Omaggio a Berengo Gardin: quei baci rubati tra poesia e testimonianza
La Fondazione di Venezia espone gli scatti nella rinnovata sede di palazzo Flangini: dall’angolo sul Canal grande agli innamorati colti in gondola, la città negli occhi del fotografo scomparso lo scorso agosto

La Fondazione di Venezia apre le porte della rinnovata sede di palazzo Flangini, per rendere omaggio a un veneziano doc come Gianni Berengo Gardin a pochi mesi dalla sua scomparsa, avvenuta nello scorso mese di agosto, a 94 anni. È, infatti, nel luminoso portego del palazzo, curioso per la sua asimmetria, che ha luogo la mostra “Gianni Berengo Gardin. La Venezia del maestro del bianco e nero”, curata da Denis Curti, direttore artistico delle Stanze della fotografia: 34 immagini veneziane, mai esposte fino ad ora, frutto di due diverse donazioni fatte dal maestro alla Fondazione, tra 2013 e il 2021, dopo la mostra allestita ai Tre Oci e altri incontri. Un nucleo complessivo di oltre 60 immagini, 34 delle quali sono ora appese, tutte stampe originali con timbrato sul retro il marchio di fabbrica «vera fotografia non corretta, modificata o inventata al computer».

L’angolo sul Canal grande
Alcune di esse godono di un particolare punto di osservazione: uno spettacolare angolo sul Canal grande, proprio di fronte alle Fabbriche sansoviniane del Tribunale, all’ultimo piano di palazzo Bollani, dove Berengo Gardin fu spesso ospite di dell’amico Renato Padoan (1924-2017), figura molto nota in città per esser stato anche Soprintendente ai monumenti. La frequentazione del palazzo portò in dote al fotografo anche la scoperta che proprio in quelle stanze aveva vissuto Pietro Aretino, l’intellettuale rinascimentale che nel 1537 descriveva il transito sul Canal Grande.

Così, mettendosi alla stessa finestra, il fotografo decise di guardare con i propri occhi ciò che probabilmente l’Aretino aveva visto secoli prima, come se la presenza del poeta gli suggerisse angoli, gesti, situazioni da cogliere o silenzi da rispettare, aspettando che le foto «si facessero da sole», come amava ripetere. Altro tema ricorrente nelle foto di Berengo Gardin è quello del “bacio rubato”, immortalato nel celebre scatto sotto le Procuratie deserte, in piazza san Marco, ma anche in altri “furti”, come quello colto dall’alto, di due innamorati in gondola.
La disciplina dello sguardo
Tutte foto prese con la sua celebre Leica personalizzata dalla celebre casa tedesca in un modello solo per lui, siglato con l’inequivocabile acronimo GBG. In tutta la sua carriera il fotografo, nato a Santa Margherita Ligure nel 1930, ma cresciuto a Venezia, ha sempre lavorato in pellicola; pare che abbia scattato una sola foto digitale, ovviamente un bacio rubato a una giovane coppia milanese. Un patrimonio di immagini di oltre un milione e duecentomila scatti di ogni genere, custoditi nell’ordinato archivio milanese, di cui oggi si occupa la famiglia.

«Mostrare le immagini di Gianni Berengo Gardin significa occuparsi di disciplina dello sguardo», ha detto il curatore della mostra Denis Curti, sottolineando il valore etico, oltre che estetico del lavoro di GBG, che rifiutò sempre la definizione di artista, a favore di quella di artigiano, categoria alla quale era pure iscritto.
Il fotografo, un lavoro etico
Perché etico il lavoro del fotografo veneziano lo fu da sempre, ben prima della battaglia contro le Grandi navi: si pensi solo alle campagne con Carla Cerati e Franco Basaglia per “Morire di classe” (Einaudi, 1969), che svelava per la prima volta le condizioni disumane dei manicomi italiani.

O i reportage su “Dentro le case” e “Dentro il lavoro”, che mettevano in parallelo condizioni lavorative e abitative delle diverse classi sociali, oltre a collaborazioni prestigiose come quelle con Touring Club Italiano e l'Istituto Geografico De Agostini, aziende simbolo da Olivetti a Fiat, da Alfa Romeo a IBM, o i architetti come Renzo Piano e Bruno Zevi, ma anche con riviste e magazine internazionali, da Domus a Epoca, da L'Espresso a Time e Stern. L’omaggio della Fondazione di Venezia a Berengo Gardin rilancia il ruolo culturale della fondazione bancaria, oltre il ruolo di sostenitrice delle istituzioni, come ha ricordato il direttore Giovanni Dell’Olivo, ribadendo che i problemi della città si potranno risolvere solo «lavorando in sinergia e facendo rete, per questo la Fondazione si candida a essere sempre di più il perno strategico di questa rete».
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