Jenny Saville a Ca’ Pesaro. La forza e il potere dei corpi

L’artista inglese è protagonista al secondo piano di Ca’ Pesaro: «Sono una pittrice pittorica». Il legame con Venezia, la nuova concezione di bellezza, il peso dell’umanità

Michela Luce
L'allestimento della mostra di Jenny Saville a Ca' Pesaro
L'allestimento della mostra di Jenny Saville a Ca' Pesaro

«Sono una pittrice pittorica – carne, corpo, ritratto – la natura umana». Allitterazione lapidaria con cui Jenny Savile introduce la sua arte e apre le porte della potente, coinvolgente mostra allestita al secondo piano di Ca’ Pesaro: sette sale dominate da enormi quadri che aprono la stagione espositiva veneziana nell’anno della Biennale Arte. Corpi che debordano dalle grandi tele, quasi la pittura materica, stesa con pennellate opulente, portasse l’occhio a perdersi nella carne, nelle sue pieghe, per poi spingerlo altrove. “Jenny Saville a Ca’ Pesaro”, fino al 22 novembre (www.visitmuve.it), si offre quale percorso cronologico attraverso una trentina di opere esibite con ampio respiro che ne esalta le misure, svelando il forte legame dell’artista inglese con la città che lei stessa considera «centro della pittura nella storia».

Un ritratto di Jenny Saville
Un ritratto di Jenny Saville

Il rapporto con Venezia

In un dialogo con la curatrice Elisabetta Barisoni, l’artista racconta che Venezia, visivamente e pittoricamente, l’ha formata sin dagli anni in cui, bambina, lo zio la portava a visitare chiese e musei schiudendole il mondo sulla pittura, quella vera fatta di tonalismi e di colori, che non a caso comprava proprio in Laguna. Dall’Assunta di Tiziano, che a ogni occasione torna ad ammirare ai Frari e che ebbe la fortuna di vedere dalle impalcature durante gli ultimi restauri, alla struggente Pietà di Giovanni Bellini all’Accademia.

In controtendenza con quello che esprimeva la generazione degli Young British Artist, Jenny Saville, nata ad Oxford nel 1970 e formatasi alla Glasgow School of Art, quando irruppe nella Londra tra fine anni Ottanta e inizi Novanta del secolo scorso in un ambiente dominato dal concettuale, dall’arte del recupero, dagli animali in formalina di Damien Hirst, dalle fotografie o video-installazioni di Tracey Amin, si impose subito “alive and kicking”. Donna, pittrice, figurativa; sembrò quasi una sorta di auto-dichiarazione, smaccatamente, prepotentemente esibita attraverso le grandi dimensioni, “push the painting”.

La mostra Sensation nel 1997

Partecipando alla mostra “Sensation” nel 1997 venne notata: la sua opera iniziale Propped realizzata nel 1992 quale tesi di laurea è un autoritratto; il suo corpo colto in un sottinsù esagerato che nemmeno i più spinti manieristi avrebbero concepito è volutamente sgraziato, una sorta di grido contro l’idea classica di femme fatale, fatto di carne flaccida rubensiana dalle tinte morbide e terrose. Opera che, battuta all’asta da Sotheby’s nel 2018, raggiunse la cifra record di 9,5 milioni di sterline, triplicando la stima iniziale e convincendo Charles Saatchi ad investire su di lei.

L'allestimento della mostra a Ca' Pesaro
L'allestimento della mostra a Ca' Pesaro

Ad affiancarla in mostra Hybrid del’97, una sorta di patchwork di “flesh and blood”, conseguenza dei sui studi in Connecticut sui cadaveri negli obitori o, all’epoca della chirurgia estetica e dei ritocchi esasperati, proponendo una nuova concezione di bellezza, una decostruzione e ricostruzione del corpo, che inevitabilmente non poteva prescindere da Picasso.

Tra anticonformismo e classicismo meditato

"Focus" (2022-24) di Jenny Saville
"Focus" (2022-24) di Jenny Saville

Pur nel suo anticonformismo pittorico Jenny Saville si rivela infatti imperniata di un classicismo colto e meditato che traspare scorrendo le opere esposte, spaziando da Tintoretto a Velasquez, da Schiele a Cézanne e Matisse. Solari, persino luminosi i ritratti del periodo napoletano, dove si coglie una luce accecante, diversa dal grigio plumbeo dei cieli londinesi, ombre taglienti che la spingono a usare colori smaglianti: Rosetta II del 2005 lascia trapelare dall’azzurro vitreo dello sguardo la cecità della giovane, volutamente, orgogliosamente esibita. Ma la donna nella sua fertilità è anche madre dolorosa, che, nel reggere il corpo del figlio, porta su di sé il peso dell’umanità.

Tra Michelangelo e l’oro di Torcello

"Byzantium" (2018) di Jenny Saville
"Byzantium" (2018) di Jenny Saville

Inevitabile il riferimento a Michelangelo e alla sua Pietà di fronte allo strepitoso Byzantium dove convivono il dripping pollockiano, la pennellata larga e grassa di De Kooning, l’oro di Torcello, mentre quel corpo svuotato e abbandonato sul grembo della Vergine sembra ancora discendere dalla Pala Martinengo del Bellini. In Blue Pietà e Aleppo irrompe struggente la tragicità della cronaca, le guerre e le distruzioni di massa, che, seppur ritagliando città sventrate che sembrano uscire dalla regia di Kubrick, in realtà sono trattate come immagini di sofferenza collettiva che la pittura spera e cerca di esorcizzare, perché il messaggio di Saville è e resta comunque iconografico.

Paesaggi e centralità della pittura

Ad alleggerire la claustrofobia della guerra l’apertura ariosa al paesaggio collinare sullo sfondo di Venus and Adonis o Danae, omaggi veneziani che si fanno espliciti nei tonalismi sfumati dell’ultima sala che richiamano Tiziano, pur nel totale ribaltamento iconografico che inverte il ruolo di mascolinità di Adone e di fertilità di Danae. «Essere a Venezia, per me un sogno di gioventù che si realizza», dice Saville. Mettendo sempre al centro la pittura perché «dipingere anche nei momenti peggiori non è futile, è un atto politico».

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