Ricordi, luoghi e musica nel racconto di Luca Carboni, artista nato due volte
Il cantautore bolognese tornato sul palco dopo una dura malattia si svela a Pordenonelegge in un diario garbato e consapevole

Nella prima pagina del suo primo libro, Luca Carboni scrive: «Nascere un’altra volta». È il capitolo sulla malattia, incipit di un racconto pieno di vita, “Luca non parlava mai” (Sem editore), che il cantautore bolognese presenterà sabato alle 18 a pordenonelegge al Capitol con Valentina Farinaccio, «preziosa compagna di questo piccolo grande viaggio». Il diario, garbato, consapevole, sereno, di un cantautore idolo degli adolescenti di fine ’80 e ’90, battezzato artisticamente da Lucio Dalla, ma che ha trovato una via musicale personale, minimale e intimista. Una via recuperata anche con l’aiuto della pittura, «un modo nuovo di reincontrare il mondo».
Come nasce il progetto del libro?
«Durante le cure, dipingere era stato, più della musica, fonte di riflessione e di energia. È spuntata l’idea di una mostra a Bologna con i miei disegni, i quadri, gli schizzi. Su consiglio del curatore Luca Beatrice, ci abbiamo aggiunto la ricostruzione di più di 40 anni di carriera attraverso lo sguardo nascosto della malacopia e dei diari. Da lì è arrivata poi la proposta di un’autobiografia. Ero titubante, ma avevo davanti una quantità enorme di materiale che mi aveva riacceso ricordi con cui non facevo i conti da tempo: ho deciso di provarci».
Cosa ne è uscito?
«Valentina è stata come il produttore di un disco: quello con cui ti confronti sulle tracce, scegli cosa funziona e cosa va scartato. Ne è emerso un racconto in cui ogni capitolo parte da un luogo: la mia cameretta, San Luca, l’Isola d’Elba, un viaggio».
È in quella fase che ha ritrovato le agende di papà Giovanni, che annota “Luca varicella”, “Mobili nuovi Snaidero 1970”, “Luca primo in hit parade”?
«Quando è morto il mio papà, ci siamo divisi le sue cose. A me sono toccate tre valigette belle gonfie. Lavorando al libro, mi sono accorto che nei miei appunti fino al ’95 non mettevo quasi mai le date. Lui, invece, le aveva inserite ovunque, a volte perfino con l’ora: partenze, ritorni, ospedale, scuola. Sono diventate una bussola».
Quanto le è costato mettere in pagina sua moglie Marina e vostro figlio Samuele?
«Non è stato facile, ma sentivo che la completezza del progetto richiedeva anche questo. Mi sono raccontato più di quanto farei normalmente, ma un libro ti permette di farlo con calma, cercando di essere il più preciso possibile».
A un certo punto ecco San Luca, l’inedito che Cesare Cremonini le invia in MP3 e che lei, per giorni, non apre.
«Non ero ancora in formissima, anche psicologicamente. Non mi davo un obiettivo di ritorno alla musica cantata, lo tenevo lontano. Quel brano non l’ho ascoltato subito perché ero terrorizzato: temevo che non mi appartenesse, che non avesse senso ricominciare con un duetto su qualcosa che non mi riguardava».
E poi?
«Poi l’ho ascoltato e ho avuto una specie di rivelazione. La canzone parlava di qualcosa che apparteneva profondamente alla mia vita, con un aspetto anche spirituale. Mi è arrivata quasi come un segno».
Con il microfono com’è andata?
«Avevo perso confidenza, ma nello studio di Cesare potevo tornare ogni giorno e mi sono riavvicinato al canto. La mia voce è cambiata, è un po’ diversa, ma sento qualcosa di nuovo che non mi dispiace».
È l’11 novembre scorso a Milano, quando canta “Primavera” e parte un concerto memorabile, che nasce un’altra volta?
«Sì. Non avevamo programmato niente. Abbiamo detto: facciamo Milano e vediamo cosa succede. Poi mi dispiaceva non essere a Bologna. E dopo Bologna siamo andati a Roma. A quel punto i promoter hanno parlato di tour estivo. Mi sono buttato. E ho scoperto di avere energia».
Che effetto fa il rumore del pubblico dopo due anni di silenzio?
«Mi ha dato una grande felicità, ma non l’ho ancora metabolizzato. A tour finito, continuo a sentire le voci. Ed è un rumore dolcissimo».
Prima che tutto si interrompesse, aveva un paio di canzoni pronte. Le ascolteremo?
«Ne ho più di due. E sto buttando giù degli spunti, e questo può smontare le cose che c’erano. Da ottobre, comincerò a concentrarmi su cosa raccontare e come farlo».
Quando lo pensa, che cosa le arriva, oggi, da Dalla?
«Mi sfida sempre. È come se mi dicesse: guarda che hai fatto molto, ma non ancora come me».
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