Trent'anni de "Il caricatore": il regista Eugenio Cappuccio a Latisana Cinefest per celebrare un cult

Sabato al parco Gaspari la proiezione del film indipendente nato nel 1996. L'autore racconta gli esordi, il sodalizio con Gaudioso e i ricordi con Fellini

Gian Paolo Polesini

La voglia di cinema di tre amici con un solo caricatore di pellicola a disposizione risale al 1996. Trent’anni dopo, quel piccolo film indipendente continua a raccontare un modo di fare cinematografo ormai sommerso. Un bianco e nero che allora fece notizia – prima come corto e poi trasformato in lungometraggio – uno di quegli episodi di produzioni indipendenti destinato a una sorta di piccola eternità.

Alla presenza del regista Eugenio Cappuccio, collaboratore e assistente di Federico Fellini, “Il caricatore” – pure lui è protagonista assieme a Massimo Gaudioso (ora uno dei più quotati sceneggiatori italiani) e a Fabio Nunziata – sarà riproposto al pubblico durante una serata di “Latisana Cinefest”, programmata per sabato 1º agosto, alle 20.30, al parco Gaspari.

Trent’anni dopo, che cosa le torna in mente pensando a “Il caricatore”?

«Sicuramente un’amicizia. Prima ancora del film c’erano tre persone che ambivano al cinematografo con la stessa energia: ovvero, Massimo Gaudioso, Fabio Nunziata ed io. Venivamo da esperienze diverse, ma condividevamo la stessa fame. Al tempo respiravamo un’aria particolare: con poche risorse e tanta incoscienza sembrava davvero possibile inventarsi qualcosa di nuovo».

L’avventura cominciò da un cortometraggio.

«Quel corto fu il nostro laboratorio: lo scrivemmo, lo dirigemmo e lo interpretammo. Un b&n realizzato per scelta, con pochissimi mezzi. Però, quando ci ritrovammo al Festival di Locarno, accadde un fatto che nessuno di noi immaginava: ci rendemmo conto che quella storia avrebbe potuto diventare un lungometraggio».

Quindi Locarno cambiò tutto?

«L’operina produsse una specie di corto circuito nell’ambiente, tanto che il produttore Arcopinto, piacevolmente sorpreso, ci disse: “Se volete fare un salto in alto, vi aiuto io”».

È vero che il film lo avete finanziato praticamente da soli?

«Assolutamente sì. Io lavoravo per “Orbit”, un network televisivo internazionale dove guadagnavo piuttosto bene. Eppure mi licenziai, intascai la liquidazione e la gettai tutta dentro “Il caricatore”. Col senno di poi sembra una follia. All’epoca pareva l’unica scelta possibile».

C’era anche una figura quasi mitologica che aleggiava sul progetto.

«Un certo Tanio Boccia, sì. Per noi rappresentava il cinematografo costruito con fantasia e mezzi poverissimi. Gaudioso e Nunziata erano grandi conoscitori del genere popolare e decisero di dedicargli la pellicola. Fellini raccontava uno scherzo di Alberto Sordi: la mattina della notte degli Oscar gli telefonò dicendogli che la statuetta era andata proprio a Tanio Boccia. Era il genere di ironia che ci faceva impazzire».

Quindi arrivò “La vita è una sola”.

«Rita Cecchi Gori si offrì di produrci. Quel titolo, però, ebbe una sorte complicata perché finì in mezzo alla separazione turbolenta fra Rita e Vittorio. In sala andò male, però negli anni è stato riscoperto. Ancora oggi mi capita di ricevere i compensi Siae perché continua a passare in televisione».

Finché il trio si sciolse.

«Professionalmente sì. Massimo è diventato uno degli sceneggiatori più importanti del cinema italiano, mentre Fabio ha continuato come montatore e io come regista. Ma siamo rimasti fratelli».

Il suo amore per la settima arte, però, prese forma e sembianze molto prima con Federico Fellini.

«Mio padre, funzionario di polizia, fu trasferito a Rimini. Io ero iscritto alle medie e, in quello stesso periodo, uscì “Amarcord”. Lo vidi decine di volte. E mi innamorai contemporaneamente della città e del cinema. Fu una folgorazione. Bastarono altri due capolavori felliniani per completare un desiderio che si rivelò fortissimo. In famiglia nessuno aveva mai avuto a che fare con quel mondo lì: per loro il regista equivaleva all’astronauta. Eppure non cambiai mai idea».

E lei riuscì perfino a lavorare con il Maestro.

«Conobbi Fellini da ragazzo con la complicità dell’amicizia di mia madre con sua sorella Maddalena. Un giorno ci incontrammo e mi rivelò semplicemente: “Se scendi a Roma, passa a trovarmi”. Io presi quell’invito come fosse una reliquia. Mi trasferii nella capitale poco dopo e, da allora, gli rimasi accanto per qualche anno, da “Ginger e Fred” fino a “La voce della luna”».

Lezioni felliniane ne abbiamo da raccontare?

«Un film non finisce quando smetti di girare. Fellini continuava a reinventarlo nel montaggio e, soprattutto, in fase di doppiaggio. Il set era solo una tappa del viaggio. Oggi un metodo del genere sarebbe improponibile: l’arte contemporanea ha modalità ben più rigide. Allora gli autori potevano ancora permettersi una libertà straordinaria».

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