Cineprime, ecco i film in sala questa settimana: le nostre recensioni
Il controverso mondo della spettacolarizzazione televisiva in “Primetime”, lo spaesamento di Thomas Mann in “Fatherland”, l’errore giudiziario raccontato in “Zustìssia” e Sophie Marceau ne “Il tempo di Anne”

“Primetime” di Lance Oppenheim: altissime aspettative, risultato modesto. La storia di un format televisivo molto controverso si appiattisce nella descrizione delle ambizioni di un conduttore narcisista interpretato da Robert Pattinson.
Il pluripremiato regista polacco Pawel Pawlikowski torna dietro la macchina da presa per raccontare lo “spaesamento” dello scritto Thomas Mann nella Germania Anno Zero. Impeccabile ma molto algido.
L’opera prima di Francesco Piras - Zustìssia – si inserisce a buon diritto nel filone del cinema civile e militante. Nonostante qualche passaggio sin troppo esplicativo, la storia del più lungo errore giudiziario del nostro Paese, è solida ed emozionante. Bravissimi Riondino e Ferracane.
Lisa Azuelos dirige ancora Sophie Marceau in una commedia sul tempo che passa. Quasi un passaggio di testimone da « Il tempo delle mele » a « Il tempo di Anne ».
PRIMETIME
Regia: Lance Oppenheim
Cast: Robert Pattinson, Merritt Wever, Skyler Gisondo, Matthew Maher
Durata: 110’
Voto: 4

Al suo esordio nel lungometraggio, Lance Oppenheim racconta l’America forcaiola dei primi anni 2000 e quell’ecosistema mediatico alla ricerca ossessiva della spettacolarizzazione delle miserie umane pur di conquistare il “primetime” in tv. Robert Pattinson interpreta Chris Hansen, volto del programma televisivo “To Catch a Predator” (andato in onda sulla NBC fino al 2007) che smascherava predatori sessuali di minorenni per darli in pasto ad un pubblico affamato di scandali. I sospettati, adescati on-line da adulti che si fingevano ragazzini, venivano invitati in una casa, attrezzata con telecamere nascoste, convinti di incontrare i minorenni. Ad attenderli c’era, invece, Hansen che li affrontava leggendo loro gli estratti delle conversazioni erotiche iniziate in chat.
Un format televisivo controverso all’interno del quale Hansen divenne una sorta di onnipotente giustiziere del piccolo schermo, in uno squallido rituale di umiliazione pubblica, specchio deformante di una società accomodata sul divano della propria superiorità morale davanti alle meschinità degli altri. Le aspettative sul film di Oppenheim (presentato alla Mostra del Cinema di Venezia) erano molto alte. La stessa idea (oscena) di trasformare la giustizia in uno show, instaurando un rapporto ambiguo, quasi connivente, tra chi delinque (o sta per farlo) e lo spettatore, era materia potenzialmente dirompente. Invece, “Primetime” si impantana nella descrizione di un narcisista dalle ambizioni smisurate e nella inutile digressione di uno degli attori-esca che sognava di cantare in un musical e, invece, si ritrova a impersonare un finto tredicenne in un reality vouyeristico (con un finale che grida vendetta). La fotografia di David Bolen restituisce con efficacia l’estetica analogica di allora che, come le videocamere installate negli appartamenti-set, moltiplica l’immagine fagocitando realtà e confini morali in una sorta di postura del degrado che ricostruisce l’atmosfera paranoica di un Paese assillato dai mostri e dal bisogno di inchiodarli al muro. Ma non basta. Il film di Oppenheim finisce, infatti, per assumere l’aspetto di ciò che racconta: una piccola trappola per lo spettatore che, come nella tradizione della casa di produzione A24, indulge a suggestioni dark e
quasi orrifiche che depotenziano un materiale esplosivo che avrebbe dovuto graffiare e sanguinare della sua stessa dimensione realistica senza bisogno di trasfigurazioni allucinate e allegoriche.
(Marco Contino)
FATHERLAND
Regia: Pawel Pawlikowski
Cast: Sandra Hüller, Hanns Zischler, August Diehl,
Durata: 80’
Voto: 6,5

Se Roberto Rossellini rendeva omaggio alla rinascita della Germania partendo dal suo Anno Zero, dall’urbicidio di Berlino e di una società, il regista polacco Pawel Pawlikowski con “Fatherland” torna alla regia a otto anni da “Cold War”, ambientato sempre nel 1949, narrando un episodio a tutta prima marginale, ovvero il ritorno nella sua “Heimat” dello scrittore Thomas Mann, dopo l’autoesilio negli Stati Uniti durante il nazismo e prima di quello successivo in Svizzera, dopo essersi reso conto del gelo che ancora permaneva in Germania nei suoi confronti. Cineasta molto apprezzato all’estero, un Oscar come miglior film straniero per “Ida” e vari premi a Cannes, compresa la Palma per la miglior regia per questo “Fatherland” lo scorso maggio, Pawlikowski completa una trilogia sulla Storia in cui lo sguardo, pur se privo di nostalgia, è denso di decadenza e di atmosfere proprie di un crepuscolo che non porta a nessuna alba. Anche qui, e con Mann non poteva essere diversamente, Sorella Morte aleggia anche se siamo a Weimar e non a Venezia.
In una sorta di road movie, anche se in poche tappe, Mann (Hanss Zischler, ottimo interprete) si rende conto che non c’è posto per lui nella nuova Germania, troppo ancora compromessa a ovest, troppo altra a est. Ad accompagnarlo c’è Erika (Sandra Hüller espressiva nella sua tragica solitudine), la figlia, attrice, scrittrice e pilota di rally, che lo accompagna in questo tragitto alla guida di una buick nera. La scelta del bianco e nero evidenzia ancor più la tragicità del momento storico di un paese e di un gruppo familiare, oltre che di un intellettuale poco organico alla nazione d’origine. Tragedia che si rafforza dopo il suicidio del figlio Klaus, da tempo in rotta col padre. Insomma, la microstoria al cospetto della grande Storia, in un simbolismo che Pawlikowski dissemina nell’arco di “Fatherland”. Ma lo sguardo resta eccessivamente estetizzante, sin troppo algido nel denunciare il gelo degli affetti individuali e sociali della Germania all’Anno Zero. Resta come unica speranza il momento di emozione finale, al suono di un organo in riparazione che esegue una celeberrima corale di Johann Sebastian Bach, le prove di un nuovo organo sinonimo di una nuova nazione.
(Michele Gottardi)
ZUSTÌSSIA
Regia: Francesco Piras
Cast: Michele Riondino, Fabrizio Ferracane, Paola Giannini, Francesco Colella, Geppi Cucciari
Durata: 111’
Voto: 6,5

“Zustìssia”, esordio nel lungometraggio di Francesco Piras, è la storia di una vita rubata; un lungo, lunghissimo errore giudiziario che ha tenuto in carcere, per 33 anni, un innocente. Nel 1991, nel sud della Sardegna, il ventiseienne Beniamino Zuncheddu (Fabrizio Ferracane da adulto) viene prelevato dalla propria abitazione con l’accusa di essere l’autore di un triplice omicidio. Dopo un processo lampo (tre gradi di giudizio celebrati in un solo anno!), viene dichiarato colpevole e condannato all’ergastolo, sulla base della testimonianza di un sopravvissuto alla strage. Fine pena: mai. Più di trent’anni dopo, l’avvocato Mauro Trogu (Michel Riondino) viene avvicinato dalla sorella di Zancheddu che lo convince ad assistere il fratello pro bono per ottenere la revisione del processo.
Una battaglia legale che, dopo tre anni, porterà all’assoluzione di Zancheddu per non aver commesso il fatto. “Zustìssia” appartiene al filone del cinema di impegno civile che non ha bisogno di esasperazioni melodrammatiche per emozionare. La misura è la sua cifra. Fabrizio Ferracane è un attore prezioso capace di restituire tutto il peso di una intollerabile ingiustizia attraverso una recitazione - di gesti, di sguardi e di silenzi - che rinuncia a qualsiasi compiacimento retorico. Apparentemente docile e rassegnato, eppure irriducibile nella propria fermezza morale.
Riondino è il legale idealista e impetuoso ma, allo stesso tempo, rigoroso nel portare avanti una missione dettata da un autentico sentimento di giustizia. Non sono eroi. Sono uomini che credono in altri uomini. “Zustìssia”, scritto da Lisa Nur Sultan e da Niccolò Gentili (partendo dal libro degli stessi Trogu e Zuncheddu, “Io sono innocente”, pubblicato da De Agostini), evita di imboccare la scorciatoia pusillanime e populista e di cavalcare il furore contro l’episodio di malagiustizia. Perché - ed è un passaggio chiave del film – se si è arrivati a dichiarare l’innocenza di un uomo dopo così tanti anni, significa che altri giudici hanno fatto bene il proprio lavoro. Resta, naturalmente, lo sgomento di una didascalia finale che racconta di come Zuncheddu, ad oggi, non abbia ancora ricevuto alcun risarcimento, insieme a una domanda che non può trovare risposta: come si restituisce ad un uomo una vita rubata? Esiste una somma di denaro che possa compensare tanta silenziosa sofferenza? Probabilmente no. “Zustìssia” è un’opera prima solida - talvolta sin troppo esplicativa in alcuni passaggi e certamente molto tradizionale nella messa in scena - di cui si avverte il peso umano e una tensione mai retorica. E che Piras governa con la mano di chi sa che un racconto così potente deve solo essere assecondato, senza frastagliarsi in inutili fronzoli narrativi.
(Marco Contino)
IL TEMPO DI ANNE
Regia: Lisa Azuelos
Cast: Sophie Marceau, Thaïs Alessandrin, Vincent Elbaz
Durata: 100’
Voto: 6
Da “Il tempo delle mele” a “Il tempo di Anne” il passo non è breve. Quando, a nemmeno 14 anni, Sophie Marceau esordiva nel film emblema di una generazione, se non anche di quella successiva, era il 1980. Oggi l’attrice transalpina torna sugli schermi per un piccolo film, molto francese, che è a sua volta il sequel di “LOL (Laughing Out Loud)”, la commedia di Lisa Azuelos diventata un successo al botteghino e addirittura oggetto di un remake americano, diretto dalla stessa regista. Azuelos dirige anche “Il tempo di Anne” proseguendo un consolidato quanto reciproco rapporto con Marceau, che ha trovato spazio anche in altri due film. In realtà più che un film su Anne e su una sessantenne giovane e ipercinetica, questo sembra essere un film sulla sua giovane figlia venticinquenne, ma più in generale appare una riflessione sul tempo, quello attuale, quello passato, ma soprattutto quello più appropriato per non apparire, o essere, “fuori tempo”.
Louise (Thais Alessandrin, figlia della regista) torna all’improvviso a vivere a casa della madre Anne quando naufraga la storia d’amore con il fidanzato che è anche il suo socio in una start up. E già questo ritorno è sufficientemente traumatico per Anne, che deve anche accettare con gioia la notizia che il figlio Theo diventerà padre e lei di conseguenza nonna, una dimensione e una parola che la donna si rifiuta persino di pronunciare. Per tutta la prima parte, il film si richiama al precedente (il suo titolo originale è infatti “LOL 2.0”), in cui Anne aveva appena divorziato ed era Lola, la figlia primogenita di 16 anni, a entrare in conflitto con la madre. E quindi sono le vicende di Louise a essere al centro della commedia. Per narrarle Azuelos sceglie un linguaggio anche iconico molto smart, veloce e sovrimpresso con screen shot, popup, chat e messaggi che tuttavia appare più datato dei tentativi della protagonista di stare al passo coi tempi. È questa la parte meno originale, anche se narrata sempre con stile ed eleganza (ai inorridisce al pensiero del possibile equivalente italiano), che poi per fortuna lascia spazio, nel prosieguo del film ad Anne e alla Marceau, che sembra comunque condannata a interrogarsi sul tempo che scorre. Se 46 anni fa era ancora un periodo acerbo oggi inizia a corrugarsi, pur restando sempre illuminato da una forte e sana voglia di vivere. Il tempo, si
sa, è distensione dell’anima, e le donne come Anne hanno un animo molto grande, capace di reggere le (dis)avventure della vita, passando senza accorgersi da teenager a nonne.
(Michele Gottardi)
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