Dalla regia di Boris alla Festa di Roma: Luca Vendruscolo firma “Il ministero dell'amore” con Pif

Il regista udinese racconta la commedia girata con Giacomo Ciarrapico: dal Parlamento interiore che comanda le nostre vite all'uscita su Prime Video

La redazione
La presentazione del film che sarà disponibile su Prime Video
La presentazione del film che sarà disponibile su Prime Video

Alla fine dei Sessanta una canzone ti diceva che avevi una musica in testa (e che fa Zum Zum Zum) e chi allora frequentava quel mondo lì se la ricorda di sicuro. La cantava anche Mina, fra l’altro.

Oggi, invece, un film ti dice che, sempre in testa, hai un governo che ti “governa”. Sì, proprio così: un agguerrito manipolo di politici guidati da un presidente del Consiglio, con vari ministri (salute, sensi di colpa, sentimenti…) e dotato pure di un’opposizione.

Questo micro Montecitorio si trova esattamente dentro Pif, alias Aldo Canestri, cronista parlamentare e protagonista di un film davvero delizioso: “Il ministero dell'amore”. Lo firma la celebre coppia di registi Giacomo Ciarrapico, romano, e Luca Vendruscolo, udinese, quelli di “Boris”, insieme a Mattia Torre, scomparso nel 2019.

Prodotto da IdeaCinema, di Federico e Jacopo Saraceni, e da Amazon, il film sarà presentato oggi alla Festa del Cinema di Roma. Dal 18 dicembre lo si potrà vedere solo su Prime Video. Peccato, però, sarebbe stato un film da sala. Ma ormai le piattaforme regolano la nostra vita. Il vantaggio è che tutto il mondo ne è coinvolto. Fine del pensiero. Nel cast anche Corrado Guzzanti, Pietro Sermonti, Alessandra Mastronardi e Angela Finocchiaro.

Vendruscolo, a Udine lei è nato, ha scoperto il teatro e, in fondo, la sua professione.

«Sì, prima al Palio teatrale studentesco e poi l'incontro con Claudio de Maglio. Erano i primi anni Ottanta e in questa città voler lavorare nello spettacolo sembrava quasi una scelta irresponsabile. Ricordo qualcuno che mi domandò se mi sembrasse giusto nei confronti dei miei genitori. Invece quell'ambiente mi fece capire che si poteva vivere per il teatro e per il cinema. Poi arrivarono Roma, il Centro sperimentale, anni difficili, il premio Solinas e “Piovono mucche”. Ma tutto è cominciato lì».

Il vostro film si pone una domanda che riguarda tutti: chi comanda davvero dentro di noi?

«È proprio questo il gioco. Ognuno ha una specie di governo interiore, che rappresenta le proprie abitudini, comprese quelle sbagliate. Poi esiste un’opposizione che promette di cambiare tutto: da domani si corre, si mangia sano, si interrompono le relazioni che non funzionano, si diventa persone migliori. Ma, esattamente come accade nella politica, fra le intenzioni e i fatti c'è una distanza enorme. Si annunciano grandi riforme e alla fine si arriva al solito piccolo rimpasto».

Aldo è un giornalista parlamentare che attraversa una crisi sentimentale. E quella crisi diventa politica.

«L'idea è di Giacomo Ciarrapico, datata 2010, partendo anche da una sua esperienza personale. Aveva immaginato un uomo lasciato dalla compagna che, dentro di sé, assisteva alla caduta del governo e a nuove elezioni. La metafora ci sembrava molto efficace. Poi abbiamo trasformato quel monologo in una sceneggiatura e scelto di assegnare al protagonista il ruolo, appunto, di un cronista parlamentare. Essendo immerso quotidianamente nella politica, è naturale che immagini la propria coscienza come un Parlamento».

La cosa interessante è che quel Parlamento non è soltanto una trovata comica. Diventa uno specchio piuttosto impietoso della nostra società.

«Certo. Ci sono i complotti, gli inciuci, la difesa dello status quo, la pigrizia di chi preferisce non affrontare i problemi. Abbiamo trasferito dentro una persona tutti i difetti della politica italiana. Ma il ragionamento funziona anche al contrario: forse la politica è così perché noi stessi siamo fatti così. Serve una rivoluzione interna prima di pretendere quella esterna. È un aspetto del film al quale teniamo moltissimo».

È una commedia che, sotto la leggerezza, nasconde dunque un pensiero piuttosto serio.

«La commedia per noi è sempre stata una cosa seria. Ci piace raccontare personaggi difettosi senza metterci su un piedistallo. Il pubblico deve riconoscersi nelle loro debolezze. Anche perché tutti siamo bravissimi a immaginare cambiamenti radicali e molto meno a realizzarli».

Questa idea di rappresentare ciò che succede nella nostra testa fa pensare a “Inside Out” e al recente “Follemente”. Ma la vostra storia viene da più lontano.

«Certo, nel 1996 Mattia Torre e Giacomo scrissero una pièce teatrale, “Tutto a posto”, dove quattro personaggi rappresentavano le pulsioni interiori di un ragazzo. Quindi l’intuizione precede di molti anni “Inside Out”. Il progetto del nostro film ha avuto una gestazione lunghissima perché i produttori erano scettici. In Italia il surrealismo sembra qualcosa che possono permettersi soltanto gli americani. Poi “Follemente” ha dimostrato che il pubblico italiano è molto più disponibile di quanto si creda».

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