Labirinto Borges, il restauro a 40 anni dalla scomparsa dello scrittore. Quei simboli nascosti nel verde
La Fondazione Cini riapre il percorso dopo circa tre mesi di manutenzione del bosso. Le visite guidate tornano da metà luglio. Codello: «Un manufatto vegetale che è come un mosaico»

Bisogna sentirli, i rami di bosso che sfiorano gentili la pelle. Bisogna lasciarsi trascinare dalle curve, indovinare le lettere senza pensarci troppo, andare a caccia di simboli. Il Labirinto Borges alla Cini ha la capacità di rievocare storie, suggestioni, passeggiate letterarie. Per i più giovani, il mitico labirinto di Harry Potter e il Calice di Fuoco della penna di J.K. Rowling, in cui il maghetto corre a caccia del calice-trofeo, che si rivelerà una trappola che lo condurrà dritto nelle mani di Voldemort. Poi c’è la letteratura del Novecento, naturalmente. Lo scrittore argentino Jorge Luis Borges, con Il giardino dei sentieri che si biforcano raccolto in Finzioni, e una nuova fenomenologia del labirinto. Umberto Eco, Il nome della Rosa, la biblioteca dalla mappa impossibile che racchiude i segreti dell’abbazia, che Adso e Guglielmo da Baskerville cercano di dipanare.
Il restauro a 40 anni dalla scomparsa dello scrittore
Ma torniamo alla Cini. Perché parlare del Labirinto Borges? Perché le sue siepi hanno avuto bisogno di cure e riaprirà da metà luglio (informazioni e visite guidate su visitcini.it). Un intervento di circa tre mesi, realizzato grazie al supporto di PwC Italia, a quindici anni dalla sua realizzazione e a quaranta dalla scomparsa dello scrittore argentino: su 3.200 piante di bosso (Buxus sempervirens), 165 erano compromesse. Non solo il focus sulle piante: è stata anche l’occasione per immaginare una nuova accessibilità del labirinto. Ecco il nuovo vialetto d’accesso e, superato il primo “scoglio” del labirinto, una mappa tattile realizzata in collaborazione con l’Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti.

«Come un mosaico»
«Questo labirinto è stato costruito nel 2011, all’epoca ero sovrintendente e non c’erano buone ragioni per farlo», ha esordito Renata Codello, segretario generale della Fondazione Cini, «siamo vicini al labirinto di Villa Pisani a Stra, uno dei più grandi d’Europa. Poi siamo nel bacino di San Marco, dove è difficile immaginare di aggiungere qualcosa in un luogo già pieno di bellezza e architetture. E ancora, l’idea di creare un terzo chiostro. Oggi, questo manufatto vegetale è come un mosaico».
La genesi: il progetto di Coate
Però il progetto ha preso forma grazie alla tenacia di María Kodama, moglie di Borges, e del segretario generale di allora, Pasquale Gagliardi. L’idea del Labirinto Borges prende forma nel 2003, con il prototipo progettato dall’architetto inglese Randoll Coate, realizzato in Argentina. «Quel prototipo fu una scintilla», racconta Pedro Memelsdorff, musicologo e direttore dei seminari di musica antica della Fondazione Cini, «María viaggiò per tutto il mondo, da Reykjavík a Firenze a Valencia». E a Venezia, la porta si apre, per realizzare un labirinto nel labirinto. Proprio in quegli anni, infatti, la Cini stava portando la biblioteca alla Manica Lunga. «Nel Medioevo, quel luogo era stato un cimitero per stranieri», continua Memelsdorff, «poi divenne orto per i monaci. Più tardi ancora, deposito d’armi in epoca napoleonica. Infine abbandonato e dimenticato». Con il Labirinto, invece, ha ripreso vita: le piante non sono banalmente piantate a terra. Si scontrerebbero con l’acqua salata. Sono state quindi costruite apposite vasche di irrigazione, in cui è stato piantato il bosso.

I simboli nascosti
Poi, sta all’occhio e alla fantasia individuare e indovinare i simboli che vi sono nascosti: non solo le scritte Borges che si intrecciano, ma anche clessidre, un bastone, occhi di tigre, gli anagrammi di Maria o dello stesso Cotes, perfino punti interrogativi. Un labirinto che chiede di riflettere sulla condizione esistenziale dell’uomo, che ne diventa metafora. Non è più un semplice topos letterario, nato dal labirinto di Cnosso sull’isola di Creta in cui viene imprigionato il Minotauro disegnato da Dedalo. Il labirinto nel Novecento diventa un luogo mentale, diventa - per usare un termine caro a Eco - rizoma, ovvero labirinto aperto con una struttura a rete infinita. E alla Cini, tutto questo prende una forma concreta, da vivere in un’architettura vegetale: le piante sono basse, non si ha la sensazione di claustrofobia. Semplicemente, sfiorano mentre si cammina e ingannano, lasciando il visitatore in insenature senza uscita.
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