Marina Abramović a Venezia: «Così ho fermato il tempo»

La pioniera del linguaggio performativo espone alle Gallerie dell’Accademia. Apre la mostra Transforming Energy: «Torniamo a vivere davvero le nostre esperienze»

Camilla Gargioni
L'artista Marina Abramović: apre alle Gallerie dell'Accademia "Transforming Energy"
L'artista Marina Abramović: apre alle Gallerie dell'Accademia "Transforming Energy"

Orologi da polso da riporre in tasca, smartphone in silenzioso, cuffie anti rumore – di quelle da cantiere edile – da tenere ben calate sulle orecchie. Niente selfie, niente chiacchiere né bisbigli: l’unica voce da ascoltare è quella del tempo. “Transforming Energy” di Marina Abramović, che apre il 6 maggio alle Gallerie dell’Accademia (fino al 19 ottobre), mette il visitatore di fronte al più grande lusso della nostra contemporaneità: il tempo.

Una mostra sull’essere nel presente

«Questa mostra è sul tempo, sull’essere nel presente», sottolinea Abramović, una delle figure più influenti dell’arte contemporanea che quest’anno festeggia 80 anni, «bisogna tornare a guardarci attorno: scattiamo foto ancora prima di vivere un’esperienza. Per viverla, ci vuole tempo». Abramović, accanto ai Veronese, Tintoretto, Tiziano conservati alle Gallerie, racconta di nuovo di quella prima volta a Venezia da bambina, le lacrime che scorrevano senza soluzione di continuità, una bellezza indescrivibile.

Un’arte da vivere

La mostra si apre con la performance veneziana realizzata nel 1997 per la Biennale: Balkan Baroque, che le è valsa il Leone d’Oro. Un’opera fortemente politica, legata alle stragi che avvenivano nei Balcani. «L’arte dà un messaggio di pace e unità», ricorda Abramović, guardando all’oggi e al suo impegno - anche artistico con un muro di cristalli - per l’Ucraina. Il percorso alle Gallerie non è uno di quelli in cui ci si sente spaesati, senza bussola. L’avatar di Abramović, ricreato su tablet collocati accanto alle installazioni, guida nei movimenti e nei tempi, spesso illimitati. Non solo: figure in rigoroso camice bianco (in carne e ossa) prendono per mano il visitatore, invitano a tenere il silenzio, indicano i movimenti da ripetere.

L’energia che trasforma

Il primo contatto con questa “energia trasformativa” è nella stanza di Portal A (2024), dove si attraversa un grande arco luminoso di selenite. In quella successiva, i portali diventano piramidi, in cui di nuovo si può entrare, chiudere gli occhi, perdere la cognizione del tempo. Richiede invece un movimento continuo Single door installation (2024): l’invito è di porsi di fronte a una porta nera, circondata da un led luminoso bianco. Bisogna poi aprire la porta, ma non attraversarla, ripetendo il gesto per tre ore. «È un movimento semplice, ma dovrete ripeterlo a lungo», invita Abramović.

Il ruolo delle cuffie

Le cuffie annullano ogni suono, ogni voce, fino a quando non si arriva a immaginarli. «Siediti comodamente. Ascolta il suono del metronomo. Procedi. Durata: illimitata» , sono le istruzioni per affrontare l’opera As Slow as Possible (2024), dedicata a John Cage: una fila di metronomi, davanti ai quali restare in contemplazione seduti su sdraio di tela bianche. Immancabile il telefono telepatico (Telepathy Telephone, 2024), che invita ad alzare la cornetta. Ma l’energia, in un certo senso, va anche «pulita»: code di cavallo si muovono e accarezzano la schiena, lunghi letti di legno chiedono di fermarsi.

Il dialogo con Tiziano

Poi ancora il dialogo tra la Pietà di Tiziano (1575-76 ca.) e Pietà (con Ulay) del 1973, un’intrusione contemporanea tra i giganti della pittura. E l’opera ricreata appositamente per la scala a chiocciola delle gallerie, Double Edge (1995/2026), una scala di coltelli sospesa. «Transforming Energy è un evento eccezionale, le Gallerie dell’Accademia sono un museo che Marina ha visitato fin da giovane», sottolinea Giulio Manieri Elia, direttore delle Gallerie, «è voluta tornare, non è mancata nelle ultime decisioni espositivi. Sappiamo quanto ciò abbia significato. E il dialogo con l’opera di Tiziano non potrebbe essere più vivo e profetico».

«Gli oggetti non sono completi se non si prende parte»

«Non è un’esibizione ordinaria», chiosa Shai Baitel, curatore della mostra e direttore artistico del museo d’arte moderna di Shanghai, «gli oggetti non sono completi se non si prende parte». Un’esposizione che è un viaggio interiore, che prende forma fin da “The Great Wall Walk” del 1988, quando l’artista per tre mesi aveva camminato lungo la Grande muraglia cinese. Ora, invita a camminare insieme a lei, in una Venezia che non smette di ispirare e abbagliare di bellezza.

Riproduzione riservata © il Nord Est