Raf in concerto a Trieste: «Il pop italiano è un classico, ma TikTok e Spotify lo stanno impoverendo»

Il cantautore annuncia la tappa estiva del 3 agosto al Castello di San Giusto per Trieste Estate. A un anno dal ritorno a Sanremo con “Ora e per sempre”, l'artista lancia il tour “Infinito Estate 2026” e un nuovo album dopo 11 anni di silenzio: «Oggi c'è sovraproduzione, la musica attuale dura meno degli anni '80»

La redazione

Era il 1984 quando il mondo intero scopriva Raffaele Riefoli, in arte Raf, grazie al successo sbalorditivo di “Self control”. Sarebbe passato presto all’italiano, regalando classici senza tempo come “Sei la più bella del mondo”, “Il battito animale”, “Cosa resterà degli anni ‘80”, “Ti pretendo”, “Infinito”, “Stai con me”. Più di quarant’anni di carriera, 14 album e oltre 20 milioni di dischi venduti, a febbraio è tornato per la quinta volta al Festival di Sanremo con “Ora e per sempre”, ballad ispirata alla promessa di matrimonio con Gabriella Labate, nel 1996 a Cuba.

Forte di questo bagaglio, in attesa del nuovo album in autunno, Raf annuncia il tour estivo che arriverà il 3 agosto alle 21.30 al Castello di San Giusto, organizzato daPlatinum Live in collaborazione con Zenit, per Trieste Estate. Il tour, in partenza il 16 luglio da Bari, toccherà le principali città italiane, tra cui Verona (30 agosto) e Vicenza (1 settembre).

Raf, a Trieste non ha suonato così spesso: in Piazza Unità alla Barcolana (2001 e 2011) poi al Rossetti nel tour con Tozzi…

«Ne parlavo proprio con mia moglie che non è mai stata a Trieste, forse quest’estate riuscirà ad accompagnarmi. Ricordo bene la Barcolana, bellissima situazione. Purtroppo, ci sono venuto solo per i concerti e non ho avuto modo di visitarla come avrei voluto, magari sarà la volta buona, mi interessa molto».

La tournée si chiama “Infinito Estate 2026”: celebra i 25 anni dal successo di “Infinito”?

«In realtà, quasi una coincidenza perché non è una vera e propria celebrazione, ci piaceva come titolo, a ricordare l’ultima grande hit del mio repertorio (ne ho fatte poi anche altre, ma “Infinito” resta tra le 4-5 che ho scritto che rimane tra i classici, nel cuore del pubblico). Il tour coinciderà piuttosto con l’uscita di un album di inediti a ben undici anni dal precedente, dentro ci sarà anche qualche versione rivisitata di pezzi del passato».

Live eseguirà dunque, oltre alle hit, le canzoni nuove?

«Certamente. E non potrà mancare il pezzo di Sanremo “Ora e per sempre” che includerò nell’album. Ci saranno anche dei singoli che precederanno il disco. Il tour ha due valenze: da una parte “Infinito”, che definirei iconico, dall’altra il nuovo corso, con gli inediti».

Che formazione la accompagna?

«Mi considero ormai da cinque anni il cantante di una band affiatata formata da Giulio Rocca alla batteria, Valerio “Combass” Bruno al basso, Salvatore Cafiero alla chitarra, Gabriele Blandini (che suona anche con Manu Chao) alla tromba, Danilo Cacciatore alla tastiera».

Non tutti lo sanno, ma lei esordì in gruppi rock e addirittura punk. È vero che aprì per il primo concerto italiano dei Clash?

«Sì, li ho conosciuti, abbiamo passato insieme tutto il pomeriggio, a Bologna, in Piazza Maggiore nel 1980 con la band Cafè Caracas che avevo con Ghigo Renzulli (chitarrista dei Litfiba) e Renzo Franchi (batterista, anche lui nei primi Litfiba). Abbiamo suonato per poco tempo ma intensamente, come il punk che è nato e si è autodistrutto velocemente».

Se Michael Jackson era il re del pop mondiale, lei è stato definito il padre del pop italiano; qui in Italia, però, il termine pop (e anche musica leggera) è visto con sospetto.

«Il pop italiano ha una storia strana rispetto a quello degli altri paesi occidentali, ha avuto un periodo florido nei ’60, le chiamavano “canzonette”, ma per me non è sminuente, la musica è fatta di leggerezza, se non ci fosse la musica leggera il mondo sarebbe più grigio. Poi sono arrivati i cantautori più impegnati, ci sono state conquiste sociali, però la gente confondeva un po’ le cose, pensando che la musica leggera fosse reazionaria, non in linea con il periodo. Negli ’80 siamo tornati in auge».

E ora che ruolo ha?

«La musica pop è oggi la più importante perché al di là di certe cose di nicchia, sperimentali, che possono avere la loro rilevanza, è il pop che arriva a tutti e ha un ruolo fondamentale. Nel mondo però, regna la confusione, con le piattaforme digitali e i social tutto viene consumato troppo velocemente e chi fa pop, deve usare certi stratagemmi che fanno parte del sistema. Spotify e TikTok hanno causato grandi danni. C’è una sovraproduzione e quasi tutto è più scadente di quello che si produceva negli anni ‘80».

Il suo nuovo album che direzione prenderà?

«Pop, ma c’è spazio anche per la sperimentazione, con sonorità che possono spaziare dal funky al latino-americano. Non ci sono canzoni su amori finiti, ma temi di natura sociale».

Com’è andato il brano di Sanremo?

«Una canzone scritta non pensando a TikTok o ai canoni attuali. Molti non sono più abituati ad ascoltare una canzone come veniva scritta anni fa, quindi, credo “Ora e per sempre” sia stata un po’ penalizzata, sia al festival in classifica che dopo, in radio. Siamo abituati ai tormentoni, con effetti immediati che catturano subito ma stancano prima, mentre una canzone pop più solida, più meditata magari viene apprezzata alla lunga, è una sorta di diesel».

L’ha scritta assieme a suo figlio Samuele (anche regista del videoclip) e all’Ariston sua figlia Bianca ha ballato mentre lei cantava. Una famiglia unita?

«Era una musica sua, su cui ho messo un testo mio molto autobiografico. Sono contento che la gente colga lo spirito che ci lega, siamo una famiglia coesa, semplice e tranquilla».

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