L’ascesa di Putin, Fennell reinventa Brontë, Gelormini tra cronaca e desiderio: ecco i film al cinema dal 12 febbraio

L’ascesa di Putin grazie al suo spin doctor nel nuovo film di Olivier Assayas “Il mago del Cremlino”. Più che “Cime tempestose”, “Cime disastrose” nel nuovo adattamento del romanzo di Emily Brontë firmato da Emerald Fennell. “La gioia” di Nicolangelo Gelormini con una bravissima Valeria Golino

Marco Contino e Michele Gottardi
Il mago del Cremlino al cinema dal 12 febbraio
Il mago del Cremlino al cinema dal 12 febbraio

Olivier Assayas, con “Il mago del Cremlino”, firma il ritratto della figura chiave nell’ascesa al potere di Vladimir Putin. Con Jude Law nei panni dello spettrale presidente russo e Paul Dano, magnifico Rasputin.- Dall’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli.

C’era bisogno di un altro adattamento cinematografico di “Cime tempestose” di Emily Brontë uno dei capolavori della letteratura ottocentesca? A giudicare dal risultato: no. Nelle mani di Emerald Fennell la nuova trasposizione per il grande schermo diventa un fumettone con i belli di turno, Margot Robbie e Jacob Elordi.

Dal fatto di cronaca al cinema: “La Gioia” di Nicolangelo Gelormini mette in scena la relazione tra una professoressa matura e un giovane studente tra desiderio di accettazione e manipolazione. Direzione degli attori impeccabile: una inedita Golino impaludata e ingenua, Saul Nanni da “Teorema” pasoliniano, Trinca spregiudicata e malsana e Colella viscido ed equivoco.

Il mago del Cremlino

Regia: Olivier Assayas

Cast: Jude Law, Paul Dano, Alicia Vikander

Durata: 156’

Voto: 7

“Il mago del Cremlino” di Olivier Assayas ripercorre l’ascesa di Vladimir Putin, come l’ha ricostruita nell’omonimo romanzo Giuliano da Empoli. Per delineare la figura di Vadim Baranov, “Il mago del Cremlino”, che tesse la tela del potere moscovita dietro le quinte, Giuliano da Empoli si è ispirato principalmente a Vladislav Surkov, spin doctor di Putin e figura chiave nell'ascesa al potere del presidente russo, traendo molti elementi dalla sua vita. Il libro, e fedelmente il film di Assayas, è una lunga confessione che il protagonista affida, come una sorta di testamento, a un giornalista americano.

La narrazione prende le mosse dagli anni ‘90, con la caduta dell’URSS. Nel caos sociale e politico di allora, Vadim Baranov, un giovane artista d’avanguardia, poi produttore di reality show, diventa spin doctor di un ex agente del KGB in ascesa: Vladimir Putin.

Immerso nel cuore del sistema, Baranov plasma la nuova Russia, confondendo i confini tra verità, menzogna, manipolazione; un personaggio mefistofelico, un nuovo Rasputin, che incarna un’evoluzione del potere russo, di cui invece Putin rappresenta la continuità fisica del piccolo padre, dalla terza Roma degli zar, da Stalin a lui. Baranov è l’uomo della comunicazione e del post-moderno, di internet e forse dei social, una zona grigia che avvicina molto di più l’occidente di quanto non faccia Putin.

Un contrasto distopico reso più evidente dalla musica elettronica di Battiato. L’operazione di scrittura e di regia ha dovuto andare oltre l’immagine di un uomo pubblico che lascia trapelare poco, facendo ricorso a materiale d’archivio (e a una voce off troppo invadente), per riflettere la ricostruzione del senso di sé dopo la profonda umiliazione della fine dell’Unione Sovietica. Spettrale, irriconoscibile e bravo Jude Law, addirittura magistrale Paul Dano. L’unica figura che sfugge al controllo del mago è Ksenia (Alicia Vikander), che incarna l’energia e le speranze dei giovani russi degli anni ’90, spazzate via dall’arrivo dell’ex capo del KGB (Michele Gottardi).

 

Cime tempestose

Regia: Emerald Fennell

Cast: Margot Robbie, Jacob Elordi

durata: 135’

Voto: 4

Sono oltre una dozzina le edizioni di “Cime tempestose” che il cinema ha tratto dal racconto di Emily Brontë, sin dai tempi del cinema muto, con registi famosi: da William Wyler, in una celebre edizione del 1939 con attori del calibro di Laurence Olivier, David Niven e Merle Oberon, allo spagnolo Luis Buñuel (1954) o a quella del 1992, con Liam Neeson e Juliette Binoche.

Non ricorderemo, invece, tra le migliori quella di Emerald Fennell (un Oscar per la sceneggiatura di Una donna promettente, 2020), sugli schermi in questi giorni. Perché a prevalere è la vulgata, ovvero la volgarizzazione dell’assunto, in questo caso un classico di una certa letteratura post-romantica ottocentesca su cui hanno pianto generazioni di donne, e non solo.

È l’unico romanzo di Emily Brontë, divenuto un classico per la profonda analisi psicologica e l'atmosfera gotica in cui viene calata la passionale e distruttiva storia d'amore tra Catherine Earnshaw e Heathcliff, nelle brughiere dello Yorkshire, tra la lady decaduta (e poi sposata al ricco vicino latifondista) e il trovatello.

Nel tentativo positivo di divulgare, ovvero di rendere universale un libro che in realtà lo è già di per sé, tuttavia, la regista britannica lo svilisce a melò di second’ordine, e forse in questo gioca anche un pregiudizio che ci portiamo dietro sulla protagonista, l’australiana Margot Robbie, già nota per Barbie e Tonya, dove tuttavia i suoi personaggi avevano un’impronta genuina, autoironica o drammatica che fosse.

Qui invece l’adattamento della Fennell strizza l’occhio alla storia glamour, tra colori pastello ed eccessi narrativi, di Sofia Coppola, abbandona qualsiasi connotazione sociale e sociologica (appena accennata la differenza di classe tra i protagonisti), smarrisce quel senso passionale di perdizione e di vendette reciproche che irretiva la coppia, sia nel romanzo che in altre versioni cinematografiche, riducendo il tutto a un rapporto sessuale proibito, non senza qualche pruderie e accenni a perversioni sadomaso, che da subito mostrano una destinazione per il grande pubblico, possibilmente adolescente, richiamato da Margot Robbie & Jacob Elordi.

Poco resta delle atmosfere gotiche del libro se non qualche accenno dark iniziale: finale tra il trash e lo splatter (Michele Gottardi).

 

La gioia

Regia: Nicolangelo Gelormini

Cast: Valeria Golino, Saul Nanni, Jasmine Trinca, Francesco Colella

Durata: 108’

Voto: 6,5

 

C’è un bacio “strozzato”, una sequenza tra sogno e realtà nel film di Nicolangelo Gelormini, “La Gioia”. È quello tra Alessio (Saul Nanni), un giovane studente dal fascino ambiguo e perverso, e la sua insegnante di francese Gioia (Valeria Golino), che da sempre galleggia nelle acque di una vita grigia, lenta, in una casa-prigione insieme agli anziani genitori. È una immagine potente: lui è seduto sul ramo di un albero, lei si sta arrampicando per raggiungerlo ma scivola. Alessio la afferra prendendola per il collo e la bacia, mentre Gioia rimane sospesa in una sorta di estasi mistica. Salvezza e caduta, un gesto d’amore e, insieme, di feroce possesso, un irrefrenabile desiderio di essere amata e un altrettanto incontenibile istinto cinico e manipolatorio. Nicolangelo Gelormini prende spunto da un fatto di cronaca (una insegnante del Canavese truffata e uccisa dal giovane studente di cui si era invaghita) per discostarsene subito dopo, raccontando il “prima”, quella relazione di dipendenza alimentata da sogni e appetiti opposti. Alessio è cresciuto in un contesto amorale e aberrante con un padrino vizioso (Francesco Colella) che lo fa prostituire, offrendolo a donne e uomini (oltre che a se stesso), e una madre (Jasmine Trinca) sempre alla ricerca di soldi e di uomini da sfruttare, figlio compreso. Gioia è una donna tumulata in una esistenza deprimente e repressa, cresciuta

da una madre iperprotettiva e, per questo, ancora una adolescente nel cuore che freme non appena il fascino di Alessio le parla, le fa credere che ci sia ancora tempo per l’amore e il desiderio. In comune hanno una “fame” di accettazione, di affrancamento da vite sospese come la boa che fluttua ad alta quota al centro della rampa elicoidale dell’ex fabbrica Fiat del Lingotto che, a un certo punto, Gelormini riprende nel film in una metafora sin troppo smaccata. Ma - al di là di qualche fragilità di una scrittura a cui, forse, manca la vampata e un autentico punto di rottura - “La Gioia” (che curiosamente ha qualche affinità tematica con “L’arte della gioia”, la serie co-diretta proprio da Golino e Gelormini, in quella affannosa e avida ricerca della felicità da parte della protagonista) si muove con disinvoltura in quella atmosfera malata, in quegli ambienti stantii con i mobili e le suppellettili in saldo, lasciando quasi sempre fuori campo l’atto sessuale senza mancare di trasmettere una inquietudine morbosa. Uno sguardo molto personale che abbandona la cronaca per raccontare la meschinità, l’angoscia e l’ambiguità. Merito, soprattutto, di una preziosa direzione attoriale: con una inedita Golino impaludata e ingenua, un Saul Nanni da “Teorema” pasoliniano, una Trinca spregiudicata e malsana e un Colella viscido ed equivoco. (Marco Contino)

Riproduzione riservata © il Nord Est