
Tutto Salgado in 160 fotografie, a Bassano del Grappa
Dalle tragedie dell’umanità alla bellezza fragile di Genesis, una personale raccoglie le principali serie dell’artista fino al 4 aprile 2027. Le opere dalla Maison Européenne de la Photographie di Parigi
Il 23 maggio 2025 moriva a Parigi Sebastião Salgado. A un anno e mezzo dalla sua scomparsa il Museo civico di Bassano dedica una personale al fotografo brasiliano che ripercorre attraverso una selezione di oltre 160 scatti tutte le principali serie della vasta produzione dell’artista. Il percorso è diviso in due grandi sezioni.
La prima parte della mostra documenta i primi 25 anni di attività del fotografo che ha affrontato la furia e i tormenti dell’umanità, mentre la seconda è dedicata al suo più grande progetto, durato oltre sette anni: Genesis, un omaggio alla bellezza e alla fragilità di quella parte del pianeta rimasta al riparo dalla follia degli uomini.

L’esposizione segue in ordine cronologico la carriera del fotografo e permette di ripristinare il senso complessivo della sua opera, così come egli stesso sosteneva: «Tutto quello che ho fatto, nell’insieme, è lo specchio della mia vita».
Salgado, figlio di latifondisti proprietari di una grande tenuta nello stato brasiliano del Minas Gerais, viene avviato a una carriera da economista, all’interno dell’Organizzazione mondiale del caffè. Ma quando sta per trasferirsi a Washington per un incarico alla prestigiosa Banca Mondiale, ecco la folgorazione per la fotografia, scaturita grazie a dei servizi fatti in Africa, utilizzando una macchina della moglie Leila, studentessa di architettura e poi sua compagna di vita e di mestiere.

Lasciato il Brasile oppresso dalla dittatura militare, nel 1979 i due si dirigono alla volta di Parigi, dove Salgado inizia a far fotografie, approdando in seguito alla Magnum, fino al 1994, quando crea un’agenzia autonoma con la stessa Leila. In questa prima fase del suo lavoro, documentata al piano terra dell’esposizione, Salgado racconta in modo fotogiornalistico le tragedie di interi popoli, scatti in cui l’umanità è al centro dell’obiettivo, inquadrata nel pieno del martirio.
Grandi progetti di ampia durata che testimoniano la durezza della condizione umana a qualsiasi latitudine, dapprima nel continente a lui più congeniale, l’America latina, ed ecco allora Other Americas (1977-1984), che immortala le comunità contadine e indigene dalle Ande alla Sierra Madre messicana.

Nel biennio successivo Salgado è in Africa, a fianco di Medici Senza Frontiere nei campi profughi di Mali, Etiopia, Sudan e Ciad colpiti da carestia e siccità. Le foto di Sahel: The End of the Road documentano l’estrema fragilità, ma anche la forza delle persone costrette a confrontarsi con la fame e lo sradicamento. In questa fase gli scatti mostrano un protagonista in primo piano, un essere umano distrutto dal dolore o dalla sofferenza, ma anche un albero attaccato dalla siccità, egualmente resiliente, nel deserto. E attorno bambini, donne, animali colpiti dalla stessa tragedia.
Il concetto non cambia nel progetto Gold (1986), in cui Salgado è testimone di una corsa all’oro dove gente di ogni condizione cerca un arricchimento facile. Le immagini più celebri, scattate nella miniera a cielo aperto di Serra Pelada, nello stato brasiliano del Pará, mostrano migliaia di uomini muoversi come formiche, nel fango, privi di macchinari.

Con Workers (1986-1993) Salgado intraprende un percorso di archeologia industriale del lavoro manuale, documentando il lavoro alle soglie della trasformazione industriale in 22 Paesi. Kuwait, Exodus e Children of the Exodus, tra il 1991 e il 1994, sono dedicati invece alle migrazioni di massa, testimoniate in 35 paesi diversi, con una particolare attenzione verso i bambini.
È in questa fase che gli scatti di Salgado assumono un valore estetizzante, motivo anche di qualche critica come se il fotografo brasiliano si fosse reso responsabile di una spettacolarizzazione della morte e della tragedia umana. Anche per questo, oltre che per una certa stanchezza, Salgado e la moglie si ritirano, tornando in Brasile.

È solo nel 2004, che prende vita il processo Genesis, in apparente contrasto con i primi 25 anni di attività. La seconda sezione della mostra, al piano superiore del museo bassanese, arriva sino al 2011, 32 viaggi dall’Alaska alla Nuova Guinea, dai poli all’Amazzonia. Qui le figure umane perdono la centralità precendente per dar spazio alla natura, diventano corollario e cornice di luoghi pressoché incontaminati, spunti di riflessione nel rapporto tra l’uomo e il pianeta.
La scheda

La mostra, che resterà aperta fino al 4 aprile 2027 (10-19, chiuso il martedì), è curata da Pascal Hoël, responsabile delle Collezioni della Maison Européenne de la Photographie di Parigi, che conserva oltre 400 foto di Salgado. Nelle intenzioni degli organizzatori vi è anche la non velata intenzione che essa possa fungere da trampolino di lancio per la candidatura di Bassano a capitale della cultura 2029.
Riproduzione riservata © il Nord Est








