Tomaso da Modena compie 700 anni, viaggio tra i segreti di Sant’Orsola

Con il professor Eugenio Manzato alla scoperta del ciclo narrativo in dieci episodi sulle vicende della santa destinata al martirio, oggi conservato nel Museo civico di Santa Caterina. Dallo stacco alla nuova collocazione nell’abside della chiesa

Marzia Borghesi
Il professor Eugenio Manzato indica la splendida scena del martirio di Sant'Orsola
Il professor Eugenio Manzato indica la splendida scena del martirio di Sant'Orsola

Avrebbe compiuto 700 anni, nel 2026, restando un “giovanotto” a suo modo proiettato nel futuro, Tomaso da Modena: sommo esponente della pittura del XIV secolo che a Treviso soggiornò a più riprese, lasciandoci in eredità opere di massima importanza.

Capolavoro imperdibile

Tomaso ha circa 34 anni quando i padri Eremitani di Santa Margherita gli affidano l’incarico di affrescare una delle cappelle della chiesa. Nascono le Storie di Sant’Orsola ispirate alla “Leggenda Aurea” di Jacopo da Varazze: un intero ciclo narrativo in dieci episodi sulle vicende di una santa destinata al martirio, oggi conservato nel Museo civico di Santa Caterina.

Il nostro viaggio insieme a Tomaso da Modena comincia da qui con un cicerone d’eccezione: il professor Eugenio Manzato, storico dell’arte e studioso, già direttore per un ventennio dei Civici oggi guidati da Fabrizio Malachin. Ma non saremmo qui a parlarne se nel 1883 non ci fosse stato un abate, insegnante di greco e latino del “Regio liceo” e direttore della biblioteca comunale (il museo nascerà più tardi) che, avvertito, corse a Santa Margherita dove la cavalleria si accingeva a demolire alcuni muri per far spazio ai quadrupedi. «Gli affreschi sono di Tomaso da Modena, ma anche di Luigi Bailo» sottolinea il professore «che li ha salvati».

Il miracolo

«“Vieni, sono saltati fuori degli affreschi”: avvertirono Bailo che si precipitò a Santa Margherita. L’angelo annunciante era già perso, “per carità fermatevi”... Bailo andò a parlare con il comandante e con l’impresario che gli diedero due mesi di tempo. A quel punto» ricostruisce Manzato «decide di staccare tutto il ciclo».

Storie di Sant'Orsola a Treviso, il professor Manzato: "Efficacia narrativa straordinaria"

Facile a dirsi, ma come fare? E qui l’avventura del rocambolesco salvataggio assume aspetti prodigiosi. Bailo con l’aiuto di Girolamo Botter e di Antonio Carlini si accinge all’opera: costi quel che costi vuole salvare gli affreschi dalla distruzione.

La tecnica

«Si affidò a un manualetto del Suardi che spiega come si fa lo stacco. Cosa fanno» spiega «liberano le figure da uno strato di calce, poi ci incollano una tela di sacco con una sostanza reversibile all’acqua, dopodiché con un martello di legno che ho visto, ce l’aveva Memi Botter (nipote di Girolamo, ndr) di quelli usati per battere il baccalà, foderato di cuoio per attutire i colpi, battono su tutta la superficie per fare in modo che l’intonachino dietro si frantumi. A quel punto con una sega da falegname segano tutto intorno e tirano».

Lo stacco era avvenuto. Ora gli affreschi andavano applicati ad una superficie. «Girolamo che era restauratore, si ispirò ai soffitti del tempo che erano rivestiti di canne di palude con una smaltata di intonaco lisciato. Fecero così, ancora le canne si possono vedere sul retro di uno degli affreschi» rivela il professore.

Una volta attaccati gli affreschi alla superficie rigida, si trattava di eliminare il sacco incollato alla pittura: «Con una spugna bagnata piano piano staccarono la tela. Tutto fu fatto con pochissimi mezzi, lo spazio dell’abside era chiuso da un muro per cui passarono di coltello attraverso le finestre per portare fuori le opere». E sulla tavola sul retro dell’affresco, documento nel documento, le annotazioni di suo pugno di Bailo. Ed eccolo il risultato di quell’impresa ardita. L’intero ciclo era salvo, perduta invece, oltre all’angelo, anche quasi tutta la crocifissione.

«Riuscì a salvare» indica Manzato «solo i piedi della Madonna, della croce e di San Giovanni Battista. Anche la firma andò perduta, ma noi sappiamo che c’era dalla testimonianza dei Botter».

Al museo

Si trattava ora di trasferire i pannelli. Dove? Nel suo neonato (1878) museo. «A quel punto il museo prese un colpo d’ala» aggiunge Manzato «da tutta Europa venivano a studiare questa scoperta straordinaria: un ciclo intero che forma l’identità del museo. Dopo Bailo continuò a salvare affreschi in altre demolizioni, da case, da chiese».

L’impatto delle Storie di Sant’Orsola sugli studi del Trecento è dirompente. «È straordinario» ci fa vedere lo studioso «guardi il gesto, le dita dei personaggi che indicano, le espressioni dei volti e il movimento nelle scene: è un teatro». Il primo indumento intimo mai dipinto è di Tomaso ed è qui. «Nella scena del battesimo del principe c’è un nudo integrale, è nudo perché con il battesimo si rinasce in Cristo e si nasce nudi, ma testimonia anche la larghezza di vedute della Marca trevigiana “gioiosa et amorosa”, non scandalizzava. E poi si vede il primo indumento intimo della storia dell’arte». Ma non solo: gli abiti indossati dalle vergini sono all’ultima moda parigina del tempo «con la scollatura quadrata».

L’allestimento

Ora che gli affreschi si apprestano ad essere trasferiti nell’abside di Santa Caterina.

Manzato ci svela un suo progetto mai realizzato: «Il ciclo è parte integrante del museo, quando curammo il riallestimento interno ai tempi di Manildo, progettammo di spostare le opere in apertura del percorso espositivo, ma purtroppo i fondi furono dirottati sull’impianto di condizionamento delle sale per le esposizioni temporanee e non se ne fece nulla».

 

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