Sarajevo Safari, il film che ha riacceso il faro: «Non era gente comune»

In streaming dal prossimo lunedì il documentario che nel 2022 raccolse varie testimonianze

Federica Gregori

«Ero incuriosito dal tipo di persone che facevano questo: quella che vidi di certo non era semplice gente comune. Ricopriva posizioni elevate: era protetta, di conseguenza, per stare nell'ombra. Questo è il livello successivo per chi ha così tanto che si annoia di tutto, e allora pensa: perché non andare a Sarajevo e sparare a un bambino o un adulto per provare un po' di soddisfazione? Non ho mai sentito parlare di prezzi: so solo che era terribilmente costoso. E che si diceva si pagasse di più per sparare a un bambino».

Riflettori accesi

Volto in penombra, le sagome di un poligono di tiro alle spalle, parla il narratore e primo testimone su cui ruota “Sarajevo Safari”, il documentario che ha riportato alla luce la vicenda dei safari umani durante l’assedio di Sarajevo nei primi Novanta.

Il film ha riacceso i riflettori su una delle pagine più buie di quel conflitto: l'ha realizzato nel 2022 il regista sloveno Miran Zupanič raccogliendo testimonianze di chi ne ha trovato riscontri e di chi sostiene di avere visto in prima persona i “cecchini del weekend” in azione.

Elementi oggi al vaglio degli inquirenti della Procura di Milano nell’inchiesta aperta sulla base dell’esposto di Ezio Gavazzeni, che ha detto di avere usato come base di partenza per le ricerche anche il documentario. Dopo essere stato visibile online solo in trailer o brevi frammenti, “Sarajevo Safari” – che fu presentato a Sarajevo – sarà disponibile per la prima volta in streaming da lunedì su OpenDdb, network di distribuzione cinematografica indipendente (donazione libera, minimo consigliato 4 euro a copia per sostenere opera e piattaforma).

Una delle persone riprese nel film-documentario
Una delle persone riprese nel film-documentario

L’ex 007 sloveno

In 75 minuti, il docufilm parte dalla testimonianza anonima di un ex 007 sloveno al servizio di un’agenzia di intelligence americana: un infiltrato, si definisce, con nome in codice, accreditato ufficialmente come giornalista.

L’intervista scava mentre il clima socio-politico dell’epoca è delineato da filmati d’archivio sulla vita quotidiana a Sarajevo girati da due reporter di guerra, Božo Zadravec e Franci Zajc, oggi produttore del film.

L’ex 007 è un esperto, conosce bene il territorio: gira con scorte chirurgiche e morfina e compensa lo strazio della guerra con puntate al casinò. Nel gennaio 1993, racconta, è invitato a Belgrado dove alcuni ex colleghi universitari gli chiedono se sia interessato a “altri” affari. È allora che scopre «il lato oscuro della guerra civile in Bosnia». «Un elicottero mi portò a Pale, dove si trovava la sede della Republika Srpska. Fu la prima volta che venni a sapere del “Sarajevo Safari”. Ero a Grbavica: vidi che, in cambio di somme di denaro, estranei arrivavano per sparare contro i cittadini assediati. Così potevano... insomma, andare a caccia».

Quello strano inglese fluente

Ricorda jeep militari in attesa e uomini con indumenti verdi. Capisce subito, dai loro tratti, che non sono bosniaci né serbi o montenegrini; l’inglese fluente accresce i sospetti. «Si capiva che stava per succedere qualcosa, si sentiva l’adrenalina. Solo dopo collegai i punti: non vedevano l’ora di entrare in azione». Lo sgomento arriva quando, fatti sistemare in una postazione ben mimetizzata, a uno di loro viene consegnato un fucile. «Non riuscivo a credere che si fosse sdraiato per sparare. Nonostante fossi abituato a vedere cose assurde, rimasi scioccato. Successe, una persona cadde a terra. Usai il binocolo, vidi che era stata colpita. Poi la gente si disperse, fuggii».

Le parole delle vittime

Zupanič, noto per lavori che intrecciano destini individuali e momenti cruciali della storia, cambia quindi prospettiva e guarda a chi quella furia scellerata l’ha subita. A cominciare dal racconto, tragico ma misurato e composto, di una coppia cui è stata tolta la figlia Irina, uccisa da un cecchino quattro giorni dopo il suo primo compleanno. «Era una bella giornata tranquilla, senza spari, uscimmo per una breve passeggiata», racconta la madre.

«Aveva appena imparato a camminare», aggiunge il padre. Altrettanto disturbante la testimonianza dell’ex studente di fisica seduto su una sedia a rotelle, colpito mentre raggiungeva l’università sulla linea del fronte. Attirati, lui come la famiglia di Irina, dallo stesso cielo limpido dopo un lungo inverno. «Accanto alla loro sofferenza, il film aiuta anche a comprendere la loro saggezza e forza della volontà di vivere», dice l'autore nelle note di regia.

Quindi, il riferimento diretto a Trieste: «La capitale serba era collegata da voli in tutto il mondo e l’aeroporto più vicino a Slovenia e Croazia era Trieste. E Trieste aveva tre voli al giorno per Belgrado. Su quegli aerei notai un certo tipo di persone che sapevo andassero lì per affari. Funzionava così: da Trieste a Belgrado, il giorno dopo Sarajevo. Tutto avveniva rapidamente». Americani, canadesi, russi, «presumibilmente anche sloveni» le provenienze citate dal testimone.

Presenze italiane

Parla esplicitamente di italiani la seconda fonte, Edin Subašić, ex ufficiale dell’intelligence bosniaca che lavorò sulla confessione di un soldato serbo catturato, dopo che questo dichiarò di esser salito su un bus dalla Serbia a Sarajevo con cinque “turisti” italiani. Armi imballate, attrezzatura da caccia di alta qualità, ottime auto civili, e un colloquio con tre di loro: ecco gli elementi che attirarono l’attenzione di Subašić.

«Uno disse di essere di Milano, degli altri due non sapeva da dove venissero. I restanti rimasero in silenzio. Il prigioniero chiedeva quale fosse la loro diaria, quanto fossero pagati per combattere. Risposero che erano loro a pagare per combattere e esser messi in condizione di sparare dai palazzi su bersagli umani, con tariffa simile a una tassa di caccia». «Un nuovo tipo di fenomeno – chiude l’ex 007 – che trasformava il campo di battaglia di Sarajevo in un luogo per un “hobby” specifico». Per alcuni fu una guerra. Per altri, una battuta di caccia. "Sarajevo Safari" riporta a galla questa zona d’ombra della storia europea.

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