I dieci anni senza Umberto Eco: il ricordo di Andreose e il primo libro "libero"

Dagli schizzi veneziani del 1958 alla nascita de La nave di Teseo. Il presidente della casa editrice: «Anticipò TikTok e sdoganò la cultura bassa».

Camilla Gargioni

Settembre 1958. Umberto Eco è a Venezia, al XII Congresso Internazionale di Filosofia alla Cini. La sua passione per il disegno lo porta a tratteggiare schizzi, ritratti di filosofi: c’è Aristotele, che spiega a una ragazza dai capelli biondi un sillogismo. Ma non basta: i ritratti sono accompagnati da testi, filastrocche in rima baciata. Non li tiene come un divertissment per sé. Li mostra ai colleghi, seduto ai caffè in piazza San Marco.

Ne rimane colpita la moglie del filosofo Nicola Abbagnano, Marian, che ha una piccola casa editrice a Torino. «Eco sceglie lo pseudonimo “Dedalus”, un omaggio a Joyce. Diventa una tiratura da 500 copie. Ma subito inizia a circolare. E lo nota Valentino Bompiani», racconta Mario Andreose, presidente di La nave di Teseo. È la nascita del primo libro di Eco, Filosofi in libertà, recentemente ripubblicato dalla casa editrice che l’intellettuale ha contribuito a fondare nel 2015. Il 19 febbraio cadono i dieci anni dalla morte di Eco (Alessandria 1932-Milano 2016): un anniversario importante, perché il filosofo, medievista, semiologo aveva chiesto che per dieci anni non si parlasse di lui.

Andreose, qual è il suo primo ricordo di Eco?

«Lo ho seguito prima come lettore, dalla nascente Repubblica alle Bustine di Minerva sull’Espresso: è stato uno dei testimoni più efficaci del suo tempo. Il primo ricordo è di quando mi venne affidata Bompiani, Il Nome della Rosa aveva appena vinto lo Strega: fiorivano le ristampe, un successo che aveva sconvolto per primo l’autore. All’estero, però, non veniva comprato dagli editori francesi e americani».

E come andò?

«L'editore dei saggi di Eco, il Seuil, lo stesso di Roland Barthes, aveva ritenuto "un grave errore" la pretesa di pubblicare Il nome della rosa. Per fortuna, un'amica triestina, moglie di Jean-Claude Fasquelle, editors di Grasset, seppe fiutare subito la grande occasione. Anche in America Eco era molto noto come saggista e visiting professor, ma per fare apprezzare il suo romanzo dovemmo far ricorso a dei lettori di italiano, europei immigrati, stimati impiegati della editoria americana.».

Lo cambiò il successo del Nome della Rosa?

«Fu talmente inaspettato... Eco inizialmente voleva fosse un’edizione di sole tremila copie. Ma Valentino Bompiani lo aveva convinto del contrario. Eco ed io abbiamo lavorato 35 anni in Bompiani: quando prese la cattedra a Bologna, nel 1975, diventò direttore di collana. Ormai parlavamo a gesti».

Da Aquino ai fumetti, Eco spaziava nel mondo culturale. Il saggio “Apocalittici e integrati” (1964) segna una cesura: li vede ancora oggi?

«Non possono venire meno, è una definizione che ci è sempre vicino. Ci si trova al di qua o al di là della barricata: quanti contestatori della sinistra degli anni Settanta si sono trovati ingaggiati in aziende di Berlusconi?».

Quali tendenze ha anticipato Eco?

«Ha sdoganato la cultura bassa. Pensiamo alla rivista Linus, dove ha scritto e promosso la produzione di umorismo. Non erano solo fumetti, c’erano fior di autori, portò in Italia vignettisti americani. Un processo per rendere disponibile a un pubblico colto di lettori anche una produzione che sembrava relegata ai ragazzi».

Tra le eredità materiali di Eco, c’è la sua biblioteca. Come ha cambiato senso il libro?

«Sta cambiando continuamente, con le nuove tendenze legate soprattutto ai social che lasciano polvere nelle biblioteche e sulle scrivanie. Dobbiamo fare i conti con questi nuovi filoni: i numeri alti di lettori sono propiziati da TikTok».

Che cosa ne direbbe oggi Eco?

«Sono tutte cose di cui Eco mi ha parlato prima ancora che ne arrivasse il tempo. Dimostra quando la sua opera costituisca un patrimonio inestinguibile di lettura».

Un ricordo legato a La nave di Teseo?

«La nave di Teseo si fonda nell’autunno del 2015, Eco morirà nel febbraio del 2016. Sapeva di essere in una fase di non ritorno, ma disse: “Lo faccio per i miei nipoti”. E questo la dice lunga».

La scelta di non voler parlare di sé per dieci anni?

«Risponde di nuovo alla sua etica: non prendersi troppo sul serio. E avere la misura di una prospettiva».

Eco propone la complessità in un mondo che oggi va verso la semplificazione...

«Ha sempre unito alla saggistica il talento del narratore. Anche in quelli più ardui, come Kant e l’ornitorinco, aggiungeva il piacere del racconto».

Il libro da cui partire?

«Direi Filosofi in libertà. Un libretto delizioso, un intrattenimento delizioso. Poi, in occasione dei dieci anni, pubblichiamo L’umana sete di prefazioni e Umberto di Roberto Cotroneo. Il primo deriva da una sua battuta: in una Bustina di Minerva chiedeva di non scrivere prefazioni. Le abbiamo raccolte in quasi 600 pagine. Irresistibili». 

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