Primo Carnera nasceva 120 anni fa: la storia del «Gigante buono» di Sequals che conquistò il mondo

Il 25 ottobre 1906 nasceva il friulano che divenne campione di pugilato. Dalla povertà al successo, conservando le doti originali di modestia e lealtà: «Ho preso tanti pugni ma lo rifarei: sono serviti a far studiare i miei figli»

La redazione
Charlie Chaplin con Primo Carnera
Charlie Chaplin con Primo Carnera

Era il 25 ottobre 1906 quando nasceva a Sequals Primo Carnera. Si disse che al parto pesasse già 8 chili, altri dissero addirittura 10, e qui si entra già nella leggenda.... Non è una leggenda, invece, la statura di 2 metri circa (sembrerà strano, ma la misura esatta non la conosciamo): il che, ai tempi in cui l’altezza media degli italiani si aggirava sui 165 centimetri, faceva di Primo un vero e proprio colosso.

Il suo nome, legato al fatto di essere il primogenito, si rivelò poi una sorta di presagio. “Nomen omen”, insomma: il 29 giugno 1933, a New York, mandando ko Jack Sharkey, Primo divenne il primo italiano campione del mondo di pugilato, peraltro nella categoria più prestigiosa, i pesi massimi. Ma anche il cognome “Carnera” è, di fatto, allusivo: richiama la carne, i muscoli, la potenza fisica. L’Uomo più forte del mondo”, “la Montagna che cammina” o “la Montagna di carne” sono alcuni dei tanti appellativi che gli vennero affibbiati.

Sarebbe però riduttivo parlare di lui unicamente in questi termini, perché Carnera è stato molto di più, come indica d’altronde il suo soprannome più noto: “Gigante buono”. Partito da una condizione di (dignitosissima) povertà, Primo si applicò con determinazione ferrea per evolversi in un atleta a tutti gli effetti, sino a divenire un pugile di alta qualità e una vera e propria star planetaria. Nondimeno, conservò tanto le doti originarie di modestia, amabilità, generosità e lealtà, quanto il suo viscerale attaccamento alla terra friulana. Mirabile esempio della capacità di reinventarsi nelle varie fasi della vita (fra manovalanza, esibizioni circensi, boxe, catch – l’odierno wrestling, di cui fu campione mondiale nel 1955 – e poi cinema, teatro, televisione, pubblicità, commercio…), seppe stare al gioco senza sporcarsi le mani anche quando fu circondato da furfanti e approfittatori di vario genere, senza scoraggiarsi allorché venne sfruttato e raggirato. In ogni frangente trovò la forza di guardare avanti, mettendo sempre al primo posto l’integrità personale, della famiglia di origine e della famiglia formata assieme a Giuseppina (Pina) Kovačič. Sposata nel 1939 a Sequals, in un periodo difficile della sua vita, Pina fu il suo grande amore e un sostegno insostituibile.

Non avendo potuto studiare oltre al livello di base dell’epoca, Primo coltivò da sé in vari campi l’amore per la cultura, e fece di tutto per assicurare un futuro di riscatto sociale, culturale e professionale ai figli Umberto e Giovanna Maria, nati a Sequals, affermatisi in campo medico negli Stati Uniti. E disse: «I pugni si danno e si prendono. Questa è la boxe, questa è la vita. Ho preso tanti pugni, veramente tanti; ma lo rifarei, perché sono serviti a far studiare i miei figli». Giovanna Maria lo ricordò così: «Lo adoravo, ero rapita dal suo coraggio e dalla sua forza, sia fisica sia spirituale... Ci ha insegnato che nessuno rimane in cima per sempre e che il vero carattere di una persona si giudica da come affronta la discesa». Basti dire che nel 1935, battuto da Joe Louis, egli dimostrò la sua statura interiore dichiarando: «Ora sono un uomo». Non dopo una vittoria, ma dopo quella sconfitta che segnò, di fatto, il declino della sua carriera pugilistica.

Quando nel 1967 Primo, gravemente malato, rientrò a dagli Stati Uniti per morire a Sequals, Enzo Tortora scrisse che il Gigante buono tornava «guidato da un misterioso, commovente istinto, all’angolo del primo round» per raccogliere «la sua vittoria più grande: l’affetto della gente che gli vuole bene»; fu lui – aggiunse – «il Superman, il Batman dei nostri minianni», perché era un «ciclope buono, mite» al quale alcuni (i gerarchi fascisti) avevano tentato, a suo tempo, di «appendere una ideologia ai suoi bicipiti, grandi quanto la sua pazienza», ma senza riuscirci, perché «Carnera era prima di tutto Carnera. E Carnera è di tutti», come provato dal fatto che il suo nome era diventato «epoca, aggettivo e proverbio»: una sorte che tocca solo a coloro che sanno «essere gente con la gente e diventare misteriosamente proprietari dei nostri sogni».

Sogni che tuttora, a 120 anni dalla nascita e a quasi 60 dalla morte di Primo, non devono svanire.

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