth, le ossa rotte dell’algebra
Salendo le scale della torre, invece, c’è Nazareth con un invito ai visitatori: aggiungere al suo archivio un ritratto della propria madre, disegnandolo a matita e timbrandolo in tempo reale ed espandendo così l’opera Mama (2023/2026), monumento al lavoro materno. Nazareth porta a Venezia il suo cammino letterale, come dimostrano le infradito Havaianas consunte.

“Algebra” deriva dall’arabo al-jabr, è rimettere insieme le ossa rotte, è trovare una soluzione alle fratture irrisolte della storia. Da un luogo storicamente dedicato al commercio e alla misurazione e registrazione degli scambi, Nazareth si interroga su ciò che è rimasto escluso da quei registri. «È la decantazione di una performance», sintetizza la curatrice Fernanda Brenner, «crea nuove equazioni, fonda la sua identità artistica sul soggetto collettivo». E lo spazio è collegato dal sale: una linea bianca, spessa, che forma una nave fantasma. Dove conduce? In una storia che possiamo imparare a raccontare, perché è anche nostra.
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