Libri in auto e casse di Soave: lo scrittore e la sfida dell’incontro

Sono pochi i titoli che camminano veramente da soli. Chi scrive, quindi, deve sobbarcarsi la fatica di promuovere il proprio lavoro spostandosi di continuo e mettendo in conto anche qualche delusione. Però… c’è un però

Paolo Malaguti

Ho concluso la stagione degli incontri il 4 luglio scorso, ospite di una rassegna in Val di Non. Ho fatto il conto: nel primo semestre del 2026 in tutto sono state 101 le occasioni nelle quali mi sono recato in un luogo per parlare dei miei libri. Le mete più lontane sono state Lisbona e Poitiers. Nel totale ci sono librerie, soprattutto indipendenti, biblioteche, gruppi di lettura, università del tempo libero, associazioni culturali.

Negli ultimi anni è più volte riemerso il dibattito sul senso delle “presentazioni” di libri: funzionano o non funzionano?

Per carità, credo che chiunque cerchi di percorrere la strada della scrittura abbia il diritto di definire le proprie strategie. Soprattutto quando si è agli esordi, e quindi la scrittura spesso non costituisce un introito economico, è difficile trovare il tempo per uscire di casa, farsi un’ora o due di macchina, e partecipare a una presentazione.

Ma anche chi ha ormai una posizione consolidata nel panorama letterario spesso non può accogliere troppi inviti, per vincoli familiari, per un lavoro a tempo pieno, o perché si vivono con fatica le occasioni pubbliche.

I libri si vendono da soli?

Altre volte, iniziare il proprio percorso in una grande casa editrice può illuderti di “essere arrivato”, e di poter quindi fare a meno dell’autopromozione, lasciando che i libri “si vendano da soli”. Questo, forse, è stato possibile nella stagione degli anni Ottanta e Novanta, quando i grandi autori allora viventi (penso, in Veneto, a Rigoni Stern, Zanzotto, Meneghello) non facevano tour promozionali. Oggi in molti, tanto nelle agenzie letterarie quanto nelle case editrici, affermano che sono pochi i libri che camminano da soli, e quindi una variabile decisiva è data dalla possibilità degli autori di accettare la sfida dell’incontro.

Su questo aspetto mi sento fortunato: ho iniziato a pubblicare con una piccola casa editrice, la Santi Quaranta, in cui tutto era artigianale. L’editore, Ferruccio Mazzariol, aveva un’automobile carica di scatoloni, e un carrellino col quale portava i libri nelle edicole, nelle librerie, nelle osterie di paese. Da Mazzariol ho imparato a muovermi coi libri, rispondendo alle chiamate che arrivavano.

Tra flop e miracoli

I primi anni è stato difficile. Spesso agli incontri c’era poca gente, avevo ancora un contratto a tempo pieno a scuola, e quando arrivava un invito fuori provincia dovevo fare i salti mortali per riuscire a incastrarlo nell’agenda.

Ricordo un viaggio in Cadore (con rientro in nottata, il giorno dopo avevo scuola) per un incontro al quale non arrivò nessuno. Ritornando a casa mi domandavo se avesse senso quell’andare e venire… Poi però capitavano anche i miracoli.

Ricordo un incontro in Val d’Illasi, sul quale non nutrivo aspettative. E invece, grazie a un lettore del luogo che aveva fatto pubblicità al mio libro, ho trovato la sala piena, abbiamo venduto tutti i libri, e son tornato a casa con una cassa di bottiglie di Soave.

Insomma, tra un alto e un basso ho tenuto botta, e così, senza che me ne rendessi conto, ho iniziato a farmi conoscere, a stringere rapporti di amicizia e di fiducia con bibliotecari, librai, lettori che poi, libro dopo libro, mi chiamavano con più facilità.

La scelta di scegliere

È stato in corrispondenza dell’ingresso in Einaudi che le cose sono cambiate. Adesso mi trovo nella situazione di dover porre un freno alle richieste che arrivano, perché non riesco ad accoglierle tutte, e talvolta, quando arrivo nel luogo in cui si terrà la presentazione e vedo tante auto parcheggiate, dico a me stesso che di certo ci deve essere qualche altro evento in concomitanza, tutta quella gente non è certo lì per ascoltare me!

A questo punto, tornando alle discussioni sul dilemma “presentazioni sì o no”, qualcuno potrebbe obiettare: “Ma perché vai ancora in giro così tanto? Ormai hai un nome! ”

Qualcuno mi ha rimproverato di “farmi vedere troppo”: un “artista” deve farsi desiderare, arrivare con un ritardo calcolato agli incontri, per sottolineare la propria importanza! Ecco, fatta salva la già citata libertà di ognuno nel costruire la propria immagine, queste argomentazioni mi sembrano delle monate.

Si tratta di capire “perché” fai presentazioni. Se lo scopo è solo “vendere libri” o “guadagnare visibilità”, allora sì, gli atteggiamenti da divi, la costruzione di un’immagine “social” efficace, l’andare solo agli incontri blasonati sono strumenti efficaci.

Ma, almeno per come mi piace intendere la scrittura, lo scopo principale per cui giro è contribuire a costruire occasioni culturali. Non sono il solo a perseguire questa strategia. A livello nazionale in tal senso sono famosi i Wu Ming, collettivo di scrittori che ammiro non solo per i romanzi che scrivono, ma anche per il modo in cui si pongono rispetto alle meccaniche dell’industria editoriale, rifiutando una presenza sui social, disertando i premi letterari maggiori, ma, in compenso, girando senza sosta ovunque vengano chiamati.

Anch’io cerco di andare ovunque mi chiamino, nei limiti del tempo e delle energie. Cerco di dare la precedenza alle scuole, e cerco di accogliere ogni richiesta da parte di piccoli centri e librerie indipendenti. Intendiamoci, non credo sia semplice “buonismo”: ho le mie ragioni.

La provincia italiana

Credo che la provincia italiana sia molto più viva e ricettiva di quanto spesso venga disegnata, e credo che tenere vivi i piccoli centri, i presìdi culturali “di frontiera” sia un risultato che si ottiene anche accogliendo i loro inviti, anche se magari non ci sarà tanto pubblico.

Ancora, portare un tuo libro in una biblioteca di quartiere gli dà più voce e visibilità che l’essere inserito nel palinsesto di un grande festival o di un salone del libro. Ho partecipato a parecchi festival nazionali, e sono sempre state occasioni preziose, però continuo a preferire la dimensione dell’incontro nel quale alla fine riesci a scambiare due parole con i presenti, raccogliere le loro suggestioni e, perché no, le loro critiche.

Infine, i palcoscenici delle grandi città non sono alla portata di tante persone che, per limiti di tempo o di età, non possono allontanarsi dai piccoli centri. E i piccoli centri non possono permettersi i “grandi nomi” che domandano migliaia di euro per un incontro (mi si perdoni la battuta maligna: alla faccia della democrazia culturale!).

Conservo nella memoria degli incontri per me importanti in centri piccolissimi. In Carnia, con una ex maestra elementare novantenne. Nella bassa padovana, con una signora nata a Zara e venuta in Italia nell’epopea del profugato. Nel bellunese, con un signore che mi ha consegnato una sua pubblicazione in memoria del papà, internato militare. Gli esempi potrebbero continuare a lungo.

Non è volontariato, muoversi aiuta il libro. Ma al tempo stesso accetto la fatica di tanti incontri perché credo che sia giusto, al di là del tornaconto. Continuo a insegnare non solo perché mi piace. Lo faccio anche per non dipendere economicamente soltanto dalla scrittura, e per potermi quindi permettere comportamenti forse “antieconomici”, ma umanamente arricchenti.

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