Lo Stabile del Veneto conquista Siracusa
La “prima” dell’Alcesti al Teatro greco è targata Tsv, con Filippo Dini alla regia e in scena

Si intitola Sconfinamenti la stagione numero 61 delle rappresentazioni classiche al teatro greco di Siracusa che ha preso il via venerdì sera. Il titolo si lega alle traiettorie narrative delle tre tragedie in cartellone: l’Alcesti, nella quale la protagonista supera il limite tra vita e morte, salvo poi tornare dall’Ade; l’Antigone dove la linea da non oltrepassare è quella imposta da Creonte, non seppellire i nemici della patria; i Persiani dove i limiti sono quelli imposti dalla natura all’uomo, che Serse - superbo - decide di ignorare.
Ma con gli occhi di chi atterra in Sicilia da Venezia e trova il simbolo del Teatro Stabile del Veneto, accanto a quello dell’Inda (l’Istituto nazionale del dramma antico - un’istituzione che ha la forza della Biennale, tanto per capirsi) sotto i manifesti della “prima”, gli Sconfinamenti assumono immediatamente un altro significato. Sono l’annuncio di un traguardo raggiunto, il racconto di un percorso che ha origini lontane. Il Tsv che varca i confini regionali e si intesta la serata di gala di Siracusa, con una co-produzione affidata in regìa al suo direttore artistico, Filippo Dini - anche in scena nel ruolo di Ferete - è un pezzetto di storia, scritto davanti a 4.500 spettatori e i direttori dei più importanti teatri d’Italia. Una laurea.

Giampiero Beltotto, presidente della Fondazione Teatro Stabile del Veneto, non metteva piede a Siracusa dai tempi della prima liceo. Quando arriva sul colle Temenite - davanti a quei 67 gradoni scolpiti nella roccia 2.250 anni fa - ha gli occhi che brillano. «Qui facevano teatro gli eroi della Magna Grecia. Puoi mettere in scena qualcosa che piace oppure no, in ogni caso sei dentro un fiume di storia», attacca. «È un motivo di orgoglio enorme essere qua».
Come abbia fatto lo Stabile del Veneto a sconfinare così clamorosamente, non è poi un gran segreto. «Primo motivo», spiega Beltotto, contando sulla punta delle dita, «Dini è un direttore artistico bravo e importante. Secondo motivo: siamo diventati compagni di viaggio di tanta gente. Terzo motivo: siamo usciti dalla nostra comfort zone e abbiamo rinunciato a stare solo a casa nostra. Adesso siamo una piattaforma veneta di teatro che parla con il mondo. E se tu fai teatro, non puoi che ambire ad arrivare qui, nel teatro più importante dell’Occidente».
Colpisce la singolare coincidenza tra il successo del regista Francesco Sossai, pigliatutto un paio di sere prima ai David del cinema italiano con Le città di pianura e questo successo non meno significativo del teatro veneto. E la coincidenza è ancora più evidente, quasi sfacciata, con l’entrata in scena di Denis Fasolo, l’attore padovano che nel film di Sossai è il conte Bugnolo e che nell’Alcesti è Eracle, personaggio chiave, figlio di Zeus che strappa la moglie di Admeto all’Ade e la riconsegna al sovrano, dopo una lotta a mani nude - a suo dire - con Thanatos, per sdebitarsi dell’ospitalità ricevuta dal re. È un Eracle un po’ tamarro, che arriva alla reggia su una bici, indossando un cappottone giallo, con una bottiglia in mano e che soprattutto parla con un marcatissimo accento veneto. La sua entrata in scena fa virare la tragedia in dramma satiresco, con tratti di pura commedia - niente che non sia dentro il testo di Euripide. Solo con un po’ di caratterizzazione veneta in più.

L’Alcesti sarà a Siracusa fino al 6 giugno, poi andrà a Pompei, a Ostia Antica, a Verona (17-18 settembre), a Vicenza (26-27 settembre), a Treviso (18-22 novembre) e al Verdi di Padova (24-29 novembre).
E lo Stabile invece dove vuole andare dopo aver conquistato Siracusa? «Il primo passo è prendere l’abitudine di pensarci europei, degni della storia che ci ha generato», non ha dubbi Beltotto. «Marco Polo ce lo insegna: casa nostra è bella e comoda, ma bisogna mettersi in viaggio. Noi - e questo il nuovo presidente della Regione Stefani l’ha colto subito - abbiamo qualcosa di importante da dire. Abbiamo avuto la pazienza di seminare e raccogliere, abbiamo fatto fatica, abbiamo avuto l’umiltà di sapere che un piccolo seme di grano è più complesso di tutte le difficoltà che conoscevamo. Adesso possiamo puntare all’Europa, vogliamo andare a “civilizzare” i germani - ma è una battuta, ovviamente - a portare loro la nostra sensibilità. Abbiamo la forza di chi è libero e una squadra che fin dalla scelta di Dini ha sempre lavorato unita». E l’entusiasmo di chi dopo aver spostato i confini sta scoprendo che non c’è niente di tragico nell’avventurarsi un po’ più in là. —
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