Cinema al cento per 100, ecco le nostre recensioni dei film in sala dall’1 ottobre
Il capolavoro “NAZA” diretto da due registi israeliani, “Digger” e l’ambizioso passo falso di Alejandro González Iñárritu. E ancora “Un po’ di luce” e la riflessione profonda sul valore della vita e dei legami personali, e “La città dei vivi” con Emanuele Maria Di Stefano e Valerio Mastandrea

Digger
Regia: Alejandro G. Iñárritu.
Cast: Tom Cruise, Ritz Ahmed, Sandra Hüller, Jesse Plemons.
Durata: 128’

“Digger” è l’ambizioso passo falso di Alejandro González Iñárritu. Il regista messicano ritrova il cinema americano 10 anni dopo “The Revenant” per denunciare, attraverso la lente della satira apocalittica, i mali che affliggono la società: la crisi climatica, gli squilibri economici, il conservatorismo cristiano radicale di governi fuori controllo.
Tom Cruise (sotto un trucco prostetico che ne esaspera i tratti grotteschi) è Digger Rockwell, potentissimo magnate del petrolio che, a forza di trivellare, ha provocato una catastrofe ecologica portando l’umanità sull’orlo del baratro. Tra alleanze disastrose con un farsesco presidente degli Stati Uniti (John Goodman), un timido consulente ambientale (Riz Ahmed) e una burrascosa sorellastra (Sandra Hüller), il film sceglie di mantenersi costantemente sopra le righe, pur dovendosi riconoscere a Iñárritu (e, soprattutto, al suo direttore della fotografia Emmanuel Lubezki) una potenza visiva notevole ma anche sfrenata.
E gli attori non possono che assecondare questo impeto caricaturale, urlato e attraversato da una comicità, spesso, grossolana. Digger non è così lontano dagli altri protagonisti del cinema di Iñárritu, uomini schiacciati da forze che non riescono a dominare: il caso, il dolore, la colpa, l’ambizione.
Digger, con quell’ego smisurato grazie al quale crede di poter dominare (e salvare) il mondo, ne è l’iperbole sguaiata ma è un bersaglio sin troppo ovvio. Serve, allora, qualcosa di più originale di una iterativa rappresentazione degli attuali «mala tempora». E così, in un ulteriore moto di autocompiacimento, Iñárritu introduce una svolta meta-cinematografica che costringe lo spettatore a riconsiderare tutto ciò che ha visto fino a quel momento. Alla Charlie Kaufman.
Ma la sorpresa sembra più un atto esibizionistico, con una morale che vira pericolosamente nell’autoassoluzione. E in quel suo “sabotarsi” in continuazione, “Digger” è deliberatamente divisivo e se ne crogiola con un certo narcisismo. Per molti addetti ai lavori è già cominciato il lavoro ai fianchi dell’Academy, non immune al fascino del messaggio politico sotto chili di prostetico. Del resto, Iñárritu sa bene come si vince l’Oscar, essendo uno dei pochi registi ad averlo conquistato per due volte consecutive, come Ford e Mankiewicz. E già questo confronto suona stonato. Ancora di più il richiamo a Kubrick e al dottor Stranamore. Non scherziamo… (Marco Contino)
Voto: 5
***
NAZA
Regia: Yuval Abraham e Rachel Szor
Durata: 80’

NAZA è il film di cui tutti hanno parlato, anche senza averlo visto. Ora è finalmente uscito in sala, dopo aver vinto il Premio Speciale della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia (e da novembre si potrà vedere gratuitamente sul sito del “The Guardian” che lo ha prodotto). E, quindi, ogni commento e valutazione «al buio» diventano ancora più insopportabili.
La verità è una sola: NAZA va visto. Punto. Come testimonianza storica e non solo come opera cinematografica. Di cui, peraltro, rivendica, più che legittimamente, lo status: sarebbe un errore definirlo un semplice reportage.
Ci sono precise scelte estetiche (e, ovviamente, etiche) dietro a questo film diretto dai due registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, già coautori, insieme a Basel Adra e Hamdam Ballal, del documentario premio Oscar “No Other Land” (disponibile, gratuitamente, su RaiPlay).
Siamo sui tetti di Tel Aviv da cui si può osservare la vita che si svolge dietro alle finestre dei grandi edifici della città. Come se nulla fosse. Invece, a circa 70 km più a sud, Gaza viene distrutta dalle Forze di Difesa Israeliana attraverso un algoritimico disegno genocida che è il frutto della scellerata alleanza tra uomini e intelligenza artificiale.
I due registi, infatti, ascoltano le testimonianze di ufficiali, tecnici e soldati israeliani che raccontano come, nel tempo, tutto il sistema di telecomunicazioni a Gaza sia stato mappato per consentire di individuare, attraverso i cellulari, esponenti (o presunti tali) di Hamas e bombardare gli edifici in cui vengono geolocalizzati. Preferibilmente di notte.
Quando dormono nelle loro case accanto a moglie e figli. Loro (e, in generale, chiunque abbia “la colpa” di trovarsi nelle immediate vicinanze) sono i cosiddetti NAZA, acronimo militare per indicare le vittime collaterali. Sacrificabili per un bene superiore (secondo Israele). Quell’attacco, quanti NAZA può provocare? 10? Procedete. Quell’altro? 20? Avanti. Anche fino a 500.
L’intelligenza artificiale, a cui viene delegata la responsabilità degli attacchi, può anche permettersi un margine di errore del 15% nella scelta del bersaglio. È “LA” disumanizzazione: delle vittime, prima di tutto. Ma, in fondo, anche dei carnefici che si sentono deresponsabilizzati in quanto meri esecutori di ordini elaborati da una AI. Lo confessano apertamente. Alcuni mostrano un embrionale senso di pentimento. Altri, la maggioranza, credono di giocare a un videogame.
Con una espressione abusata, ma quanto mai calzante, è molto appropriato parlare di banalità del male quando gli interessanti descrivono con tono asettico e imperturbabile questo sistema di sterminio basato sulla geolocalizzazione dei cellulari. Precisa quanto basta per sferrare un attacco. NAZA più, NAZA meno. Sono parole agghiaccianti.
Il senso di orrore monta in modo diverso da quello suscitato dall’uccisione di una bambina palestinese, insieme alla sua famiglia, raccontato dal film “La voce di Hind Rajab”. Lì, l’impatto emotivo era diretto, quasi immediato: le autentica grida di aiuto della piccola vittima, intrappolata in un’auto sotto il fuoco dell’esercito israeliano, squarciavano lo schermo. Qui, altre voci alimentano un rumore bianco che diventa sempre più insopportabile. Soprattutto (ecco perché NAZA non è soltanto un film “verbale”) quando i registi mostrano, con chiaro intento antifrastico che sottolinea l’orrore, come nelle case di Tel Aviv la vita scorra tranquilla e indifferente a quando sta succedendo poco lontano in altre case.
Magari, mentre una donna israeliana, osservata dai tetti, prepara da mangiare, una intera famiglia viene seppellita sotto le macerie dopo l’attacco “mirato”. Alla fine, quei detriti e quei corpi sepolti ce li fanno anche vedere. Perché le testimonianze non bastano. Nell’era dell’immagine, abbiamo (anche) bisogno di questo ulteriore pugno nello stomaco. Ma ci sarà sempre qualcuno che parlerà di contraffazione visiva, di soldat-attori, di un legittimo attacco chirurgicamente portato alle cellule di Hamas, di una guerra di difesa. Intanto, per prudenza, meglio screditare e minacciare i registi israeliani di NAZA come traditori della patria. Sia mai che dicano la verità. (Marco Contino)
Voto: 8
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Un po’ di luce
Regia: Ali Asgari
Cast: Misagh Zareh, Sadaf Asgari
Durata 87’

Presentato in concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, il film del regista iraniano Ali Asgari, “Un po’ di luce” (A bit of light) si colloca nel filone dei film politici: si tratta di un piccolo film, clandestino nella sua stessa natura, girato di nascosto in patria, in parte all’estero, da un regista costretto all’esilio.
Dopo la presentazione di “Kafka a Teheran” al Festival di Cannes 2023, infatti, le autorità iraniane gli avevano confiscato il passaporto e imposto il divieto di lavoro. Dopo molte difficoltà legate anche alla situazione internazionale e al blocco dello stretto di Hormuz e con la sempre più forte oppressione da parte del regime, il cineasta è riuscito a lasciare definitivamente il Paese. Ora, Asgari vive e lavora in esilio insieme ad altri colleghi cineasti. Il divieto di viaggio precedentemente imposto dall'Iran, ma anche le difficoltà dettate dagli Stati Uniti rendono incerte le possibilità per questi artisti di muoversi liberamente in futuro per girare e promuovere i propri film in giro per il mondo.
Eppure, in questa generazione, resta viva la speranza, nonostante tutto, come dimostra la storia che Asgari racconta in “Un po’ di luce”, titolo già esemplificativo.
Protagonista un medico iraniano, interpretato da Misagh Zareh, già protagonista del film “Il Seme del fico sacro” di Mohammad Rasoulof. Dopo essere stato arrestato per aver curato di nascosto alcuni manifestanti feriti dall’esercito, subisce la chiusura definitiva del proprio ambulatorio per decisione delle autorità e la radiazione dall’ordine dei medici. Senza più un lavoro e privato di ogni speranza o fiducia nel futuro del proprio Paese, l'uomo decide di togliersi la vita e informa di ciò la sua famiglia.
Determinato a compiere l'estremo gesto, sceglie di trascorrere quella che pianifica essere la sua ultima giornata visitando la madre, il fratello e le sorelle per prepararli alla sua assenza, regalando a chi una pianta, a chi i gatti. Tuttavia, l'affetto profondo, la cura silenziosa e la vicinanza emotiva della sua famiglia inizieranno a incrinare la sua drammatica decisione.
Un po’ come accade ne “Il sapore della ciliegia”, famoso film (Palma d’oro 1997) del più celebre cineasta iraniano Abbas Kiarostami, la scelta di voler morire tradisce invece un grande amore per la vita. Lì, in Kiarostami, il protagonista vagava per Teheran alla ricerca di qualcuno che lo potesse seppellire dopo la sua morte, dandogli un passaggio e cercando di convincerlo anche in cambio di denaro. Qui, il dottore passa di familiare in familiare, chiedendo loro aiuto per dirlo all’anziana madre.
E così di sensazione in sensazione, il film fa emergere una riflessione profonda sul valore della vita e dei legami personali, sulla scelta e sulle piccole cose che la rendono degna di essere vissuta.
Asgari, che ha studiato al Dams di Roma, ha iniziato a girare il film a Teheran, prima della guerra, come mostrano le immagini della città ancora viva e senza rischi di bombardamenti, ma ha dovuto finirlo in Turchia, dove è riuscito a espatriare. Per cui anche un piccolo, esile film clandestino come questo, che non offre soluzioni e non chiarisce nemmeno le sorti del suo protagonista, può servire a offrire un po’ di luce. (Michele Gottardi)
Voto: 6.5
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La città dei vivi
Regia: Edoardo Gabbriellini
Cast: Emanuele Maria Di Stefano, Valerio Mastandrea, Gaia Merlonghi, Simona Senzacqua
Durata: 104’

“La città dei vivi” di Edoardo Gabbriellini, liberamente ispirato all’omonimo libro di Nicola Lagioia (Einaudi, 2020), ricostruisce le vicende che hanno portato alla morte di Luca Varani, ucciso nel marzo 2016 a Roma da Manuel Foffo e Marco Prato, che volevano testare cosa si prova uccidendo un uomo.
E la scelta ricade su un bravo ragazzo, che vive una doppia vita parallela per tirar su soldi e fare qualche serata particolare, che finirà in modo tragico. Luca infatti ha ventitré anni e vive in una famiglia che lo ha adottato e che lo ama. Si muove con i suoi amici tra la periferia e il centro e ha una fidanzata, Marta Gaia, con cui vive un amore giovane, ma importante.
Una notte, dopo un incontro apparentemente casuale, la traiettoria della sua vita si spezza, infrangendosi contro una violenza cieca e insensata.
Gabbriellini, attore e regista, punta l’attenzione verso la vicenda senza fare un’analisi sociale diretta, ma concentrandosi maggiormente sugli affetti e la tenerezza che circonda il protagonista nella sua vita “normale”, contrapposta alla corruzione, all’immoralità e alla violenza dell’altra vita, quella notturna e segreta dello stesso e dell’Urbe.
Il film lo segue e lo insegue in un crescendo tragico, denotando a tratti un’attenzione quasi pasoliniana – e non solo per l’analoga fine tragica - nel descrivere questo ragazzo di borgata dal cuore buono. Il linguaggio narrativo è asciutto, quasi naturalistico, anche se non ha il colpo d’ala di guardare la tragedia in modo lirico, concedendo qualcosa al genere “crime”.
Suggerisce, non indaga; mostra di passaggio, mantenendo una certa distanza, quasi intima, dai personaggi. Il senso principale del film sta proprio qui, opporre due stili di vita, due mondi diversi, uno basato sulla normalità degli affetti, l’altro sull’eccezionalità di vite solitarie e fuori controllo, che sfociano nella banalità del male.
Valerio Mastandrea e il personaggio di Luca, Emanuele Maria Di Stefano, contribuiscono a dare ai protagonisti un maggiore volto umano, mentre sullo sfondo Roma è grigia, piovosa, estrema. (Michele Gottardi)
Voto: 6.5
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