Paolo Malaguti: «La Resistenza va riletta senza retorica, insegna ai giovani a prendere posizione»
Nel saggio “Sentieri partigiani” lo scrittore padovano riflette su memoria, monumenti e senso critico. «La democrazia è fragile, serve una nuova competenza del resistere»

Come parlare oggi di “Resistenza”, come evitare una sterile monumentalizzazione di qualcosa di vivo? E ancora: come trasmettere ai giovani i valori, ma anche una attitudine alla “Resistenza”, intesa come senso critico, capacità di contrapporsi? Di tutto questo parla Paolo Malaguti in Sentieri partigiani (Einaudi, p. 160, 15 euro) da oggi in libreria. Lo scrittore padovano affronta, in forma di saggio dai tratti fortemente personali, i nodi di una questione irrisolta, che tuttora pesa nel dibattito pubblico.
È ancora difficile parlare di Resistenza senza retorica e senza polemiche?
«Credo di sì. Da un lato c’è la questione del metodo: sottoporre la Resistenza a un’analisi critica non per delegittimarla, ma per renderla più vicina anche ai più giovani, che spesso non accettano celebrazioni vuote. E poi c’è un problema storico più profondo: in Italia non abbiamo davvero elaborato il fascismo. Lo si vede ogni volta che si parla di Resistenza e riemergono distinguo, interpretazioni divergenti».

La retorica celebrativa ha evitato la discussione invece di aprirla?
«Lo spazio assegnato alla Resistenza è stato spesso quello della celebrazione alta, retorica, che però rischia di anestetizzare: il partigiano martire diventa vittima, non attore della storia. Come se avesse subìto la violenza senza opporsi, quando invece la lotta partigiana fu anche violenza necessaria. Pesa l’urgenza del dopoguerra di ricucire in fretta le ferite e il fatto che nella Resistenza convivevano molte anime. Il risultato è stato un denominatore comune molto ampio, ma storicamente diluito».
Eppure gli scrittori che la Resistenza l’hanno vissuta seppero raccontarne complessità e contraddizioni.
«La letteratura è una lente capace di affrontare le pagine difficili senza gli ostacoli della memoria ufficiale. Autori come Meneghello, Pavese, Fenoglio hanno avuto il coraggio di rappresentare errori, fragilità, dubbi. Per questo sono più veri. Per un adolescente oggi ha più senso leggere I piccoli maestri che guardare un monumento al partigiano: nelle pagine si respira la precarietà delle scelte, che poi è la stessa delle nostre vite».
Nel libro ci si interroga sui monumenti. Hanno ancora senso?
«Presi così come sono, rischiano di essere inerti o comprensibili solo ai più anziani. Ma non dobbiamo avere paura di toccarli. Si possono modificare, arricchirli con elementi critici, provocatori, interrogativi. In alcune città — penso a Bolzano — si è già fatto. Oppure si possono creare nuovi monumenti che non celebrino ma invitino a pensare: pietre d’inciampo capaci di interrogarci. La memoria non deve dire “quanto erano bravi i nostri nonni”, ma invitare a capire la complessità del passato».
Il Monte Grappa occupa un posto centrale. È davvero un cuore del Novecento italiano?
«Sì, e non lo dico solo per affetto personale. Il Grappa è uno dei pochi luoghi in cui convivono ancora visibilmente i segni della Prima guerra mondiale e quelli della Resistenza. Le trincee, gli scenari del rastrellamento: tutto è ancora lì. Questa sovrapposizione mi ha permesso di confrontare lo spazio della memoria fascista della Grande Guerra con quello della memoria repubblicana della Resistenza. E ci si accorge che il sacrario fascista da un certo punto di vista sembra ancora oggi più efficace dei monumenti partigiani. Un paradosso che merita riflessione».
Anche dal punto di vista storico, nel Veneto ci si è occupati molto di politiche della memoria.
«Non tutte le zone d’Italia hanno vissuto allo stesso modo gli eventi chiave della storia nazionale. Qui la Grande Guerra e la Resistenza hanno lasciato segni profondi e vicinissimi. Inoltre il Veneto ha avuto nel secondo Novecento una straordinaria costellazione di intellettuali — da Meneghello a Rigoni Stern, da Buzzati a Zanzotto — che ha favorito un ambiente culturale laico, dialogante, non radicale. Questo ha prodotto un abito mentale curioso, attento, poco ideologico: un terreno fertile per chi studia la memoria».
Il libro ha anche una forte dimensione pedagogica. È davvero possibile insegnare la Resistenza sia come storia sia come “modo di agire”?
«Sì, credo di sì. Sul piano storico si insegna già, con efficacia variabile. Ma la “competenza del resistere” è altrettanto importante: significa stimolare nei ragazzi la capacità di prendere posizione, non accettare passivamente ciò che arriva dal mondo esterno, dalla politica, dal lavoro. Non parlo certo di salire in montagna con un fucile, ma di esercitare cittadinanza attiva. Oggi c’è bisogno di questo più che mai: la democrazia non è mai acquisita una volta per tutte. Lo vediamo anche negli Stati Uniti, dove dinamiche recenti mostrano quanto sia fragile ciò che credevamo solido». —
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