Joseph Kosuth alla Casa dei Tre Oci: se il linguaggio non è neutrale

Berggruen Arts & Culture espone le opere dell’artista concettuale nella mostra “The-exchange-value-of-language-has-fallen-to-zero”. «Le parole di Foucault da capogiro. Ho vissuto a Venezia per cinque anni, tornerei»

Camilla Gargioni
L'allestimento della mostra di Joseph Kosuth alla Casa dei Tre Oci alla Giudecca (foto Interpress/Marta Buso)
L'allestimento della mostra di Joseph Kosuth alla Casa dei Tre Oci alla Giudecca (foto Interpress/Marta Buso)

La purezza del neon bianco caldo, piegato per prendere la forma di una citazione del filosofo Michel Foucault da Le parole e le cose. Siamo alla Casa dei Tre Oci, alla Giudecca, dove Berggruen Arts & Culture ospita la nuova mostra di Joseph Kosuth (1945), pioniere dell’arte concettuale, aperta da domani fino al 22 novembre (www.berggruenarts.org). È la nuova installazione A Chain of Resemblance ad accogliere il visitatore al piano terra, illuminando le capriate di legno di soffitto seguendone il bordo. L’opera si cala nel titolo della mostra, “The-exchange-value-of-language-has-fallen-to-zero”, ovvero “Il valore di scambio del linguaggio è sceso a zero”, a cura di Mario Codognato e Adriana Rispoli. Kosuth indaga l’attuale panorama culturale dominato dai media, in cui il linguaggio ha progressivamente perso peso.

Joseph Kosuth alla Casa dei Tre Oci alla Giudecca (foto Interpress/Marta Buso)
Joseph Kosuth alla Casa dei Tre Oci alla Giudecca (foto Interpress/Marta Buso)

La citazione da Foucault: il mondo collegato come una catena

La citazione parla di un mondo come «convenienza universale delle cose», attraversato da un «legame tra somiglianza e spazio», in cui «il mondo è collegato come una catena». L’artista torna quindi a ricercare il rapporto tra testo e contesto, rimettendo al centro la forza stessa del linguaggio. «Perché quella citazione di Foucault? Per quello che dice», sottolinea Kosuth, «la qualità autoriflessiva di quelle parole è pertinente al mio modo di pensare». Poi, Kosuth va più a fondo: «Se leggendo rifletti nel modo corretto, ti dovrebbe lasciare una sensazione di capogiro». Di «dizziness», la parola scelta dall’artista.

Dallo specchio all’orologio: esercizi di linguaggio

Salendo al primo piano, gli elementi chiave dell’arte concettuale di Kosuth interrogano il visitatore: specchi, definizioni, enigmi logici, orologi, fotografie. Elementi che escono anche dai confini della Casa dei Tre Oci, con l’opera The Seventh Investigation (A. A. I. A. I.) Proposition One, 1970, che trova casa sulla facciata di palazzo Malipiero, sul Canal Grande. Un’opera del 1970 originariamente progettata come striscione per Torino e come cartellone a Chinatown, New York, che viene immersa nel contesto del canale attraversato dai vaporetti.

«Ho portato l’arte fuori dalle gallerie, ancora prima dell’arrivo dei social network», afferma Kosuth, che riflette anche sul suo rapporto con Venezia. «Rimane una delle mie città preferite, ora sono a Roma: vediamo se tornerò, ci ho vissuto per cinque anni, sono stato invitato a numerose Biennali (otto, ndr)», riflette Kosuth, «vorrei tornare qui».

Le opere di Kosuth a Venezia

Proprio a Venezia, ci sono due opere permanenti di Kosuth: The Material Ornaments sulla facciata della Querini Stampalia dal 1997 e To Invent Relations (For Carlo Scarpa) dal 2016 nell’aula Baratto di Ca’ Foscari. Hanno un legame con quella site-specific ora ai Tre Oci? «Affrontano altri temi, ma sono nella stessa dimensione», dice Kosuth. Tornando proprio ai Tre Oci, la riflessione-manifesto A che punto sei? / Where are you standing per la Biennale del 1976 nell’ambito del collettivo International Local appare quanto mai attuale. Una mappa per orientarsi, in cui «Tutte le critiche e il cinismo sulla politica della Biennale sono davvero fuorvianti».

Uso e significato, la lezione di Wittgenstein

Poi, il gioco di riflessi in One and Three Mirrors (1965): un oggetto comune – in questo caso uno specchio – viene affiancato alla sua immagine e alla sua definizione. Qui, come in altre opere, Kosuth si rifà a Wittgenstein, ponendo uso e significato come elementi inseparabili. E ponendo al visitatore la domanda delle domande: qual è la funzione dell’arte? Il flusso di interrogativi prosegue, con Clock (One and Five) (1965) che amplia la serie delle Proto-Investigazioni esplorando la relazione tra oggetti, linguaggio e astrazione del tempo. Di nuovo un oggetto semplice – un orologio – è affiancato alla sua fotografia e definizione del dizionario. Lo spettatore è portato a riflettere su come linguaggio e immagini plasmino la nostra realtà.

L'allestimento della mostra di Joseph Kosuth alla Casa dei Tre Oci alla Giudecca (foto Interpress/Marta Buso)
L'allestimento della mostra di Joseph Kosuth alla Casa dei Tre Oci alla Giudecca (foto Interpress/Marta Buso)

I neon e una forma d’arte che resta rilevante

E ancora, neon: One and Eight - A Description (1965), un’installazione testuale che descrive sé stessa, dove la rappresentazione lascia spazio al linguaggio. «La mia forma d’arte resta rilevante, si evolve», aggiunge Kosuth, «ma non cambia riflessione». Un inno alla forza delle parole, del discorso, della narratività che permea (ancora) il mondo.

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