Guccini, l’ultima intervista: «Quando lasciai il giornale per fare l’orchestrale»

L’ultima intervista ai nostri quotidiani nel 2024 per il suo libro “Così eravamo”. I ricordi, Bologna, l’incontro con la letteratura

Nicolò Menniti Ippolito

Nella mente di Francesco Guccini il titolo doveva essere originariamente Racconti modenesi, a marcare un periodo preciso della propria vita. Ma alla fine il titolo vero è “Così eravamo” (Giunti, pp 174, 18 euro), con un pizzico di nostalgia in più.

Il libro guarda ancora una volta indietro, per raccontare un mondo ormai scomparso, attraverso cinque racconti in buona parte autobiografici. Sia nei romanzi sia nelle canzoni i due luoghi del cuore per lei sono l’Appennino tosco emiliano e Bologna. Guarda ora agli anni modenesi con nostalgia?

«Con ironia. I primi cinque anni di vita li ho trascorsi a Pavana perché c’era la guerra e tra tessere e bombardamenti mia madre ha preferito portarmi lì. A Modena mi è toccato tornare nel ’45, quando mio padre è tornato dal campo di concentramento e ha ripreso a lavorare in città. Ho fatto le elementari e le superiori. Dal ’45 al ’60 sono stati anni non bellissimi, cominciati con grande povertà fino poi alla ripresa e al boom degli anni Sessanta. Tempi duri, specie in una piccola città, molto limitata. Bologna è stata un’altra cosa».

Una volta cantava “piccola città, bastardo posto”, ora il giudizio è cambiato?

«Sono iniziate tante cose a Modena, ma non mi hanno mai soddisfatto completamente. Certo ora un po’ lo sguardo è cambiato: certi ricordi di scuola, il lavoro nel giornale, il mondo delle balere. Quelli che racconto in questo libro sono avvenimenti che ho vissuto lì. Anche l’ultima storia, quella da militare, quando già ero a Bologna, risente almeno in parte della mentalità modenese». A partire dal primo racconto su un compagno di scuola morto, fino all’ultimo che parla del Vajont sembra dominare il senso della caducità delle cose, della vita stessa. «Credo che ci sia sempre stato, anche nelle canzoni, questo domandarsi, in fondo, che cos’è la vita, la vita che stiamo vivendo. Cerco di trovare nelle piccole cose, nei piccoli personaggi il senso di questo andare apparentemente senza un motivo vero, senza una ragione particolare».

Nell’ultimo racconto c’é il Vajont, dove ha fatto un campo militare estivo alla vigilia della tragedia. Che ricordi ne ha?

«Oddio, belli in un primo momento, perché nonostante la vita militare fosse un obbligo, quel campo estivo era stato anche piacevole. Mi è rimasto però impresso – avevo 22 anni allora – il volto di questa ragazza, quasi avessi vissuto una specie di colpo di fulmine leggero, testimoniato da un portacenere che ho conservato per anni. Mi sono sempre chiesto che fine abbia fatto: non lo so. È uno di quei temi che ho affrontato anche nelle canzoni: una vita che fine fa? Una vita, per esempio, non vissuta come quella di Colombini, il mio compagno di scuola, che è finita 12 anni. Chissà cosa dovrebbe fatto da grande, chissà quali incontri avrebbe fatto e non ha fatto, quali persone avrebbe amato e non ha amato».

In due racconti c’è la sua esperienza da giornalista.

«La mia ambizione era quella di fare lo scrittore da grande. Il giornalismo mi sembrava un buon modo per cominciare. L’ho fatto per due anni, poi ho smesso perché mi pagavano poco. Lavoravo tutti i giorni dell’anno, dalle otto di mattina alle nove di sera, eccetto Natale e il Primo Maggio per ventimila lire al mese. E quando ho fatto 15 giorni di ferie me ne hanno dati 10 mila. A quel punto avevo un amico che faceva il batterista in un complesso da ballo e ho capito che andare a suonare la chitarra con loro mi avrebbe fatto guadagnare di più. Ho lasciato il giornale e mi sono messo a fare l’orchestrale».

Sono racconti stilisticamente diversi, anche se con una stessa matrice autobiografica.

«Come diceva Jorge Luis Borges, un autore parte sempre da se stesso, sia che scriva “sono nato il giorno tale nel posto tale”, oppure “c’era una volta un re che aveva tre figlie”. Solo due racconti, il primo e l’ultimo, sono strettamente autobiografici, vissuti in prima persona, negli altri ci sono certamente esperienze che mi appartengono ma non soltanto quelle. La storia del giornalista che scende dall’Appennino non è la mia ma certi ricordi della redazione sono veri, sono autentici. Così come è vera la storia della gara di sesso».

Ha cominciato con la letteratura molto tardi, si aspettava che sarebbe diventata la sua seconda vita dopo quella da cantautore?

«Io ho sempre scritto, certi racconti che sono usciti molti anni dopo li avevo abbozzati quando ancora lavoravo al giornale. Dunque, quando alla fine degli anni Ottanta ho scritto “Croniche epafaniche” è stata la messa in pratica di tante esperienze che avevo fatto precedentemente».

È stato finalista al Campiello, i suoi libri sono apprezzati da pubblico e critica, è più scrittore o cantautore?

«Da parte del pubblico noto una propensione per la parte delle canzoni. Quando vado in giro mi chiamano tutti maestro, molti mi salutano dicendo: “ah le sue canzoni”, e solo dopo dicono “anche i suoi libri”. Un po’ mi spiace, ma d’altra parte mi dico che anche le canzoni le ho scritte io e quindi va bene così».

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