Cinema al cento per cento, le nostre recensioni dei film in sala dal 26 marzo
“Mio fratello è un vichingo”, è la sorpresa della settimana. Quanto è capriccioso “Il Dio dell’amore” di Francesco Lagi. L’esordio alla regia della veronese Valentina Zanella con “Non è la fine del mondo”. “Un poeta” è il secondo lungometraggio del regista colombiano Simón Mesa Soto. Vincenzo Marra vira sulla commedia con “Era”

In sala, una delle sorprese dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia: un thriller che mescola ironia nordica, melodie degli Abba e mitologia norrena con un irresistibile e inedito Mads Mikkelsen. In “Mio fratello è un vichingo” si riesce a ridere parecchio.
Francesco Lagi sceglie un coro di attori per raccontare le traiettorie imprevedibili dell’amore. Sin dal titolo (Il dio dell’amore) ricorda Woody Allen, senza, però il suo sarcasmo e la sua ironia, procedendo, piuttosto per accumulo. Evita il sentimentalismo ma le continue giravolte non aiutano un film un po’ fuorimoda.
Valentina Zanella, produttrice, sceneggiatrice e anima, insieme a Nicola Fedrigoni, di K+, scrive (insieme al fedele Federico Fava) e dirige “Non è la fine del mondo”, tratto dall’omonimo romanzo di Alessia Gazzola, esplorando la resilienza e la capacità di reinventarsi. Adorabile Fotinì Peluso.
Dalla Colombia arriva in sala “Un Poeta”: nelle rinunce del suo protagonista Oscar, poeta disastrato, eponimo di un paese e di una condizione di subalternità del continente latino-americano, c’è tutta l’indolenza degli sconfitti e degli sfruttati.
“Era” (da Era di maggio, un classico della canzone napoletana) è il nuovo film di Vincenzo Marra che si allontana dai suoi film precedenti per raccontare la storia di una anziana signora che prova a resistere al tempo e ai tentativi dei figli di mandarla in ospizio. L’incrocio di destini con una badante cingalese trasformerà profondamente le vite di entrambe.
MIO FRATELLO È UN VICHINGO
Regia: Anders Thomas Jensen
Cast: Mads Mikkelsen, Nikolaj Lie Kaas
Durata: 116’
Voto: 7
“Mio fratello è un vichingo” del danese Anders Thomas Jensen gioca con i generi: inizia e finisce con inserti animati che richiamano la mitologia dei guerrieri norreni, prende le mosse da una rapina andata male e poi … diventa una farsa, dai toni grotteschi e, a tratti, esilaranti. Al centro della storia due fratelli, Anker (Nikolaj Lie Kaas) e Manfred (un irresistibile Mads Mikkelsen, spesso impiegato in ruoli muscolari e duri, qui tenero, con occhiali e riccioli rossi).
Il primo, uscito dopo quindici anni di prigione, è ossessionato da un pensiero: recuperare un borsone pieno di soldi che è stato nascosto dal fratello nel bosco vicino alla loro vecchia casa di famiglia. Ma Manfred (un po’ “speciale” sin da bambino” e da sempre appassionato di iconografia vichinga) soffre di un disturbo della personalità: ora crede di essere John Lennon dei Beatles e rifiuta di ricordare dove sia sepolto il bottino.
Un medico stravagante, allora, consiglia ad Anker di “riunire” la band di Liverpool con altri 3 personaggi bislacchi prelevati da altrettanti manicomi che si credono gli altri componenti dei Beatles. Ma nell’attesa che questa terapia d’urto faccia recuperare la memoria a Manfred, Anker deve fronteggiare anche un sadico killer che si è messo sulle sue tracce e gestire la follia di uno dei musicisti che sbanda dalla personalità di Paul McCartney a quella di Björn degli Abba a quella del nazista Himmler.
“Mio fratello è un vichingo” è una caccia al tesoro intrisa di umorismo danese, dall’incedere quasi olistico, persino geniale in alcune trovate (spassosissime le reazioni “estreme” di Manfred quando il fratello, ignorando la sua dissociazione di personalità, si rifiuta di chiamarlo John) che scava, letteralmente e metaforicamente, nella
vita e nei rimossi dei due fratelli. Si esce dalla sala canticchiando “Chiquitita”, col sorriso appena incrinato dalla violenza “esorcizzante” tipica del cinema nordico e da una farsa che funziona dal primo all’ultimo minuto.
(Marco Contino)
IL DIO DELL’AMORE
Regia: Francesco Lagi
Cast: Anna Bellato, Vanessa Scalera, Francesco Colella Enrico Borello, Corrado Fortuna, Vinicio Marchioni, Isabella Ragonese
Durata: 100’
Voto: 6

Ovidio (Colella), il poeta dell’amore, si aggira per Roma, osservando le vite di tanti personaggi che fanno i conti con Cupido, nato dall’unione tra Venere, la dea della bellezza, e Marte, il dio della guerra: un bimbetto capriccioso che scocca le proprie frecce in modo imprevedibile e beffardo. Così, una cardiochirurga (Bellato) che, per il lavoro, trascura la compagna Ester (Scalera) con cui ha una figlia, incontra per caso la giovanissima Silvia (Ferrara), amante appena scaricata da un professore d’arte (Marchioni) che aspetta un figlio dalla moglie (Ragonese), anche se per i medici era sterile. Forse non è suo, ma di un musicista (Fortuna) che ora sta con la maestra di suo figlio (Cimatti), appena uscita dalla relazione con un conducente di autobus (Borello) che non riesce a dimenticarla e, per questo, è in terapia da Ester.
Desiderio e sensi di colpa si incrociano e si riconcorrono in una commedia corale che ricorda il cinema di Woody Allen (anche nel titolo, declinato, però, al maschile), senza il suo sarcasmo e la sua ironia, procedendo, piuttosto per accumulo. “Il Dio dell’amore” di Francesco Lagi esplora, lungo 4 stagioni, le dinamiche romantiche senza indulgere al sentimentalismo ma anche senza che lo spettatore riesca mai a sintonizzarsi veramente con uno dei personaggi, tante sono le giravolte di un film un po’ fuori moda.
(Marco Contino)
NON È LA FINE DEL MONDO
Regia: Valentina Zanella,
Cast: Fotinì Peluso, Andrea Bosca, Paolo Ruffini, Paolo Rossi, Barbara Bouchet
Durata: 108’
Voto: 6,5

Nicola Fedrigoni e Valentina Zanella si definiscono lo scheletro (lui) e i muscoli e la pelle (lei) di una realtà produttiva che ha un cuore tutto veneto. Si chiama K+ che sta per “karma positivo”, ovvero l’approccio che ispira l’azione di questa realtà veronese fondata nel 2007. Se Fedrigoni incarna la figura del produttore con le redini contabili e progettuali tra le mani, Valentina Zanella disegna e dirige la linea editoriale, attraverso una attività poliedrica e creativa che si relaziona con gli autori, gli scrittori e il cast. E che non poteva non condurla alla regia. Così, dopo aver firmato le sceneggiature di “Acqua e anice” (con Federico Fava e Corrado Ceron) e “L’invenzione di noi due” (sempre con Fava, Paola Barbato e Matteo Bussola) Valentina Zanella, oltre alla penna, impugna anche la macchina da presa per il suo primo lungometraggio di finzione, “Non è la fine del mondo”, tratto dall’omonimo romanzo di Alessia Gazzola che esplora la resilienza e la capacità di reinventarsi, affrontando con leggerezza i temi del precariato giovanile e della realizzazione personale.
Il primo merito di Valentina Zanella è quello di aver trovato una protagonista perfetta. Fotinì Peluso è adorabile nel vivificare la protagonista del romanzo, Emma De Tassent, 28 anni, eterna stagista del cinema che non può essere licenziata perché non ha mai avuto un contratto vero (eppure, nel paradosso del sistema italiano, succederà). Scaricata, appunto, da un produttore narcisista e cafone (Paolo Ruffini), Emma attraversa Roma in bicicletta con l’unica speranza di ottenere i diritti cinematografici del libro più celebre di Oscar Tessari (Palo Rossi), scrittore vanesio con l’ossessione per il cibo. Intanto, trova lavoro come commessa in un negozio di maglieria gestito da Vittoria Weber (Barbara Bouchet), senza sapere che è la madre di un altro famoso produttore, Pietro Scalzi (Andrea Bosca) che l’aveva umiliata durante l’ultimo colloquio di lavoro.
Ma Emma(che ha anche una sorella, Arabella, nel pieno di una crisi esistenziale, nonostante l’apparente stabilità familiare con un marito e una figlia) va avanti, ripetendosi, di tanto in tanto, che, in fondo, ciò che le succede, “non è la fine del mondo”. Anzi, forse è solo l’inizio di tanti mondi possibili. Il secondo merito di Valentina Zanella è quello di trasferire la leggerezza del libro al film: a cavallo tra le atmosfere un po’ asincroniche di Carolina Cavalli (ma senza che la sua protagonista smarrisca l’empatia e la sua “gentile intransigneza”) e quelle di eredità mazzacuratiana (nel disegnare le traiettorie di personaggi molto umani e, per questo, inevitabilmente fallibili), il racconto si dipana con garbo, camuffando la profondità sotto la copertina dei romanzi Harmony di cui Emma è una vorace lettrice, come per non prendersi troppo sul serio.
Anche gli aforismi, le citazioni e le parole straniere intraducibili di cui è disseminato il film non vogliono semplificare o inculcare una morale spicciola; piuttosto sono altrettante boe che, in realtà, tracciano delle coordinate nel mare di una consapevolezza di sé che ha bisogno di soste e punti d’appoggio, prima di realizzarsi e permettere a Emma di nuotare (e, non solo galleggiare) senza affanni e senza la paura di annegare. Il film, certo, ha qualche momento di fragilità e qualche “occhiolino” di troppo, ma come opera prima trova un suo equilibrio e, infine, una sua anima. Come Emma, è accomodante ma concreto, capace di non indulgere troppo al romanticismo nel finale. “Non è la fine del mondo” (montato con brio dal padovano Davide Vizzini) è ambientato a Roma ma è stato girato in gran parte a Verona, con il sostegno della Regione Veneto e della Veneto Film Commission. Dunque, è un “SÌ”, come scriverebbe con la sua penna Oscar Tessari.
(Marco Contino)
UN POETA
Regia: Simón Mesa Soto
Cast: Ubeimar Rios, Rebeca Andrade, Guillermo Cardona, Alisson Correa, Margarita Soto
Durata: 120’
Voto: 6,5

Secondo lungometraggio del regista colombiano Simón Mesa Soto, “Un poeta” è il racconto di una perdizione senza rimedio, di una rinuncia all’esistenza (pro)positiva, di tentativi goffi e maldestri di porre rimedio a una condizione precaria, attuati senza convinzione, da parte di Oscar, un poeta che ha avuto qualche celebrità e qualche premio in gioventù, ma che da anni ormai si dedica più all’alcolismo che alla scrittura. Vive con sua madre, non ha un lavoro, ma ha una figlia che lo guarda con un misto di disprezzo e pietà.
E quando accetta di insegnare letteratura in una scuola privata, obbligato dalla sorella, declama ubriaco di fronte agli studenti. Non c’è poesia senza sofferenza che certifica quanto lui si crogioli in essa. Tra i suoi allievi c’è anche Yurlady, di cui scopre la passione per la scrittura e sulla quale Oscar proietta, fin troppo, la propria vocazione, al punto da minare la sua credibilità etica e professionale. Eleggendo un loser a protagonista, Mesa Soto prende un individuo e lo rende eponimo di un paese e di una condizione di subalternità del continente latino-americano.
Nelle rinunce di Oscar c’è l’indolenza degli sconfitti e degli sfruttati, accentuata dalla sofferenza di chi vede come altri emergano, magari anche con meno merito. Scandito in quattro quadri, il film ha una prima parte un po’ troppo zavattiniana, in cui Ubeimar Rios dà corpo a un personaggio disastrato, salvo poi accreditarne i suoi tentativi di redenzione. Questo vagar circolare, lento e reiterato, subisce uno scarto, pur non definitivo, quando Oscar inizia a insegnare, grazie all’incontro con Yurlady di cui diventa piano piano il mentore.
Ma cialtroneria d’un lato e derisione e opportunismi dall’altro non svoltano la vita di Oscar, nonostante il desiderio di riavvicinarsi a una figlia che sembra detestarlo. Simón Mesa Soto, che all’esordio di Amparo aveva denunciato corruzione e subalternità della condizione femminile, guarda qui alla vicenda di Oscar come a una metafora di una moralità e di una redenzione irraggiungibili, che nella seconda parte del film si scontra con ostacoli sociali che vengono proprio da quelle classi meno abbienti che gli artisti come Oscar vorrebbero elevare.
(Michele Gottardi)
ERA
Regia: Vincenzo Marra
Cast: Dalia Frediani, Marinì Fernando, Giovanni Esposito, Maurizio Casagrande
Durata: 100’
Voto: 5,5

La senilità, la cura di un’anziana signora, l’ipotesi di una badante, i problemi con figli e amici. Parte dai ricordi di infanzia per tratteggiare una storia che vira in commedia, l’ultimo film di Vincenzo Marra, regista partenopeo che non aveva mai esplorato il genere più amato (e più svilito) dagli italiani. Era (da Era di maggio, un classico della canzone napoletana) racconta la storia di Lina, un'anziana signora della borghesia cittadina che si prende cura energicamente della sua famiglia, resistendo al tempo e ai tentativi dei figli di mandarla in ospizio.
Accetterà, dopo i ripetuti indebolimenti del suo cuore affaticato, di accettare una badante cingalese, Amilà, che non parla italiano, ma un dialetto perfetto. Tutto attorno un mondo di caratteri, e di caratteristi, tipicamente teatrali, come l’andamento narrativo, che Marra dirige battendo sul tasto dell’ironia e di un certo gusto comico estremo, che sfocia a tratti nella macchietta napoletana, frizzi e lazzi compresi.
Anche le situazioni che Lina si trova ad affrontare sono note e già viste, i tre figli sessantenni poco maturi, la sorella e il nipote ancor più irrisolto, le vecchie signore dell’associazione cattolica della Terza Età, il gentiluomo innamorato della porta accanto. Quando Lina ha l’ennesimo malore si convince a fare una sorta di “casting” domestico, alla fine del quale viene scelta una donna dello Sri Lanka che vive da tempo in città, ma non conosce né la lingua, né le tradizioni culinarie napoletane.
E qui si apre un secondo filone narrativo, quello legato al mondo dell’emigrazione, alla comunità cingalese, all’esperienza di Amilà che inizialmente esclusa, si inserisce progressivamente nella famiglia e nella vita di Lina, fino a risultare imprescindibile. Un incontro forzato e un rapporto inatteso, destinato a trasformare profondamente la vita di entrambe e quella di tutti gli altri protagonisti. Un film diverso dai precedenti (Tornando a casa, Vento di terra, L’ora di punta), come detto, che risulta sicuramente più godibile da un grande pubblico, ma che rispetto al passato appare sicuramente più semplice sia narrativamente che dal punto di visto contenutistico: non basta il richiamo al teatro eduardiano per togliergli di dosso una certa patina televisiva dejà vu.
(Michele Gottardi)
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